Preghiere poesie

ASCENSIONE DEL SIGNORE GESÙ ANNO B

ASCENSIONE DEL SIGNORE GESÙ  ANNO B con preghiera dei piccoli

 

[In quel tempo, Gesù apparve agli Undici e] disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. (Mc 16, 15-20)

 

Nel libro dell’Esodo si racconta che quando Mosè chiede a Dio di dirgli con quale nome presentarlo al suo popolo, “Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: “Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»”. Questo è il nome del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Gesù riparte da questo dato, ma lo completa e lo “piega” verso di noi fino presentarci il nuovo nome di Dio: “Dio-con-noi”.

È questo il senso ed il significato profondo della solennità che oggi celebriamo: l’Ascensione in Cielo del Signore Gesù non significa che Gesù risorto si è nascosto tra le nuvole! Il Cielo di cui parlano gli evangelisti è la realtà stessa di Dio che ha superato spazio e tempo per essere e per restare sempre (definitivamente) con noi.

Dire Ascensione al Cielo del Signore Gesù, perciò, significa dire che il Dio di Gesù è sempre con noi. Ed ecco i segni che manifestano e rendono riconoscibile il Sue essere con noi, vicino a noi e accanto alla nostra vita.

Nel mio nome scacceranno i demoni. Con il Dio-con-noi accanto, siamo – finalmente – in grado di allontanare dalla nostra vita tutto ciò che avvelena la nostra esistenza e ci fa vivere male. I “demoni” dell’egoismo, della cattiveria, del rancore, dell’avarizia o dell’indifferenza sono spazzati via dalla nostra volontà resa forte e determinata dalla presenza del Signore Gesù in noi e con noi. Fino a liberare il nostro cuore per renderlo definitivamente capace di amare “come Lui ha amato noi”.

Parleranno lingue nuove. Questo è il grande sogno dell’umanità: imparare a parlare la lingua (nuova!) dell’amore, del perdono e della gentilezza, della delicatezza, dell’attenzione all’altro e della pace. Per qualcuno si tratta di una lingua che di fatto non esiste perché profondamente convinto che vincano solo e sempre arroganza, furbizia e violenza. In realtà non è così. Al punto che chi impara a parlare bene la lingua nuova dell’amore, vive anche bene: aperto agli altri e immerso in quella beatitudine che sempre cerchiamo e che trova solo chi si apre al servizio verso il fratello.

Prenderanno in mano serpenti. I serpenti non piacciono quasi a nessuno e fanno paura a tutti. Si tratta però di un’immagine (forte) per dirci che stare con Gesù ci insegna anche ad affrontare difficoltà e problemi senza scappare. Quante volte spostiamo a “dopo” la soluzione di un problema sapendo che quel “dopo” non verrà mai; quante volte

 

decidiamo di non affrontare una difficoltà perché impauriti e convinti di non farcela a superarla! “Prendere in mano i serpenti” vuole dire che non siamo soli e che possiamo “prendere in mano le nostre difficoltà per affrontarle con successo”.

Se berranno qualche veleno, non recherà loro danno: impossibile non avere critiche o non avere persone che si schierano contro di noi. Soprattutto se si decide di fare il bene, di difendere i poveri e di stare dalla parte della giustizia. Non possiamo però permettere che queste difficoltà ci pieghino o ci tolgano la certezza di essere – con Gesù – dalla parte giusta. E per evitare che il suo discepolo si scoraggi, la risposta di Gesù è chiara e trasparente: chi ci vuole fare del male, sarà privato del suo veleno e non ci aggredirà in profondità. Grazie al Signore Gesù con noi, saremo sempre più forti delle critiche, delle calunnie e del male agito contro di noi.

Imporranno le mani e questi guariranno. Accanto a Gesù non si diventa medici e le mani dei suoi discepoli non hanno la forza di guarire in modo magico chi contrae le tante malattie che ancora ci sono in mezzo a noi. È vero però che quando il discepolo di Gesù si accorge di chi, accanto a lui, soffre e sta male, quest’ultimo riceve aiuto, conforto e consolazione da quella delicata presenza e prossimità. Quante volte medici e infermieri hanno sorretto, confortato e consolato ammalati ricoverati alle prese con il covid solo con uno sguardo, con una carezza, con un gesto o con la condivisione di un cellulare per permettere un saluto alle sue persone care. Usare le mani per fare il bene è la grande proposta di Gesù (non per generare violenza, assenze o cattiverie varie). E con l’aiuto del Dio-con-noi è possibile.

Festa che se non ci fosse andrebbe inventata. Buona domenica.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

nelle favole o nei cartoni, è sempre il più forte che “sale” in cielo. E lo fa solo dopo aver vinto tutti e dopo averli distrutti.

Oggi, nel Vangelo, abbiamo letto che Tu, dopo essere stato arrestato, picchiato, frustato e ucciso in croce, sei stato elevato in Cielo.

Il Tuo Vangelo mi fa sempre pensare: con Te vincono i deboli, chi è escluso, gli ultimi e soprattutto la bontà.

Grazie Gesù per questo messaggio.

Quando ero piccolo pensavo che “salire in cielo” voleva dire andare sopra le nubi (e quando si diceva “Ascensione” io capivo “ascensore”).

Oggi so che “salire in cielo” significa stare nella mano di Dio e sapere che Tu ci dai la forza di aiutare chi è debole, chi piange e chi è povero.

Grazie Gesù perché con Te il Cielo è sulla Terra.

E grazie anche perché tutti i miei nonni sono vaccinati.

 

 

VI DOMENICA DI PASQUA B

 VI DOMENICA DI PASQUA  B 

  Giovanni 15, 9 -17

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi  discepoli: 9 Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Per “rimanere” nell’alleanza con il Dio di Abramo, Mosè ha chiesto al popolo di Israele di osservare fedelmente i “dieci comandamenti” scritti sulla pietra e ricevuti sul monte Sinai. Gesù segue questo schema, ma la Sua richiesta è di osservare un solo comandamento, che Lui chiama “il mio comandamento” e lo definisce con dodici parole: “che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.”. Ma come si fa – in concreto – a rimanere nel Suo amore osservando il Suo comandamento?

Proviamo, per rispondere a questa domanda, a farci guidare dall’evangelista che ha riportato la richiesta di Gesù. A partire da almeno tre precise piste di lavoro.

PRIMA PROPOSTA. Al capitolo secondo del Suo Vangelo, san Giovanni ci presenta la famosa scena del matrimonio di Cana con Gesù e Maria tra gli invitati. Non appena sua madre gli segnala la mancanza del vino (segno e simbolo della gioia e della festa), Gesù si adopera perché il banchetto non si fermi e perché “gioia e festa” possano ancora “scorrere” – senza interrompersi – in quella comunità.

