Preghiere poesie

Vuoi telefonare a Dio?

Vuoi telefonare a Dio?

La Telecom continua ad informarci sulle molte possibilità offerte dal servizio telefonico. Ma cosa si deve fare se si vuole telefonare a Dio? Il nostro foglio vuole colmare questo silenzio regalandovi sette regole per una buona comunicazione.
1. Scegli il prefisso giusto. Non comporre un numero a caso.
2. Una conversazione telefonica con Dio non è un monologo.
Non parlare sempre tu, ma ascolta anche colui che ti parla dall'altro capo del filo.
3. Se la comunicazione si è interrotta, controlla se sei stato tu a far cadere la linea.
4. Non prendere l'abitudine di chiamare Dio solo nei casi urgenti.
5. Non telefonare a Dio solo nelle ore di "tariffa ridotta", cioè al termine della settimana. Dovresti riuscire a fare delle brevi chiamate in modo regolare.
6. Ricordati che le chiamate a Dio non costano nulla.
7. Non dimenticare di richiamare Dio se ti ha lasciato dei messaggi continui sulla tua segreteria.

Servizio della Parola 280

 

IL PERDONO (P. Carlo Maria Martini)

IL PERDONO   (P. Carlo Maria Martini)

 

"Tu sai, mio Dio,
che sono debole e impreparato al buon uso del tempo.
Non ti fidare troppo della mia resistenza alla tentazione,
non mi lasciare a lungo esposto nella prova.

Perché io voglio sinceramente
benedire il Tuo Nome,
desidero realmente entrare nel tuo Regno,
sono certo che la tua volontà
è il compimento del mio bene.
Credo con tutto il cuore
che tu custodisci le cose buone
per le quali riesco a trovare il tempo,
affinché non vadano perdute.
E che sei pronto a sciogliermi dal tempo che ho perduto
nel momento stesso in cui riesco a vincere la mia paura
e a confessare la mia colpa.

Quando io ti rendo disponibile il tempo che mi affidi,
e lo arrischio per venire in soccorso
della mancanza del mio fratello,
io so che il mio tempo si arricchisce
fino a cento volte, fin d'ora:
e molto mi viene perdonato.
E quando infine riconosco la stupidità della mia colpa,
e mi rivolgo contrito a te, Padre,
non incontro l'ombra del tuo risentimento,
ma soltanto la tenacia della tua fedeltà.
Scopro che il tempo perduto
fu per te il tempo dell'attesa
e il tempo insperabilmente ritrovato
è subito il tempo della festa."

 

 

"Adorando insieme la croce, segno della nostra salvezza,
chiediamo umilmente perdono per noi,
per le colpe di cui noi ci siamo macchiati;
chiediamo perdono anche a nome di tutti coloro che non sono qui
e non sanno chiedere perdono al Signore per le loro colpe.
Essi non sanno di quanta gioia e di quanta pace
il loro cuore sarebbe pieno se sapessero farlo.
Chiediamo perdono a nome di tutta l'umanità,
del tanto male commesso dall'uomo contro l'uomo,
del tanto male commesso dall'uomo
contro il Figlio di Dio, contro il salvatore Gesù,
contro il profeta che portava parole di amore.
E mettiamo la nostra vita nelle mani del crocifisso
perché egli, redentore buono, redima e salvi il nostro mondo,
redima e salvi la nostra vita col conforto del suo perdono."

 

Carlo Maria Martini

TUTTA LA MIA VITA È UN GRANDE COLLOQUIO CON TE

TUTTA LA MIA VITA È UN GRANDE COLLOQUIO CON TE

 

"A volte quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che scorrono da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in Te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera.

Sono stanca, molto stanca, già da diversi giorni, ma anche questo passerà, tutto avviene con un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare; è la cosa più importante che si può imparare in questa vita.

Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento già fin troppo al sicuro in te, mio Dio. A volte vorrei incidere delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo prontamente con una parola sola: Dio; e questa parola contiene tutto e allora non ho più bisogno di dire altre cose".