Per rimanere nel Suo amore, ci è perciò chiesto di imparare a portare gioia là dove, purtroppo, vengono a mancare le ragioni della festa e della speranza. La pandemia non ha fatto sconti a nessuno. Nei migliori dei casi siamo rimasti chiusi in casa; molti però hanno perso la serenità economica data dal lavoro e altrettanti hanno perso la salute senza contare i troppi che – in solitudine – sono morti. Portare il vino della gioia là dove lacrime, sofferenze, divisioni e fatiche di ogni tipo hanno scavato solchi di dolore, vuole dire portare perdono dove ci sono odio e rancori; sorrisi dove le inimicizie e i litigi hanno spento la voglia di gioire insieme; presenza e vicinanza a chi è rimasto solo e ha paura di vivere.

SECONDA PROPOSTA. Al capitolo undici del Suo Vangelo, Gesù si commuove per la morte di Lazzaro, ma non rinuncia a recarsi al sepolcro dove lo hanno deposto. Il Suo ordine è perentorio: “Togliete la pietra!”. E dopo aver pronunciato il grazie al Padre che sempre Lo ascolta, Gesù chiama l’amico morto a gran voce: “Lazzaro viene fuori!”. E a quanti, attoniti, assistono alla scena, dice: “Liberatelo e lasciatelo andare”.

Il contrasto tra il cattivo odore che manda la salma di Lazzaro deposto già da quattro giorni è il profumo che Maria versa sui piedi di Gesù nel capitolo successivo, è forte e voluto. Per san Giovanni “rimanere nell’amore” di Gesù vuole dire proprio questo: diffondere il “buon” profumo dell’amore, del perdono, del servizio e del silenzio che zittisce calunnie e maldicenze. L’esatto opposto del cattivo odore generato dall’invida, dalla gelosia, dall’avarizia o dalla rincorsa, ad ogni costo, di potere e denaro. Rimanere nel Suo amore vuole dire, di conseguenza, slegare le mani e i piedi di chi è bloccato dalla povertà, dalla miseria e dalle ingiustizie per lasciarlo andare in condizioni di piena dignità.

TERZA PROPOSTA. Al capitolo 13, san Giovanni ci presenta Gesù che, deposte le vesti, si cinge un asciugamano attorno alla vita per lavare i piedi ai suoi collaboratori (compito riservato agli schiavi). Curioso annotare che terminata la lavanda dei piedi, san Giovanni descrive Gesù che riprende le vesti smesse per la lavanda (Gv. 13, 12), ma che non si toglie più il grembiule.

Il messaggio è chiaro: resta nell’amore di Gesù chi trasforma l’amore ricevuto in servizio per il fratello, non chi vuole dominare tutto e tutti o chi vuole possedere l’altro. Lo abbiamo visto in questi mesi: gioia e vita sono passate dai volti segnati dalle mascherine di medici e infermieri; dai mille servizi che sono rimasti “aperti” pur di non abbandonare far venire meno risposte ai mille bisogni di tanti (troppi) persone segnate dalla pandemia (tre numeri per tutti: 359 medici morti, in Italia, per covid; 83 infermieri e 269 sacerdoti).

Ha ragione l’evangelista: per rimanere sul Suo amore, dobbiamo impastare la nostra vita con la Sua Parola e con la Sua presenza per imparare a fare nostro il suo modo di pensare, di “guardare”, di vivere e di amare. Solo così facciamo esperienza della liberante gioia generata dall’amare “come Lui ha amato noi” (molto più impegnativo del solo amare il prossimo come noi stessi).

Buona domenica.

 

Preghiera dei ragazzi

Caro Gesù,

                   non so perché, ma in questi giorni ero triste. Non avevo nemmeno voglia di venire a messa.

Ascoltare il Tuo Vangelo, però, mi ha fatto bene. Era la parola “gioia” che cercavo, senza saperlo.

Solo che io cercavo la “mia” gioia e Tu mi hai offerto la Tua: quella che nasce nel cuore quando ci si lascia amare da Te e si impara ad amare come Tu hai amato noi.

Tu me lo avevi già detto, Gesù, ma io lo avevo dimenticato: tutto ciò che è solo “mio” non mi rende felice.

Non mi basta amare gli altri come me stesso.

Voglio provare ad amare gli altri come Tu hai amato noi.

Lo so che è più difficile, ma è anche più bello.

Grazie Gesù. Ero scontento. Ma dopo l’ascolto del Tuo Vangelo ho sentito il cuore pieno della “Tua” gioia.

Sei forte Gesù.

V DOMENICA DI PASQUA B

V DOMENICA DI PASQUA B  e preghiera dei ragazzi 

 

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (…)».  (GV. 15, 1-8)

 

Un primo dato che colpisce, nel parlare e insegnare di Gesù, è il suo continuo attingere a scene di vita quotidiana per spiegare la realtà di Dio che si manifesta nella Sua persona. Sembra che Gesù non voglia fare torti a nessuno e che, per parlare del Regno di Dio, usi i diversi mestieri che compongono il convivere sociale del suo tempo: pastori, contadini, donne alle prese con i lavori di casa (“ho trovato la moneta che avevo perduto”), carpentieri (“Io son la porta”) e oggi vignaioli (Io sono la vite vera”). Segno che il suo intento è quello di immettere la storia di Dio là dove viviamo, e non nel chiuso di un sacro inaccessibile e poco raggiungibile. Ed è esattamente questo il primo messaggio che in questo anomalo tempo pasquale dobbiamo cogliere: il Dio di Gesù ci affianca là dove siamo, anche se segnati da stanchezza e dalle tante fatiche generate dalla pandemia.

Ed è per questo che la Parola di Gesù oggi ci chiede di resistere, di perseverare nella certezza che Lui è con noi e di continuare a “rimanere in me” perché io, prosegue Gesù, possa “rimanere in voi e con voi”. Il Signore Gesù – ci conferma questa straordinaria pagina del Vangelo di san Giovanni – è la vite su cui ciascuno di noi – come il tralcio – è innestato per vivere e per portare frutto. Ed è Lui che ci offre la linfa necessaria al nostro vivere, che ci tiene insieme (in comunità) e che ci rende capaci di portare frutto.

E a quanti sono tentati di leggere il silenzio di Dio come assenza e come una Sua grande indifferenza verso la nostra povera Terra, ecco che viene in soccorso questa pagina di Vangelo in cui Gesù non solo ci dice che Lui è la vite vera e noi i tralci, ma ci precisa anche che il solo e unico agricoltore è il “Padre mio”. La sfumatura non è periferica o secondaria. Significa che Lui – e solo Lui – è autorizzato a “potare” e/o a espellere qualcuno dalla comunità.

Forse quando compone questo passo san Giovanni è testimone di battezzati più radicali e intransigenti di altri che – all’interno della comunità – si arrogano il diritto di rilasciare patenti di idoneità alla vita cristiana (con tanto di promozioni e di bocciature). Per evitare questo rischio (sempre ricorrente), l’evangelista spiega, precisa e chiarisce che solo l’agricoltore (il Padre) è autorizzato a tagliare, a potare e a gettare via il tralcio secco. Nessun altro. Ed il messaggio è carico di saggezza. Perché ci ricorda – da un lato – che non è compito nostro giudicare la vita dei fratelli che ci sono accanto. E perché – dall’altro lato – ci aiuta a capire che le diverse difficoltà che inevitabilmente ci raggiungono nella vita, non sono sempre maledizioni mandate da Dio. Sono piuttosto potature dolorose e necessarie che appartengono al vivere, ma che il buon Dio usa per aiutarci a portare più frutti d’amore.

Forse è proprio questa la sapienza che ci manca: la capacità di rileggere gli incidenti di percorso, le ferite della vita, i segni della malattia, gli errori che inevitabilmente si commettono e i vari disagi che di fatto ci sono nel vivere, come autentiche “potature” in grado di renderci – se accolte per quello che sono – più umani.

Ha ragione Antonella quando dice: “Il bambino disabile dalla nascita che la vita mi ha donato mi ha fatto stare male fino a quando mi sono ribellata. Da quando l’ho accolto e ho smesso di protestare, ho scoperto che proprio quel bambino mi ha resa migliore. Come donna e come madre”. Non è il buon Dio che manda male e malattie nel mondo. Ma quelle dolorose ferite che sono entrate nella nostra storia, il Padre del Signore Gesù le utilizza per “potare” le nostre vite e per non farle allontanare dalla capacità di portare frutti di amore, di gioia e di libertà. Buona domenica.

 

P.S. Un ricordo speciale al Signore Gesù per la bella figura di Nadia De Munari, originaria di Schio, Vicenza, missionaria laica in Perù uccisa in circostanze ancora da chiarire nel centro di accoglienza ed educazione in cui operava con bambini della scuola materna. “Scoprire, e soprattutto scoprire con i giovani, con i bambini che hanno un cuore pulito, e vedere che la felicità viene dal dare, non dall'accumulare, viene dal regalare. Un sorriso, un gesto, questo arricchisce anche te”, questa una delle sue ultime interviste.

 

Caro Gesù,

                   il Signore di Scandicci è quello che buttava via le castagne e mangiava i ricci. Nel ritornello di questa canzone si dice che: “Tanta gente non lo sa, non ci pensa e non si cruccia. La vita la butta via e mangia soltanto la buccia”.

Gesù ormai l’ho capito: “rimanere” con Te è il solo modo per non seccare e per non gettare via la vita.

Sei Tu Gesù che mi dai la forza di pensare a nonna (che è così contenta quando le telefono) e non solo a me stesso. Sei Tu Gesù che mi convince che perdonare è forza (e non debolezza) e che donare è più bello che comprare o chiedere regali.

Gesù aiutami a “rimanere” attaccato a Te come un tralcio alla vite.

E grazie Gesù, perché “rimanere” con Te vuol anche dire incontrare la gioia che si trova solo nel dare.

PENSA AGLI ALTR

PENSA AGLI ALTRI
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
 Mentre combatti le tue guerre, pensa agli altri, 
non dimenticare coloro che reclamano la pace.
 Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, 
coloro che sorseggiano le nuvole.
 Mentre torni a casa, casa tua, pensa agli altri, 
non dimenticare il popolo delle tende.
 Mentre conti le stelle per addormentarti, pensa agli altri
che hanno perso il diritto di parlare.
Mentre pensi agli altri lontani, pensa a te stesso, dì:
magari fossi una candela nelle tenebre!

(Mahmud Darwish, la voce più nota della letteratura palestinese, da Qualevita 158)

IV DOMENICA DI PASQUA B

IV DOMENICA DI PASQUA  B  e  preghiera dei piccoli

 

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. [12] Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; [13]egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. [14] Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, [15]come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. [16] E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. [17] Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. [18] Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».  ( Giovanni 10, 11-18)

 

Anche se non compare mai la parola “tenerezza” in questo breve, ma incisivo discorso di Gesù, i cristiani hanno sempre riletto nell’immagine di Gesù Buon Pastore, la tenerezza di Dio che, con il Suo Figlio Gesù, decide di curare, seguire, proteggere e prendersi cura del suo “gregge” e di ognuno di noi. Sin dai tempi delle catacombe, quando i cristiani erano costretti a vivere nella clandestinità per sfuggire alle dure persecuzioni dell’impero Romano, Gesù veniva raffigurato con l’immagine del Buon Pastore che ha ai piedi due pecore, mentre ne tiene un'altra sulle spalle. Era un’immagine del “dio” greco Ermete che guida e protegge il gregge (conosciuta sin dal VII secolo a.C.), non appena però i cristiani l’hanno vista e conosciuta, hanno usato proprio questa raffigurazione per farla diventare l’icona per eccellenza della tenerezza di Dio per tutti noi.

E così, con la forza di un’immagine più eloquente di tanti discorsi, i cristiani di ieri ci hanno comunicato che la fede cristiana non è un manuale di morale o un codice di comportamento che detta regole, premi e sanzioni in base al comportamento di ciascuno. Prima di guidarci sulla libertà dell’agire, il Dio di Gesù ci consegna la certezza che siamo amati, cercati, incontrati da Dio e da Lui accarezzati con tenerezza e abbracciati per ricevere quel perdono rigenerante che ci rende creature nuove. Solo se entriamo nella profondità teologica dell’icona del Buon Pastore nostra fede diventa – prima di tutto – consapevolezza che siamo amati dal Padre, guidati dal Figlio e condotti dallo Spirito Santo.

Ed il messaggio è tanto più bello e profondo quanto più, attorno a noi, sofferenza, fatica, lacrime e dolore sembrano “piegare” la nostra capacità di sperare e di guardare con ottimismo al domani. Siamo tutti stanchi e alcuni di noi sono anche depressi. Ma non possiamo permetterci il lusso di rinunciare alla “tenerezza” che il Signore Gesù riversa su ciascuno di noi per poi guidarci verso i nostri fratelli.

Dare una carezza a chi con gli occhi e con il corpo chiede vicinanza; asciugare una lacrima a chi sta male e non vuole essere giudicato; tacere quando l’altro grida la sua rabbia e la sua disperazione; dimenticare un torto subito e imparare a perdonare, visitare un ammalato e stare accanto a lui anche senza parlare, ridurre un prestito a chi non può restituire quanto ricevuto, condividere ciò che non serve con chi non ha nulla, sono scelte liberanti che abitano dalla parte opposta della debolezza e che rendono forti. Per dirla con le parole di Papa Francesco, sono la vera rivoluzione della tenerezza (Evangelii gaudium, numero 88) di cui abbiamo tutti bisogno per impedire che l’essere “forti” venga confuso con la “fragilità” di chi non sa entrare nei panni dell’altro e non sa commuoversi.