EttY Hillesum, deportata e morta ad Auschwitz, in una lettera inviata il 18 agosto 1943 dal campo di smistamento di Westerbork, così esprimeva la sua fede

(Riforma n. 29, 24 luglio 2020, pag.6)

BALLATA ALLA NOSTRA AMATA CULLA DELL'UMANITÀ

Mosaico di pace, maggio 2020

BALLATA ALLA NOSTRA AMATA CULLA DELL'UMANITÀ

C'era una terra in questo mondo.
Una terra ricca di uomini e donne.
Di bimbi e di festa
di elefanti e di leopardi
di foreste e di laghi
di mari e deserti
di speranza e di fede.
Tanta fede.
Una terra piena di sole.
C'era una terra in questo mondo
Una terra di regni, di sovrani,
di legalità, di diritti, di donne.
e che donne:
a testa alta, fiere, nobili
affrontavano con determinazione
invasori, dittatori, spadroneggiatori.
Una terra dove Dio era ovunque
una terra di speranza e di fede.
Ma c'è una terra in questo mondo
Una terra gravida di sogni, di popoli,
di diamanti, di oro, di petrolio.
Una terra ricca di legname, di coltan, di acqua.
Una terra straricca di tutto.
Una terra che tutti vorrebbero possedere.
Sarà per questo che i suoi figli e le sue figlie legittimi
da sempre conoscono ogni sorta di sopruso.
C'è una terra in questo mondo
scavata, smembrata, ambita, derubata, violentata.
Impoverita, colonizzata, sottratta ai suoi figli e figlie.
Una terra sacra.
Ma che ogni giorno
viene profanata
e nonostante tutto rimane
culla dove l'umanità
ha iniziato a respirare
una terra di speranza.
C'è una terra in questo mondo
che strana terra, bella da morire
ma dalla quale i suoi figli e le sue figlie fuggono,
e ogni via di scampo è buona
via deserto, via mare, via gommoni,
via treni, via camion
via, via, via e ancora via
da una terra piena di sole.
C'è una terra in questo mondo
Abbandonata dai suoi figli e dalle sue figlie
Che vagano verso terre lontane
spesso ostili, sempre fredde, crudeli a volte.
C'è una terra in questo mondo
una terra ripudiata eppure
amata, sognata e mai dimenticata.
Una terra piena di sole.
C'è una terra in questo mondo
dai suoi stessi figli barattata, venduta in cambio di armi
usate per uccidere coloro
che scelgono di restarvi.
C'è una terra in questo mondo
scritta, raccontata, filmata, progettata,
organizzata, ipotecata...
da rapinatori di turno
che l'hanno comprata, sfruttata, umiliata, profanata
e nonostante tutto rimane una terra
di speranza e di fede.
Una terra piena di sole.
C'è una terra in questo mondo
madre e orfana...
C'è una terra
davanti alla quale noi donne e uomini
dovremmo sostare in muto rispetto
non solo perché terra
grondante di inaudite ingiustizie
non solo perché terra di promesse nuove
non solo perché terra satura di fede
ma perché
É la mia terra
É la tua terra
É la nostra terra
É l'Africa: terra madre dell'umanità.

                                               Mosaico di pace, maggio 2020

Perché ti voglio bene

Perché ti voglio bene

Quando ti sei svegliato questa mattina ti ho osservato ed ho sperato che tu mi rivolgessi la parola, anche solo poche parole, chiedendo la mia opinione o ringraziandomi per qualcosa di buono che ti era accaduto ieri, però ho notato che eri molto occupato a cercare il vestito giusto da metterti per andare a lavorare.

Ho continuato ad aspettare ancora mentre correvi in casa per vestirti e sistemarti, sapevo che avresti avuto del tempo anche solo per fermarti qualche minuto e dirmi “ciao";  però eri troppo occupato. 

Per questo ho acceso il cielo per te, l'ho riempito di colori e di canti di uccelli per vedere se cosi mi ascoltavi, però nemmeno di questo ti sei reso conto.

Ti ho osservato mentre ti accingevi al lavoro e ti ho aspettato pazientemente tutto il giorno. Con le molte cose che avevi da fare, suppongo che tu sia stato troppo occupato per dirmi qualcosa.

Al tuo rientro ho visto la stanchezza sul tuo volto, ed ho pensato di rinfrescarti un poco  facendo cadere una lieve pioggia, perché  questa la portasse via: il mio era un dono, ma tu ti sei infuriato ed hai offeso il mio nome.

Desideravo tanto che tu mi parlassi … c'era ancora tanto tempo ho pensato.