Gesù ha fatto tutto ciò che ha detto e ha vissuto in prima persona il suo discorso. Ha dato tutta la sua vita (fino alla morte di croce) e per tutti noi. Per questo è il buon Pastore: perché ci conosce, perché si occupa di ciascuno di noi e perché dà la vita per le “Sue” pecore. Si noti però la finezza introdotta dall’evangelista: nel presentarsi come il Pastore che dà la vita per le sue pecore, Gesù introduce la figura del mercenario: il falso pastore che non appena vede arrivare il lupo fugge e abbandona il gregge al pericolo e alla dispersione perché “non gli importa delle pecore”. Il confronto tra il Buon Pastore e il mercenario, sembra buttato lì per evidenziare in modo figurato la straordinaria forza dell’amore di Gesù per ciascuno di noi, ma sembra destinato a non essere ripreso dall’evangelista. In modo inatteso, però, al capitolo 18 san Giovanni ci presenta Pilato che, nel goffo tentativo di impedire che altri decidano per lui, sottopone alla folla il famoso quesito su chi liberare in occasione della Pasqua: Gesù o Barabba? Il seguito lo conosciamo: “Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui ma Barabba!»”. E a chi scrive non resta che annotare: “Barabba era un mercenario”. Tra Gesù Buon Pastore e Barabba “mercenario” (il termine “brigante” delle nostre traduzioni è lo stesso utilizzato al capitolo 10 per dire “mercenario”), la folla sceglie il falso pastore: colui al quale non gli importa delle pecore.

L’eucaristia domenicale e l’ascolto della sua Parola ci aiuti a essere, restare e diventare “pecore” che scelgono – sempre – il Buon Pastore che ci ama con la tenerezza che accende in noi la rivoluzione dell’amore. Buona domenica e buon 25 aprile.

 

                                   Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                  quando la maestra o gli amici mi dicono che sono una pecora, lo fanno solo per sgridarmi o per prendermi in giro (e per me è un rimprovero brutto o un ‘offesa).

Tu invece non hai paura di presentarti come il buon pastore e di ricordarci che noi siamo le “Tue” pecore.

Tu non ci “guardi” come qualcuno pagato per sorvegliarci.

Tu ti occupi di noi e dai la Tua vita per farci stare bene e per proteggerci.

Gesù, oggi ho capito una cosa: è impossibile non essere “pecora”.

Però possiamo sbagliare “pastore” e farci guidare da chi non si occupa di noi.

E sai perché mi fido di Te come Pastore?

Perché Ti sei fatto agnello (come noi) per capirci meglio.

Gesù se vedi che seguo altri pastori, fammi sentire la Tua voce e fa che la Tua Parola mi riporti a Te.

Grazie Gesù.

Padre nostro in aramaico

 Padre nostro in aramaico

Padre nostro che sei nei fiori, nel canto degli uccelli, nel cuore che batte; che sei nell’amore, nella compassione, nella pazienza e nel gesto del perdono.

Padre nostro, che sei in me, nella mia famiglia, nei miei amici, che sei in colui che amo, in colui che mi fa male, in colui che cerca la verità...

Sia santificato il tuo nome, adorato e glorificato, per tutto ciò che è bello buono, giusto, retto, onesto, di buon nome e misericordioso.

Il tuo regno di pace e giustizia, fede, luce e amore, venga a noi. Sii il centro della mia vita, della mia casa, della mia famiglia, del mio lavoro, del mio studio. ….

Sia fatta la tua volontà, anche se le mie preghiere a volte riproducono più il mio orgoglio, il mio ego, che i miei veri bisogni.

Perdonami tutte le mie offese, i miei errori, le mie colpe, i miei peccati e le mie offese contro di te, contro me stesso, e contro coloro che mi circondano, perdonami quando il mio cuore diventa freddo;

Perdonami come quando io con il tuo aiuto perdono coloro che mi offendono, anche se il mio cuore è ferito.

Non indurmi nelle tentazioni degli errori, dei vizi, della critica, del giudizio, del pettegolezzo, dell’invidia, dell’orgoglio, della distruzione, dell’egoismo e dell’egocentrismo.

E liberami da ogni male, da ogni violenza, da ogni disgrazia, da ogni malattia. Liberami da ogni dolore, da ogni pena, da ogni afflizione, da ogni angoscia e da ogni delusione.

Ma anche se vedi queste difficoltà necessarie nelle mia vita, che io abbia la forza e il coraggio di dire:

“Grazie, Padre, Signore Re dell’universo, per questa lezione!

Che così sia!

 

Comunità cristiana di base di Via città di Gap - Pinerolo

Ines Rosso,  domenica 18 aprile 2021

 

III DOMENICA DI PASQUA ANNO B

III DOMENICA DI PASQUA  ANNO B

 

«Ed essi [i discepoli di Emmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.44Poi disse: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture  46e disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni”».  Lc 24, 35-48

 

In un simpatico racconto pubblicato dall’inserto La lettura del Corriere della Sera di domenica scorsa, Jumoke Verissimo, poetessa e scrittrice nigeriana, scrive così a proposito della morte della levatrice che ha fatto nascere il protagonista della storia: “Preferì morire piuttosto che vedere giorno dopo giorno bambini uccisi dai loro genitori. Se vi chiedete perché il governo o nessun altro abbia fatto qualcosa al riguardo, potrei anche dirvi che né il governo né nessun altro si preoccupa di persona come noi. I poveri sono sempre davanti agli occhi dei ricchi, ma questi non li vedono mai finché non diventano un mezzo per risolvere i loro problemi.”. Sono certo che chi ha scritto questo testo non prevedeva l’utilizzo del suo racconto per commentare il Vangelo di san Luca nella III Domenica dopo Pasqua, ma è difficile spiegare meglio la drammatica contraddizione della vista umana: tutto è sotto i nostri occhi, ma vediamo “solo” ciò che ci interessa, che ci serve e che siamo tentati di sfruttare. I discepoli di Emmaus e gli Undici sono alla presenza del Risorto che si pone “in mezzo a loro”. Lo vedono, ma sono convinti di vedere un “fantasma” e non riescono ancora a credere che quella concreta presenza (che si lascia vedere, toccare e che mostra i segni della crocifissione su mani e piedi) sia proprio Lui: il Gesù che si è lasciato condannare a morte e che ha vinto la morte e che ora, vincendo la morte, è il Signore.

Neppure il mangiare “una porzione di pesce arrostito davanti a loro” scioglie i loro dubbi. Perché cambi in loro il modo di vedere e di usare gli occhi, è necessario che Gesù Risorto “apra loro la mente per comprendere le scritture”. Il che significa che se il Vangelo non corrette il nostro modo di “vedere”, siamo come dice Jumoke Verissimo: con i poveri sempre sotto gli occhi, ma incapaci di vederli (fino a quando non possono servire per risolvere i nostri problemi!).

Il Sud del mondo – lo sappiamo – non lo vede nessuno, tranne chi commercia con i Paesi poveri per “vendere” loro servizi, tecnologie, macchinari e armi che – da soli – non sono in grado di procurarsi. Anche chi ha bisogno dei loro prodotti (da rivendere a prezzi maggiorati) e della loro manodopera (sottopagata) vede e conosce i Paesi poveri. Conclusi però gli affari commerciali, tutte queste persone lontane da noi, diventano “fantasmi” e invisibili. Ma non sono solo i Paesi poveri che non vediamo.