Dopo hai acceso il televisore, ti ho aspettato pazientemente, mentre guardavi la TV,  hai cenato ed immerso nel tuo mondo ti sei dimenticato nuovamente di parlare con me.

Ho notato che eri stanco ed ho compreso il tuo desiderio di silenzio e cosi ho fatto scendere il sole ed al suo posto ho disteso una coperta di stelle ed al centro di questa ho acceso una candela; era uno spettacolo bellissimo, ma tu non ti sei accorto di nulla.

Al momento di dormire, dopo aver augurato la buona notte alla famiglia, ti sei coricato e quasi immediatamente ti sei addormentato.

Ho accompagnato i  tuoi  sogni con musica e dolci pensieri, ed i miei angeli hanno vegliato su di te, ma non importa, perché forse nemmeno ti rendi conto che io sono sempre lì con te.

Ho più pazienza di quanto t'immagini, mi piacerebbe pure insegnarti ad avere pazienza tu con gli altri.

Ti amo tanto che attendo tutti  i giorni una preghiera. I doni che ti ho dato aggi sono frutto del mio amore per te.

Bene, ti sei svegliato di nuovo ed ancora una volta io sono qui ed aspetto, senza nient'altro che il mio amore per te,  sperando che oggi tu possa dedicarmi un po' di tempo. Buona giornata.

Tuo papà Dio

La preghiera appartiene a tutti

La preghiera appartiene a tutti. Sfogare il cuore, insieme e nel nome del Padre

Rosanna Virgili -  AVVENIRE - giovedì 14 maggio 2020

La preghiera è un linguaggio universale che non appartiene solo all’homo religiosus ma interpreta tensioni dell’umano che trovano espressioni diverse, oggetti e metodi molteplici e creativi. Essa può essere intro-spettiva o psicologica, dedita all’intimità della persona, finalizzata a una conoscenza di sé, al piacere o alla pace interiore. Può essere contemplativa e declinarsi come una disciplina di pensiero, intellettuale, meditativa, rivolta all’intuizione, alla ricerca della verità o della bellezza. Può assolvere a un compito etico, credente o laico, che è quello di far da sostegno all’impegno civile, sociale, economico, dove sperare è il motore di ogni impresa individuale o collettiva. 'Speriamo di uscire da questa pandemia', dicono gli scienziati, i politici, i medici, mentre si adoperano in ogni maniera perché questo possa accadere. Avevano ragione i monaci di Montecassino, che diedero i natali all’Europa, nel coniugare l’ora al labora in un patto indissolubile.

Con buona pace di chi pensasse che pregare sia il contrario di operare e che per farlo occorra, prima, postulare l’esistenza di un Dio, partire da lassù e non da quaggiù, valgano le prove delle Scritture. Ciò che colpisce in esse è, innanzitutto, il modo di pregare, quindi la fonte, il ventre della preghiera. La sua prima comparsa è un grido che sale dal sangue di Abele per bocca della terra bagnata di violenza. Seguiranno le lacrime delle donne a farsi graffio di salmo agli orecchi di Dio. «Dio conta le lacrime delle donne», dice il Talmud, anche delle matriarche del mondo musulmano, come Agar, la madre di Ismaele. Fu a lei morente insieme a suo figlio, nel deserto, che l’Angelo di Dio si avvicinò per chiederle: «Che hai?» (Genesi 21,17). C’è una preghiera muta che avviene quando, nella mente, le parole non si formano più e la sintassi si scioglie in un delirio, in un tremore, in un vuoto disperato. Senza neppure il decoro e la compostezza che richiederebbe un Santuario. È il caso di Anna che fu creduta ubriaca, mentre: «Sono una donna affranta – ella spiegò – sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore» (1Samuele 1,15). La preghiera nasce come querela di un 'diritto' umano essenziale: la sete di vita, libertà, giustizia, felicità. I Salmi ne sono cattedrale.

Tra le tante situazioni che portano a pregare c’è anche la malattia infettiva: la lebbra. Nel lungo attraversare del deserto dell’esodo, Miriam, sorella di Mosè, diventò lebbrosa. «Dio, ti prego, guariscila», gridò allora Mosè unitamente a suo fratello Aronne (Numeri 12,13). Nella preghiera si rafforzano i legami familiari. E siccome tutto Israele era come una famiglia, nel tempo necessario all’isolamento - per sette giorni, fuori dall’accampamento - nessuno ripartì finché Maria non fu guarita. La preghiera non si sostituisce alle cure sanitarie ma rende la malattia un’occasione per cementare la comunità.