Sotto i nostri occhi passano – ogni giorno – scene di persone “piegate” dalla disoccupazione che, puntualmente non vediamo. Lo stesso dicasi per gli “invisibili” che abitano vicino a noi e che sono appesantiti (ma dovremmo dire quasi “abbandonanti”) dalla presa in carico di disabili e anziani non autosufficienti. Anche i nostri bambini crescono e studiano vicino ad amici e compagni di banco senza accorgersi che non possono accedere alla DAD (Didattica A Distanza) perché sono senza computer, senza connessione e perché le loro famiglie (che sembrano dei “fantasmi”) si vergognano a chiedere aiuto. Ma i nostri occhi non “vedono” nemmeno i tanti che – quotidianamente – si fanno carico di tutto ciò che questa pandemia ha scatenato e che spendono tutte le loro forze, energie e risorse come infermieri, medici, volontari, operatori della protezione civile e in quei mille servizi senza i quali saremmo tutti decisamente più poveri. Sono questi, però, i “segni” di bontà, di giustizia e di attenzione al fratello debole con cui Gesù risorto si lascia incontrare e trovare. Sono loro – i nostri fratelli che si prendono cura del prossimo, del creato e della Pace – che ci fanno incontrare (e riconoscere) il Risorto. L’esperienza ce lo ha ormai confermato: girarsi dall’altra parte quando povertà, male e ingiustizie bussano alla nostra porta, non ci rende felici. Ci immerge in quella indifferenza che ci fa morire di noia e di egoismo. Per essere “beati” dobbiamo imparare a stare con il Vangelo affinché il Signore risorto presente nella Scrittura ci apra la mente (e il cuore) e ci abiliti a riconoscerLo nei tanti crocefissi – con mani e piedi segnati da visibili ferite – che ci camminano accanto e che ci aiutano a ritrovare il senso della vita, della vista, della comunità e della bontà intrisa di giustizia.

Buona domenica.

 

Preghiera dei ragazzi

Caro Gesù,

dimmi se ho capito giusto: vai a trovare i tuoi discepoli. Mostri loro i segni delle ferite su mani e piedi, chiedi del cibo da mangiare e – nonostante questo – loro hanno paura e non riescono ancora a credere in Te?

Sai che cosa mi ha detto mia nonna quando le ho chiesto perché la sua piccola bibbia è tutta consumata? “Perché sono vecchia – mi ha risposto – è perché l’ho tenuta sempre con me. Tutta la vita. L’ho letta e ri-letta tante volte. E giorno dopo giorno, si è consumata. Ma sono contenta. Perché leggendo il Vangelo sono stata con Gesù”.

Gesù hai ragione Tu: senza leggere il Tuo Vangelo, Tu ci passi vicino e noi non ti vediamo e non ti riconosciamo. Come se Tu fossi un fantasma.

Anch’io, da vecchio, vorrei avere la copia del mio Vangelo consumata.

Ho voglia di stare con Te, Gesù.

II DOMENICA DI PASQUA B

II DOMENICA DI PASQUA B  

 «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. 22Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. 27Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. 28Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. 29Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».      ( Giovanni 20, 19 -32)

 

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Forse è questo ciò che l’evangelista vuole comunicarci: l’unanimità non è mai una bella parola e nemmeno un buon risultato. Solo la dittatura si illude di avere il consenso di tutti, ma sempre e soltanto con l’uso della forza e della violenza.

La comunità cristiana che segue Gesù è chiamata a seguire Lui: il Maestro che rispetta il passo di tutti e che non ha paura di tornare due volte nello stesso ambiente per incontrare anche chi non era presente alla sua prima visita. Ma Gesù torna dai “Suoi” anche perché ha intuito che sono divisi, lacerati e alle prese con reciproche accuse. L’assente viene considerato da chi è “dentro” come un “imprudente” e un “esaltato” mentre quanti erano “a porte chiuse” sono giudicati – da chi è “fuori” come paurosi e poco fedeli al Signore Gesù che ha dato la vita per noi.

Gesù risorto vede, intuisce, capisce, coglie, collega tutto, ma non giudica e soprattutto non condanna mai. Il suo obiettivo è impedire che le diversità di vedute, di modi di fare e di stili di vita – presenti nelle Sue comunità – diventino “steccati” che autorizzano a giudicare l’altro e a condannare chi non si adegua alla visione della maggioranza. Se questo avviene non c’è più “comunione”, ma “unanimità” che necessita di controlli, di spionaggio, di scomuniche e di violenza. Gesù mira al regalarci comunione nella diversità. (che è il vero dono di Pasqua che il Suo Spirito ci consegna).

Gesù risorto non è spaventato se in apparenza ci sono “due parrocchie”: quella di chi partecipa al rito della domenica e quella di chi cerca la Sua presenza nelle strade della carità e della giustizia. E nel rito eucaristico come nel fratello da servire, è lo stesso Signore che ci viene incontro. Il Risorto che si lascia trovare anche nel fratello che soffre e che si è chiamati a servire in ospedale, in casa o in una RSA è lo stesso Signore Gesù che si rende presente nel Vangelo, nel pane spezzato, nel fratello che prega con me.

Abbiamo – è vero – due parrocchie, ma il Signore Gesù è unico e non ha paura di fare due volte la stessa strada per cercare gli uni e gli altri. Trova ciascuno di noi perché nessuno sia tentato dal giudicare l’altro o – peggio ancora – dallo scomunicare chi non si allinea con la maggioranza. E si noti la finezza: senza un gruppo di prudenti e timidi (ritenuti quasi sicuramente da Tommaso come paurosi e incoerenti), Tommaso non avrebbe mai avuto la possibilità di essere trovato dal Signore Gesù. Ma vale anche l’opposto: senza la “forza” di Tommaso che non si nasconde nel pieno di una persecuzione cristiana (considerato oggettivamente un incosciente dal gruppo dei “prudenti”!), noi non avremmo la più bella professione di fede di tutti i tempi: “Mio Signore e mio Dio”. La tavola eucaristica ci dona la forza di essere “chiesa in uscita”, ma il calpestare le strade del mondo ci impone la sosta rigenerante dello spezzare il pane eucaristico insieme.

Oggi come ieri. Sono le nostre “due parrocchie” che formano la grande chiesa del Signore Gesù il quale non ha paura della diversità e del pluralismo.

Due parrocchie che dovranno, prima o poi, incontrarsi e ritrovarsi. Sapendo che l’iniziativa di avvicinare queste diversità è del Signore Gesù (non dei preti e nemmeno dei più devoti!) e che la sola cosa che ci è chiesta è quella di non giudicare, di non scomunicare chi non è fisicamente con noi e di mettere le nostre mani nelle tante ferite dei crocefissi di oggi (malati, immigrati, detenuti, disoccupati, etc.) Solo questo modo di essere, di vivere e di credere nel Signore Gesù che ama le nostre belle diversità, ci rende “beati”.

Buona seconda domenica Pasqua a tutti.