Pregare è caricarsi del peso degli altri. Come digiunare vuol dire far memoria della fame degli altri. Denunciarla, occuparsene, sapendo di non poterla soddisfare da soli. Il digiuno fu, in effetti, la prima 'preghiera' di Gesù, fratello e figlio della terra affamata. C’è un fatto curioso nei Vangeli: invece di essere il Maestro a farlo per primo, sono i discepoli a chiedergli: «Insegnaci a pregare». Avrebbero voluto, forse, una preghiera speciale che li identificasse come diversi dagli altri. Pensavano che il loro fosse un Dio lontano, invece era in Cielo: un abbraccio vicino a ogni punto della terra. Pensavano che per essere esauditi dovessero moltiplicare le parole, invece bastava la sincerità del cuore. Pensavano che Egli non conoscesse le miserie umane invece avrebbe potuto spiegargliele una a una. Pensavano che Dio avesse un nome proprio di cui potersi fare proprietari, ma Gesù li spiazzò: «Voi, dunque, pregate così: padre nostro» (Matteo 6,9). Quello di Dio era un nome comune, un semplice 'padre'. Pensavano che la preghiera di ognuno venisse calcolata in un libro privato, invece essa finiva sul conto della comune Fratellanza. Proprio come quel Padre che si è pregato a Abu Dhabi nel febbraio 2019 e che si vuol pregare oggi per un mondo che soffre di pandemia, con un coro di voci e di gesti, un fecondo contagio d’amore.

Che il vento, soffiando nei vostri capelli

“Che il vento, soffiando nei vostri capelli,

vi porti il palpitare della vita.

Che i vostri piedi lascino nella polvere

orme di speranza.

Che nell’oscurità

voi udiate battere il cuore del prossimo

Che le vostre mani si protendano

come porte che si aprono.

Che le vostre bocche trasmettano

quanto vi è stato dato di ricevere.

Che le vostre orecchie colgano

quello che le parole dicono solo a metà.

E che l’amore del Signore vi accompagni

anche là dove non vorreste andare”                          (Christian Kempf)

Maria, donna senza retorica - don Tonino Bello

Maria, donna senza retorica - don Tonino Bello


Lo so bene: non e un’invocazione da mettere nelle litanie lauretane. Ma se dovessimo riformulare le nostre preghiere a Maria in termini più umani il primo appellativo da darle dovrebbe essere questo: donna senza retorica.

Donna vera, prima di tutto. Come Antonella, la ragazza di Beppe, che ancora non può sposarsi perché disoccupata e anche lui è senza lavoro. Come Angela, la parrucchiera della città vecchia che vive felice con suo marito. Come Isabella, la vedova di Leo che il mese scorso è morto in un naufragio lasciandola con tre figli sulle spalle. Come Rosanna, la suora stimmatina che lavora tra i tossicodipendenti della Casa di accoglienza di Ruvo.

Donna vera, perché acqua e sapone. Perché senza trucchi spirituali. Perché, pur benedetta tra tutte le donne, passerebbe irriconoscibile in mezzo a loro se non fosse per quell'abbigliamento che Dio ha voluto confezionarle su misura: «vestita di sole e coronata di stelle».

Donna vera, ma, soprattutto, donna di poche parole. Non perché timida, come Rossella che tace sempre per paura di sbagliare. Non perché irresoluta, come Daniela che si arrende sistematicamente ai soprusi del marito, al punto che tronca ogni discussione dandogli sempre ragione. Non perché arida di sentimenti o incapace di esprimerli, come Lella, che pure di sentimenti ne ha da vendere, ma non sa mai da dove cominciare e rimane sempre zitta.

Donna di poche parole, perché, afferrata dalla Parola, ne ha così vissuta la lancinante essenzialità, da saper distinguere senza molta fatica il genuino tra mille surrogati, il panno forte nella sporta degli straccivendoli, la voce autentica in una libreria di apocrifi, il quadro d'autore nel cumulo delle contraffazioni.

Nessun linguaggio umano deve essere stato così pregnante come quello di Maria. Fatto di monosillabi, veloci come un "sì". O di sussurri, brevi come un fiat. O di abbandoni, totali come un amen. O di riverberi biblici, ricuciti dal filo di una sapienza antica, alimentata da fecondi silenzi.

Icona dell'antiretorica, non posa per nessuno. Neppure per il suo Dio. Tanto meno per i predicatori, che l'hanno spesso usata per gli sfoghi della loro prolissità.

Proprio perché in lei non c'è nulla di declamatorio, ma tutto è preghiera, vogliamo farci accompagnare da lei lungo i tornanti della nostra povera vita, in un digiuno che sia, soprattutto, di parole.

Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi inguaribilmente malati di magniloquenza.

Abili nell'usare la parola per nascondere i pensieri più che per rivelarli, abbiamo perso il gusto della semplicità.

Convinti che per affermarsi nella vita bisogna saper parlare anche quando non si ha nulla da dire, siamo diventati prolissi e incontinenti.

Esperti nel tessere ragnatele di vocaboli sui crateri del "non senso", precipitiamo spesso nelle trappole nere dell'assurdo come mosche nel calamaio.

Incapaci di andare alla sostanza delle cose, ci siamo creati un'anima barocca che adopera i vocaboli come fossero stucchi, e aggiriamo i problemi con le volute delle nostre furbizie letterarie.

Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi peccatori, sulle cui labbra la parola si sfarina in un turbine di suoni senza senso. Si sfalda in mille squame di accenti disperati. Si fa voce, ma senza farsi mai carne. Ci riempie la bocca, ma lascia vuoto il grembo. Ci dà l'illusione della comunione, ma non raggiunge neppure la dignità del soliloquio. E anche dopo che ne abbiamo pronunciate tante, perfino con eleganza e a getto continuo, ci lascia nella pena di una indicibile aridità: come i mascheroni di certe fontane che non danno più acqua e sul cui volto è rimasta soltanto la contrazione del ghigno.

Santa Maria, donna senza retorica, la cui sovrumana grandezza è sospesa al rapidissimo fremito di un fiat, prega per noi peccatori, perennemente esposti, tra convalescenze e ricadute, all'intossicazione di parole.

Proteggi le nostre labbra da gonfiori inutili. Fa' che le nostre voci, ridotte all'essenziale, partano sempre dai recinti del mistero e rechino il profumo del silenzio.

Rendici come te, sacramento della trasparenza.

E aiutaci, finalmente, perché nella brevità di un "sì" detto a Dio ci sia dolce naufragare: come in un mare sterminato.

 

                                                                                     Juan Arias

MARIA, NOSTRA COMPAGNA DI VIAGGIO

MARIA, NOSTRA COMPAGNA DI VIAGGIO di don Tonino Bello

 

Santa Maria, Vergine del mattino, donaci la gioia di intuire, pur tra le tante foschie dell' aurora, le speranze del giorno nuovo. Ispiraci parole di coraggio. Non farci tremare la voce quando, a dispetto di tante cattiverie e di tanti peccati che invecchiano il mondo, osiamo annunciare che verranno tempi migliori. Non permettere che sulle nostre labbra il lamento prevalga mai sullo stupore, che lo sconforto sovrasti l'operosità, che lo scetticismo schiacci l'entusiasmo, e che la pesantezza del passato ci impedisca di far credito sul futuro. Aiutaci a scommettere con più audacia sui giovani, e preservaci dalla tentazione di blandirli con la furbizia di sterili parole, consapevoli che solo dalle nostre scelte di autenticità e di coerenza essi saranno disposti ancora a lasciarsi sedurre. Moltiplica le nostre energie perché sappiamo investirle nell'unico affare ancora redditizio sul mercato della civiltà: la prevenzione delle nuove generazioni dai mali atroci che oggi rendono corto il respiro della terra. Da' alle nostre voci la cadenza degli alleluia pasquali. Intridi di sogni le sabbie del nostro realismo. Rendici cultori delle calde utopie dalle cui feritoie sanguina la speranza sul mondo. Aiutaci a comprendere che additare le gemme che spuntano sui rami vale più che piangere sulle foglie che cadono. E infondici la sicurezza di chi già vede l'oriente incendiarsi ai primi raggi del sole.