 

 

                                              Preghiera dei ragazzi

Caro Gesù,

        anche noi siamo “a porte chiuse”, ma per timore del corona virus, per paura del contagio e perché siamo in zona rossa (e non possiamo uscire).

Oggi mi piace pensare che “venne Gesù” vuole dire che Tu vieni nelle nostre case anche se siamo nel pieno del lock down.

Anche perché se Tu non vieni a trovarci, non siamo solo “chiusi in casa” ma diventiamo anche sempre più “chiusi in noi stessi”.

Grazie Gesù perché Tu ci cerchi anche se siamo a “porte chiuse”.

È bello leggere che otto giorni dopo sei tornato per incontrare anche Tommaso. Secondo me volevi aiutare quelli chiusi in casa a non litigare con chi “non era con loro quando sei arrivato”.

Grazie Gesù. Sei davvero Maestro. Non giudichi nessuno e fai due volte la stessa strada per insegnarci a stare insieme anche se diversi e per incontrare ciascuno di noi.

don Michele Do

 CREDO DI ST. JACQUES (don Michele Do)

Credo in un solo Dio che è Padre
fonte sorgiva di ogni vita, di ogni bellezza, di ogni bontà.
Da Lui vengono e a Lui ascendono tutte le cose.
Credo in Gesù Cristo, figlio di Dio e figlio dell’uomo,
immagine visibile e trasparente dell’invisibile volto di Dio,
immagine alta e pura del volto dell’uomo
così come lo ha sognato il cuore di Dio.

Credo nello Spirito Santo,
che vive ed opera nelle profondità del nostro cuore
e di ogni creatura,
per trasformarci tutti ad immagine di Cristo.
Credo che da questa fede fluiscono
le realtà più essenziali e irrinunciabili della nostra vita:
la comunione dei santi e delle cose sante, che è la vera chiesa,
la buona novella del perdono dei peccati,
la fede nella Risurrezione, che ci dona la speranza
che nulla va perduto della nostra vita:
nessun frammento di bontà e di bellezza,
nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato,
nessuna lacrima e nessuna amicizia. Amen!

AL SEGNO DELLA PACE

Donaci o Signore non la pace facile dei giorni sereni e felici, 
di quando le cose vanno bene, ma quell'altra difficile,
costosa e stigmatizzata pace, di chi in ogni ora della sua vita,
davanti all'impossibile ed all'incomprensibile, 
trova in sè il coraggio e la forza di posare il capo sulle ginocchia di Dio.

 

DOMENICA DI PASQUA

 DOMENICA DI PASQUA   (Gv. 20,1-9)

Non avevano ancora compreso la Scrittura che cioè egli doveva risorgere dai morti”. 

L’inizio del racconto è interessante: tutti gli uomini (inteso come i “maschi” coraggiosi che litigavano per il potere da “spartire”), sono “scappati”. Siamo all’inizio del giorno (“quando era ancora buio”) ed è una donna la sola che si reca al sepolcro di Gesù per onorare la sua salma. Tutto ciò che vede è “che la pietra era stata tolta dal sepolcro”. E all’interno della tomba vuota, sperimenta una grandissima paura. E proprio per questo scappa, corre e va a cercare Simon Pietro e l’altro discepolo (“quello che Gesù amava”).

La domanda è obbligata: perché la resurrezione di Gesù non ha la forza di spazzare via – una volta per tutte – i segni di morte che ci avvelenano la vita? Buio, sepolcro, paura, solitudine, assenza… , sono realtà ancora presenti “in mezzo a noi” e facilissimi da vedere e da incontrare. A differenza di Gesù risorto che, come ci dice san Giovanni, è anche Lui vicino e “in mezzo a noi”, ma non ci è dato di “vederlo” in modo immediato e diretto.

Il perché san Giovanni costruisca così questo racconto è chiaro: per impedire che il lettore del Vangelo cerchi Gesù Risorto come un’“idea” di felicità e non capisca che Gesù è il solo Maestro che va cercato e seguito per ascoltare la Sua Parola, il suo insegnamento (e esempio) e per entrare con Lui nel terreno del servizio, del dono, del perdono e dell’amore fino alla fine. Questo è il grande rischio che corre chi usa il vangelo come un ricettario della felicità: sognare una bacchetta magica che spazzi via dolore, lacrime, sofferenza e morte per immergerci in un mondo (finto) dove lo stare bene è “immaginato” sempre in termini individuali (al massimo con i pochi intimi) e rappresentato da vacanze eterne.

Il Vangelo non è questo. È Parola che cambia il nostro modo di vivere e che ci rende visibile la speranza anche nei momenti più bui della nostra storia (personale e collettiva). Il Vangelo è Parola che convive con i segni di morte (buio, lacrime, paura e morte) che affiancano la nostra vita per dirci che grazie al mattino di Pasqua, queste sono diventate parole penultime per lasciare spazio alle vere e definitive parole dell’esistenza: bontà, gioia, perdono, comunione e vita che non ha più fine.

Ma non è di queste parole che abbiamo bisogno nel mezzo della pandemia che ci ha tagliato la strada? I segni di morte che ci circondano li conosciamo: nel solo mese di marzo 2021 sono stati quasi 12.000 i morti nel nostro Paese (3 milioni i morti nel mondo dall’inizio della pandemia!). Ma dietro ad ogni morte c’è una famiglia che piange, una comunità in lutto, un amore spezzato, figli e nipoti che restano orfani. Per non parlare di chi lavora per “fermare” il male, ma non vede arrivare la fine ed è sfinito; di chi sta perdendo il lavoro, di chi – chiuso in casa – non regge più perché più fragile di altri, etc.

San Giovanni ci offre un prezioso aiuto per insegnarci a reagire al male e per educarci a scorgere i segni di Pasqua in mezzo a noi:

  1. Il primo – forse il più bello – è quello di non stancarsi di cercare la vita sapendo, però, che non siamo noi a trovare Gesù, ma che siamo e che saremo, sempre, trovati da Lui. A noi è chiesto di cercare vita, bontà, giustizie e speranza. A Lui il compito di trovarci e di guidarci sulla strada della gioia.
  2. Cercare, camminare e correre…, “insieme”. Mai da soli. Maria di Magda, Simon Pietro, l’altro discepolo, sono il segno eloquente di una comunità chiamata a sostenersi all’interno di quella corresponsabilità senza la quale non si cresce e non si vive.
  3. Fare della vista una funzione che intreccia insieme occhi, cuore e ragione. Solo con gli occhi si rischia di restare sopraffatti dal buio; solo con il cuore si diventa ingenui e ci si espone all’avanzare del male che può travolgerci; solo con la ragione non si intravedono i segni lasciati dalla Scrittura che “illuminano” la nostra vita e la cambiano in meglio. 
  4. Imparare a leggere, a pregare e a “stare” con il Vangelo. Domanda: ma il lock down forzato, ci ha aiutato a fare qualche sana lettura spirituale?
  5. Occuparsi degli altri. Dedicare un po’ del nostro tempo a chi è più debole (e Maria di Magdala si è recata al sepolcro per prestare le sue dare cure a chi era ormai immerso nel massimo della debolezza). È l’affascinante legge dell’amore di Dio: siamo trovati da Lui non appena ci portiamo alla ricerca di chi è al fondo della fila, di chi sta peggio di noi, di chi è senza cibo, coperte, casa, lavoro e salute

Ultimo particolare: nel giorno di Pasqua la chiesa – facendo suo l’insegnamento di san Giovanni – non ci offre l’incontro con Gesù risorto. Per ricordarci che non saremo noi a trovare il Risorto, ma che se ci portiamo alla ricerca di chi è più debole e se ci lasciamo trovare da Lui, per noi Pasqua non sarà solo una festa di primavera (senza mancare di rispetto alla bellezza di una natura che libera la voglia di vivere!), ma la “buona notizia” che ci cambia la vita, che ci fa sentire amati da Dio e trovati dal Suo Figlio Gesù che, con il Suo Spirito, ci rende capaci di ricambiare l’amore ricevuto.

Buona Pasqua a tutti, a ciascuno e in modo speciale a chi ne ha più bisogno.

 

 

                                          Preghiera dei bambini

Caro Gesù,

                     Maria di Magdala mi piace tantissimo perché è lei che prende l’iniziativa di recarsi al tuo sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio. Mamma ha ragione: le donne sono più coraggiose degli uomini!

Anche Pietro però è simpatico: è il primo ad entrare dove ti avevano deposto. Vede tutto. Ma da solo non riesce a capire.

L’altro discepolo è quello che corre veloce (come me); entra dopo Pietro, ma è il primo a collegare tutto e a credere che Tu hai vinto la morte e che sei vivo.

Gesù, non so dirti a chi assomiglio. Credo che in ognuno di noi ci sia un po’ di Maria di Magdala, ma anche un po’ di Pietro e  un po’ dell’altro discepolo.

Grazie Gesù, perché solo se restiamo uniti e capaci di aspettarci l’un l’altro, Tu ci trovi.

Gesù, benedici tutti i malati e chi li cura.

V DOMENICA DI QUARESIMA B

V DOMENICA DI QUARESIMA   B

«Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c'erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. 22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose loro: “È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. 24In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.27Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! 28Padre, glorifica il tuo nome”. Venne allora una voce dal cielo: “L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!”.29La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”. 30Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. 33Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire».   (Gv. 12, 20 -23)

 

Il fatto che alcuni greci “vogliono vedere” Gesù è abbastanza normale. È appena entrato in Gerusalemme acclamato come un Re, ma seduto su un asinello, dice il testo del Vangelo (Gv. 12, 14) e non sul dorso di un cavallo di razza o trasportato da una prestigiosa carrozza! Di lui si dice che scappi non appena sente che qualcuno lo cerca per farlo Re; si racconta anche che non “si piega” alle richieste delle autorità religiose disturbate dal suo modo di comportarsi e che – nonostante le dure critiche che gli vengono mosse – non abbia nessuna intenzione di “fermare” il suo frequentare e stare con lontani, peccatori, impuri, malati e stranieri. Cercare di vedere un soggetto così insolito è normale, ci fa capire l’evangelista. Non solo per i greci, ma anche per i giudei che hanno saputo della resurrezione di Lazzaro da parte di Gesù e vogliono vederli insieme (Gv. 12,8-9).

Sembra proprio che l’evangelista voglia presentare al suo lettore tanto la ricchezza e le sfumature del verbo vedere quanto i suoi limiti. Anche perché c’è chi “vuole vedere” per capire, chi è mosso, nel “voler vedere”, da una sana curiosità e chi – al contrario – non “vuole vedere”, ma solo spiare e controllare l’altro per difendere se stesso. Chi scrive arricchisce la sua riflessione con un particolare che rischia di non essere notato. I greci che vogliono vedere Gesù (per verificare se fama e immagine si avvicinano e se la prima giustifica la seconda), non hanno la forza di avvicinarsi a Lui “da soli”. Hanno bisogno della mediazione di un discepolo di Gesù, Filippo, (nome greco) per arrivare il più vicino possibile là dove Lui passa e si rende visibile.

Il messaggio che l’evangelista invia al suo lettore è forte: il verbo vedere non è azione individuale, ma attività che giunge alla sua vera pienezza solo se esercitata in modo comunitario, con l’aiuto di altre persone. Non è sfumatura debole o periferica. Quando si guarda da soli, è forte il rischio di vedere solo ciò che si riesce a scorgere e quanto si è disposti a vedere. Chi ha il cuore carico di odio, per fare un esempio, vede l’altro solo con il filtro del suo rancore; ne intravede solo i difetti e non riesce a “fissare” altro se non il modo per fargli del male. Ma si pensi al tema e alla realtà della paura. Quando si è terrorizzati da un imminente fonte di pericolo (e il rischio del contrarre il covid 19 è l’esempio più immediato che tutti conosciamo), “vede” solo l’urgenza e la necessità dell’evitare il contagio e di difendersi da tutto e da tutti: a volte in modo corretto, altre volte con modalità eccessive (a costo di chiudersi in sé e di negare l’aiuto al fratello nel bisogno).

Perché il “vedere” diventi umano, fonte di libertà e in grado di generare liberazione e sguardi d’amore – ci fa capire san Giovanni – deve entrare in una logica comunitaria. Fissare il mondo dalla parte del “noi” e non solo come “io”, vuole dire integrare lo sguardo con la logica del cuore. Ed eccoci all’interno di questo passo di vangelo: chi impara a vedere con la logica del cuore, passa dallo sguardo superficiale di chi “non vede” perché troppo centrato su di sé, al guardare di chi, grazie all’apertura del suo cuore e alla vita comunitaria, sta imparando ad amare e a coinvolgersi per il debole sul quale si è posata la sua vista.

La risposta del Maestro di Nazaret ai greci che vogliono “vederlo” è, apparentemente, senza senso. Con la Sua risposta, però, Gesù porta chi lo interroga a spostare il suo sguardo verso il solo aspetto visibile dell’amore: il dono di sé. Anche perché l’amore non si vede. Ciò che possono cogliere i nostri occhi è il dono della vita che l’altro ci consegna. L’ora di cui parla Gesù – “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato” – è il momento in cui Gesù muore in croce per noi. Solo chi capisce (senza vederlo) che il chicco di grano sotto terra “muore” per darci il “frutto” del pane, vede e vedrà avanzare l’amore nella sua vita.

Imparare a “vedere” l’amore: questa la bella lezione che ci proviene dal Vangelo di oggi. Ed è scuola e cattedra di cui abbiamo profondamente bisogno: per puntare gli occhi non solo su chi vince San Remo, su chi si arricchisce con vincite milionarie o su tutti gli effetti negativi (che restano negativi!) delle tante chiusure a cui siamo sottoposti a causa del covid. Se non si fissa lo sguardo sull’ora in cui Gesù muore in croce per noi e ci consegna la (vera) grammatica dell’amore, ognuno di noi “vede” solo il limite (individuale) di quanto ci viene imposto e non “vede” che il dono di sé è necessario perché l’altro viva e perché avanzi la liberazione generata dall’amore.