Santa Maria, Vergine del meriggio, donaci l'ebbrezza della luce. Stiamo fin troppo sperimentando lo spegnersi delle nostre lanterne, e il declinare delle ideologie di potenza, e l'allungarsi delle ombre crepuscolari sugli angusti sentieri della terra, per non sentire la nostalgia del sole meridiano. Strappaci dalla desolazione dello smarrimento e ispiraci l'umiltà della ricerca. Abbevera la nostra arsura di grazia nel cavo della tua mano. Riportaci alla fede che un'altra Madre, povera e buona come te, ci ha trasmesso quando eravamo bambini, e che forse un giorno abbiamo in parte svenduto per una miserabile porzione di lenticchie. Tu, mendicante dello Spirito, riempi le nostre anfore di olio destinato a bruciare dinanzi a Dio: ne abbiamo già fatto ardere troppo davanti agli idoli del deserto. Facci capaci di abbandoni sovrumani in Lui. Tempera le nostre superbie carnali. Fa' che la luce della fede, anche quando assume accenti di denuncia profetica, non ci renda arroganti o presuntuosi, ma ci doni il gaudio della tolleranza e della comprensione. Soprattutto, però, liberaci dalla tragedia che il nostro credere in Dio rimanga estraneo alle scelte concrete di ogni momento sia pubbliche che private, e corra il rischio di non diventare mai carne e sangue sull' altare della ferialità.

Santa Maria, Vergine della sera, Madre dell'ora in cui si fa ritorno a casa, e si assapora la gioia di sentirsi accolti da qualcuno, e si vive la letizia indicibile di sedersi a cena con gli altri, facci il regalo della comunione. Te lo chiediamo per la nostra Chiesa, che non sembra estranea neanch'essa alle lusinghe della frammentazione, del parrocchialismo, e della chiusura nei perimetri segnati dall'ombra del campanile. Te lo chiediamo per la nostra città, che spesso lo spirito di parte riduce così tanto a terra contesa, che a volte sembra diventata terra di nessuno. Te lo chiediamo per le nostre famiglie, perché il dialogo, l'amore crocifisso, e la fruizione serena degli affetti domestici, le rendano luogo privilegiato di crescita cristiana e civile. Te lo chiediamo per tutti noi, perché, lontani dalle scomuniche dell'egoismo e dell'isolamento, possiamo stare sempre dalla parte della vita, là dove essa nasce, cresce e muore. Te lo chiediamo per il mondo intero, perché la solidarietà tra i popoli non sia vissuta più come uno dei tanti impegni morali, ma venga riscoperta come l'unico imperativo etico su cui fondare l'umana convivenza. E i poveri possano assidersi, con pari dignità, alla mensa di tutti. E la pace diventi traguardo dei nostri impegni quotidiani.

Santa Maria, Vergine della notte, noi t'imploriamo di starci vicino quando incombe il dolore, e irrompe la prova, e sibila il vento della disperazione, e sovrastano sulla nostra esistenza il cielo nero degli affanni o il freddo delle delusioni, o l'ala severa della morte. Liberaci dai brividi delle tenebre. Nell'ora del nostro Calvario, tu, che hai sperimentato l'eclisse del sole, stendi il tuo manto su di noi, sicché, fasciati dal tuo respiro, ci sia più sopportabile la lunga attesa della libertà. Alleggerisci con carezze di madre la sofferenza dei malati. Riempi di presenze amiche e discrete il tempo amaro di chi è solo. Spegni i focolai di nostalgia nel cuore dei naviganti, e offri loro la spalla perché vi poggino il capo. Preserva da ogni male i nostri cari che faticano in terre lontane e conforta, col baleno struggente degli occhi, chi ha perso la fiducia nella vita. Ripeti ancora oggi la canzone del Magnifìcat, e annuncia straripamenti di giustizia a tutti gli oppressi della terra. Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure. Anzi, se nei momenti dell'oscurità ti metterai vicino a noi e ci sussurrerai che anche tu, Vergine dell'avvento, stai aspettando la luce, le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto. E sveglieremo insieme l'aurora. Così sia.