Tra due settimane è Pasqua. Il Signore Gesù rinnovi in noi il “vedere” per renderlo capace di scorgere la bellezza della vita anche in momenti di fatica e di dolore come questi.

Buona settimana.

                                                    Preghiera dei “piccoli”

Caro Gesù,

                     appena ho ascoltato dal Tuo Vangelo che i “greci Ti volevano vedere”, ho pensato a san Tommaso. Anche lui voleva “vedere” i segni delle tue ferite prima di credere in Te.

 E sai che cosa mi spiazza di Te? Che Tu u non mi chiedi di fare questa o quella opera buona prima di consegnarmi il Tuo amore.

Tu non mi vuoi bene solo se “vedi” che io mi comporto bene. Tu credi in me, Ti fidi di me e mi vuoi bene senza nulla chiedermi in cambio.

Gesù voglio imparare questo tuo modo di fare.

Insegnami a fidarmi di Te e di chi vive con me senza mai chiedere segni o chissà quale prova.

Gesù voglio fare come il chicco di grano: vivere per gli altri e dare molti frutti.

  

P.S Gesù aiutaci ad uscire da questa pandemia. Siamo di nuovo tutti in  zona rossa.

IV DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

IV DOMENICA DI QUARESIMA  ANNO B     14 marzo 2021

 

Dal Vangelo di Giovanni ( Gv 3, 14-21)

«E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15  perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non  vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. 19 E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21 Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

Nel vangelo di Giovanni la figura di Nicodemo compare solo tre volte. La prima al capitolo 3 in cui si dice che era “uno dei capi dei Giudei” (Gv. 3,1) e che si reca da Gesù “di notte”. La seconda quando prova timidamente a difendere Gesù (“La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?” – Gv. 7,50). E, infine, dopo la morte di Gesù in cui si dice che porta, per la Sua sepoltura, “circa 30 chili di una mistura di mirra e di aloe” (Gv. 19, 39).

Tre distinti momenti che possono interpretare molto bene quanto stiamo vivendo.

  1. Da oltre un anno siamo immersi nella notte della pandemia senza vedere i segni dell’alba. Solo in Italia le cifre parlano di oltre tre milioni di contagiati e più di 100.000 morti (quasi 3 milioni i morti nel mondo). Siamo stanchi e persino sfiduciati.
  2. L’8 marzo celebrato all’inizio della settimana ci ha ricordato che sono ancora troppe le donne vittime di compagni che confondono il possesso con l’amore (12 donne uccise solo dall’inizio di quest’anno!).
  3. Il profetico e coraggioso viaggio di Papa Francesco in Iraq ci ha obbligato a vedere anche ciò che preferiremmo ignorare: gli orrori delle guerre, gli scandali delle armi vendute per fare profitto, la distruzione della vita e dell’habitat generato dall’odio e dalla violenza, il doppio diritto ad emigrare di ogni essere umano, etc.

Domanda: non siamo un po’ tutti come Nicodemo? Alla ricerca della verità e – allo stesso tempo – così “timorosi” delle conseguenze del nostro muoverci, da agire con il favore delle tenebre e con tutte le nostre ansie e insicurezze. Cerchiamo la vita, ma siamo anche un po' complici con chi la nega e la calpesta! Non possiamo sentirci in colpa per il fatto di vivere nella parte del mondo più garantita, ma non possiamo sentirci autorizzati a girarci dall’altra parte quando veniamo a conoscenza delle ingiustizie del pianeta. Vorremmo reagire, cambiare qualcosa, seminare speranza e costruire contesti in cui non si debba obbligatoriamente parlare di paura, di morte, di malattia e di ingiustizie. Non sappiamo però da che parte andare. In che direzione muoverci e come portare luce e speranza là dove sembrano vincere buio, notte e disperazione.

       Il colloquio tra Gesù e Nicodemo ci offre una gran bella pagina di metodo, di speranza e di sostegno anche spirituale. Intanto ci conferma sul fatto che la Sua Parola non è mai inoperosa. Una volta entrata in noi e ascoltata con libertà e fiducia, scava nel nostro cuore, lo abita e fa crescere in noi la gioia di chi si sente amato e la forza di chi sa adoperarsi per fermare l’avanzare della morte. Quel timido cenno al capitolo 7 del suo vangelo in cui l’evangelista ci presenta Nicodemo come desideroso di maggior giustizia per Gesù, è, il primo frutto di quella Parola ascoltata “di notte” e che comincia a trasformare il vivere. Nicodemo non si muove più dando la priorità a quelli del suo clan (“prima i nostri!”), ma si sente interpellato dall’ingiustizia e prova a schierarsi dalla parte della libertà e della verità (riconoscendo che in Gesù non ci sono colpe). La frase di Gesù - “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” – sta ormai facendosi spazio nel suo cuore per convincerlo che l’amore è più forte dell’odio proprio come la vita vince la morte. Nicodemo non ha ancora capito che cosa vuole dire che “il figlio dell’uomo deve essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto”, ma non appena vedrà Gesù sulla croce che muore per noi e che perdona i suoi carnefici (oltre ad accogliere anche chi gli muore accanto), capisce che quell’essere “innalzato” sulla croce è il segno dell’amore con cui Gesù ci ha amato. Nicodemo – reso “adulto” e “solido” dalla Parola di Gesù – ha ora la forza di portare, nel “giardino” in cui viene deposta la salma di Gesù, 30 chili di profumo: perché la fragranza della vita fermi – una volta per tutte – l’avanzare della morte. Là dove la pandemia ci vorrebbe mangiare la speranza, nei contesti di guerra e di devastazione creati da troppe armi e nelle case in cui si piange la morte di una donna a causa della violenza di chi l’avrebbe dovuto proteggerla, avanzi il profumo della vita e dell’amore con la stessa delicatezza, speranza e forza con cui Nicodemo ha fatto il “suo” gesto. Buona Quaresima.

                                                                                                    

Preghiera dei piccoli

                                        

                         Caro Gesù,

                   vero che Nicodemo è quello che ha portato 30 chili di profumo per la tua sepoltura?

Proprio lui che era pieno di dubbi, di paure e che non voleva farsi vedere parlare con Te (quello che ti cercava “di notte”), non appena ha saputo che Tu sei morto in croce, è l’unico che si prende cura del tuo corpo dopo la Tua morte in croce

Quel profumo, secondo me, è il suo modo per ringraziarti di tutto quello che gli hai insegnato e per dirti che ha capito: Tu non sei venuto per condannare il mondo, ma per portare a tutti noi il profumo dell’amore di Dio.

Gesù anch’io sono un po’ come Nicodemo. A volte ho paura a farmi vedere con Te; altre volte vorrei cercati “di notte” per chiederti di aiutarmi a vivere bene.

Grazie Gesù perché Tu non ci condanni mai e perché porti nella mia vita il profumo dell’amore di Dio.