Tratto da don Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni (Edizioni San Paolo)

PREGHIERA PER L’ANNO SPECIALE

PREGHIERA PER L’ANNO SPECIALE dedicato alla enciclica LAUDATO SÌ’

Dio amorevole,
Creatore del cielo, della terra e di tutto ciò che contengono.
Apri le nostre menti e tocca i nostri cuori,
affinché possiamo essere parte del creato, tuo dono.

Sii presente ai bisognosi in questi tempi difficili,
specialmente i più poveri e i più vulnerabili.
Aiutaci a mostrare solidarietà creativa nell'affrontare
le conseguenze di questa pandemia globale.
Rendici coraggiosi nell'abbracciare i cambiamenti rivolti
alla ricerca del bene comune.
Ora più che mai, che possiamo sentire di essere tutti
interconnessi e interdipendenti.

Fai in modo che riusciamo ad ascoltare e rispondere
al grido della terra e al grido dei poveri.
Possano le sofferenze attuali essere i dolori del parto
di un mondo più fraterno e sostenibile.

Sotto lo sguardo amorevole di Maria Ausiliatrice,
ti preghiamo per Cristo Nostro Signore.
Amen.

MARIA, NOSTRA COMPAGNA DI VIAGGIO

MARIA, NOSTRA COMPAGNA DI VIAGGIO di don Tonino Bello

 

Santa Maria, Vergine del mattino, donaci la gioia di intuire, pur tra le tante foschie dell' aurora, le speranze del giorno nuovo. Ispiraci parole di coraggio. Non farci tremare la voce quando, a dispetto di tante cattiverie e di tanti peccati che invecchiano il mondo, osiamo annunciare che verranno tempi migliori. Non permettere che sulle nostre labbra il lamento prevalga mai sullo stupore, che lo sconforto sovrasti l'operosità, che lo scetticismo schiacci l'entusiasmo, e che la pesantezza del passato ci impedisca di far credito sul futuro. Aiutaci a scommettere con più audacia sui giovani, e preservaci dalla tentazione di blandirli con la furbizia di sterili parole, consapevoli che solo dalle nostre scelte di autenticità e di coerenza essi saranno disposti ancora a lasciarsi sedurre. Moltiplica le nostre energie perché sappiamo investirle nell'unico affare ancora redditizio sul mercato della civiltà: la prevenzione delle nuove generazioni dai mali atroci che oggi rendono corto il respiro della terra. Da' alle nostre voci la cadenza degli alleluia pasquali. Intridi di sogni le sabbie del nostro realismo. Rendici cultori delle calde utopie dalle cui feritoie sanguina la speranza sul mondo. Aiutaci a comprendere che additare le gemme che spuntano sui rami vale più che piangere sulle foglie che cadono. E infondici la sicurezza di chi già vede l'oriente incendiarsi ai primi raggi del sole.

Santa Maria, Vergine del meriggio, donaci l'ebbrezza della luce. Stiamo fin troppo sperimentando lo spegnersi delle nostre lanterne, e il declinare delle ideologie di potenza, e l'allungarsi delle ombre crepuscolari sugli angusti sentieri della terra, per non sentire la nostalgia del sole meridiano. Strappaci dalla desolazione dello smarrimento e ispiraci l'umiltà della ricerca. Abbevera la nostra arsura di grazia nel cavo della tua mano. Riportaci alla fede che un'altra Madre, povera e buona come te, ci ha trasmesso quando eravamo bambini, e che forse un giorno abbiamo in parte svenduto per una miserabile porzione di lenticchie. Tu, mendicante dello Spirito, riempi le nostre anfore di olio destinato a bruciare dinanzi a Dio: ne abbiamo già fatto ardere troppo davanti agli idoli del deserto. Facci capaci di abbandoni sovrumani in Lui. Tempera le nostre superbie carnali. Fa' che la luce della fede, anche quando assume accenti di denuncia profetica, non ci renda arroganti o presuntuosi, ma ci doni il gaudio della tolleranza e della comprensione. Soprattutto, però, liberaci dalla tragedia che il nostro credere in Dio rimanga estraneo alle scelte concrete di ogni momento sia pubbliche che private, e corra il rischio di non diventare mai carne e sangue sull' altare della ferialità.

Santa Maria, Vergine della sera, Madre dell'ora in cui si fa ritorno a casa, e si assapora la gioia di sentirsi accolti da qualcuno, e si vive la letizia indicibile di sedersi a cena con gli altri, facci il regalo della comunione. Te lo chiediamo per la nostra Chiesa, che non sembra estranea neanch'essa alle lusinghe della frammentazione, del parrocchialismo, e della chiusura nei perimetri segnati dall'ombra del campanile. Te lo chiediamo per la nostra città, che spesso lo spirito di parte riduce così tanto a terra contesa, che a volte sembra diventata terra di nessuno. Te lo chiediamo per le nostre famiglie, perché il dialogo, l'amore crocifisso, e la fruizione serena degli affetti domestici, le rendano luogo privilegiato di crescita cristiana e civile. Te lo chiediamo per tutti noi, perché, lontani dalle scomuniche dell'egoismo e dell'isolamento, possiamo stare sempre dalla parte della vita, là dove essa nasce, cresce e muore. Te lo chiediamo per il mondo intero, perché la solidarietà tra i popoli non sia vissuta più come uno dei tanti impegni morali, ma venga riscoperta come l'unico imperativo etico su cui fondare l'umana convivenza. E i poveri possano assidersi, con pari dignità, alla mensa di tutti. E la pace diventi traguardo dei nostri impegni quotidiani.

Santa Maria, Vergine della notte, noi t'imploriamo di starci vicino quando incombe il dolore, e irrompe la prova, e sibila il vento della disperazione, e sovrastano sulla nostra esistenza il cielo nero degli affanni o il freddo delle delusioni, o l'ala severa della morte. Liberaci dai brividi delle tenebre. Nell'ora del nostro Calvario, tu, che hai sperimentato l'eclisse del sole, stendi il tuo manto su di noi, sicché, fasciati dal tuo respiro, ci sia più sopportabile la lunga attesa della libertà. Alleggerisci con carezze di madre la sofferenza dei malati. Riempi di presenze amiche e discrete il tempo amaro di chi è solo. Spegni i focolai di nostalgia nel cuore dei naviganti, e offri loro la spalla perché vi poggino il capo. Preserva da ogni male i nostri cari che faticano in terre lontane e conforta, col baleno struggente degli occhi, chi ha perso la fiducia nella vita. Ripeti ancora oggi la canzone del Magnifìcat, e annuncia straripamenti di giustizia a tutti gli oppressi della terra. Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure. Anzi, se nei momenti dell'oscurità ti metterai vicino a noi e ci sussurrerai che anche tu, Vergine dell'avvento, stai aspettando la luce, le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto. E sveglieremo insieme l'aurora. Così sia.

Tratto da don Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni (Edizioni San Paolo)

IL DIO CHE CI PORTIAMO DENTRO

IL DIO CHE CI PORTIAMO DENTRO

 

Diceva il mistico Eckhart: “Chiamo Dio ciò

che è nel più profondo di noi stessi e nel

punto più alto delle nostre debolezze e dei

nostri errori”: E la Yourcenar affermava che

solo chi muore “sa dare un nome al Dio che

porta dentro”.

 

È molto più difficile accettare che ogni uomo

è un embrione di Dio e che la casa di Dio è

solo il cuore dell’uomo, di quanto sia accettare

un Dio onnipotente fuori dalla nostra vita

e dalla nostra storia.

 

Sentirsi Dio dentro è farsi carico di una responsabilità

che pochi sono disposti ad accettare.

Meglio affidarsi al Dio dei dogmi e

delle chiese.

 

È ben più difficile essere fedeli alla propria

coscienza che alle leggi esterne, per il semplice

motivo che la coscienza è la più esigente

di tutte le leggi.

 

Né la si può beffare, come si può fare con le

leggi. Essa è più severa; è la parte più profonda

di te, che ti dice con chiarezza e con

piena autenticità quando sei infedele al meglio

di te.

 

I cristiani predicano una “stoltezza” alla quale

neppure loro credono del tutto: che Dio “si fece

carne” e pertanto dolore, ma anche gioia, piacere,

amore in tutte le sue espressioni. Altrimenti

si sarebbe fatto angelo, spirito. No. Si

è fatto uomo, con tutte le sue conseguenze,

con tutte le sue miserie e le sue sublimità.

Ma uomo.

 

Per questo il dato più certo di ogni religione

sarebbe che Dio è soltanto ciò che di divino

l’uomo si porta dentro.

 

                                                                                     Juan Arias