Preghiere poesie

XVII DOMENICA ANNO B con preghiera dei fanciulli

XVII DOMENICA ANNO B  con preghiera dei fanciulli  

 

Giovanni 6, 1-15

1Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse aFilippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9«C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 11Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». 15Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

 

La tesi di Gesù è chiara: con la sola logica del “comprare” non si può sfamare “la grande folla” che lo segue. E per evitare che i suoi discepoli (e noi, lettori del Vangelo) non capiscano l’insegnamento di Gesù, san Giovanni si prende la briga di spiegare il perché Gesù si sia espresso in quel modo con Filippo: “Diceva così per metterlo alla prova”.

Filippo sembra non capire: “Duecento denari non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Come dire che ci vorrebbe moltissimo denaro che non possiamo in nessun modo procurarci. Dunque – seguendo la logica pessimista di Filippo, economista superficiale – non si potrà sfamare quella gente. Andrea, fratello di Simon Pietro, apre una crepa di speranza nella rigidità mentale di chi si affida solo al denaro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci – anche se subito dopo aggiunge – ma che cos’è questo per tanta gente?”. Per Gesù è sufficiente. Prende spunto dal gesto di quel ragazzino che, forse, con fare ingenuo, si è reso disponibile a condividere il suo pranzo al sacco e inizia la “Sua” lezione. “Fateli sedere”, chiede. Perché il Maestro vuole che il Suo insegnamento venga assimilato, interiorizzato, capito e messo a fondamento di un nuovo modo di vivere. Prende il poco offerto dal ragazzino e compie su quella piccola offerta lo stesso gesto dell’ultima cena (“dopo aver reso grazie li diede a quelli che erano seduti”) e così facendo si avvia il miracolo che siamo soliti chiamare della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma che – più correttamente – dovremmo cominciare a definire come “il miracolo della condivisione”. Perché è questa la buona notizia che Gesù ci dona in questa calda domenica di luglio: per contrastare ingiustizie e povertà non basta il denaro e la sola logica del comprare non è sufficiente. La vera soluzione alla miseria di chi sta male (nel corpo, nello stomaco e nel cuore) è data dal coraggio che ciascuno di noi deve avere nel condividere il suo poco con chi ha meno. Solo così il mondo diventa un giardino e avanzano ancora “dodici canestri” (il numero “dodici” indica totalità e serve per dire che con ciò che avanza dal condividere si sfama il mondo intero).

Il 12 luglio scorso, è stato presentato “Lo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo” redatto in modo congiunto da ONU, FAO, UNICEF e alcune altre sigle di organismi internazionali per comunicare al mondo intero che “c’è stato un drammatico peggioramento della situazione della fame nel mondo nel 2020, e ciò è da ricollegarsi, in larga misura, alle ricadute della pandemia di COVID-19”. Per quanto non sia ancora stata effettuata una mappatura completa e precisa dell'impatto della pandemia sulla fame nel mondo, si calcola che un decimo della popolazione mondiale (fino a 811 milioni di persone) è sotto gli effetti della fame mentre 2 miliardi e 300 milioni di persone (circa il 30% della popolazione mondiale) è in pessime condizioni alimentari: malnutrita e con grosse difficoltà a fare tre pasti al giorno.

Ben tre miliardi di adulti e bambini – dunque – lontani da una sana alimentazione.

Letto con questa finestra sul mondo il nostro Vangelo diventa non solo bello, consolante e commovente, ma anche profetico e in grado di smuoverci perché l’indifferenza non attanagli il nostro cuore di adulti, di educatori e di conseguenza quello dei giovani.

Quel ragazzino che condivide il suo poco con la comunità, deve diventare la cifra che spinge i nostri giovani – e noi, loro educatori – a vivere immersi in quella generosità, attenzione agli altri e condivisione che rendono beata, bella, riuscita e carica di senso la vita.

A partire dal quotidiano e dal quartiere in cui si è immersi.

Buon riposo a tutti.

 

            

                                            Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                     ho letto sul giornale che nel mondo sono più di 800 milioni le persone che hanno sofferto la fame nel 2020 (una su dieci), 60 milioni in più rispetto a cinque anni fa. A questi si aggiungono 2 miliardi di persone che mangiano poco, male e senza mai togliersi del tutto la fame (un terzo della popolazione soffre di malnutrizione).

Hai ragione Tu, Gesù: non è giusto dividere il mondo tra chi ha i soldi per comprarsi il cibo e chi deve morire di fame perché senza denaro. Per questo hai messo alla prova Filippo: per aiutarci a capire che per risolvere il problema della fame nel mondo non bastano i soldi.

Gesù, voglio anch’io fare come quel ragazzino e imparare a condividere ciò che ho con chi non ha nulla.

Grazie Gesù perché mi fai venire voglia di vivere bene e di fare cose grandi.

XVI DOMENICA PER ANNUM B

XVI DOMENICA  PER ANNUM B con  preghiera dei piccoli

Marco  6, 30-34

30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.  

 

Nella prima metà del Novecento, le “vacanze” erano esperienza di pochissimi. Campi e fabbrica non concedevano grandi viaggi o lunghi congedi. Pochi giorni di sospensione lavoro attorno a Ferragosto; una merenda sui prati nei pressi di un Santuario con tutta la famiglia e – magari – una mano di bianco in cucina. Niente di più.

Poi è arrivato il boom economico. Sono iniziati i grandi viaggi per raggiungere le rinomate mete turistiche, le case affittate al mare o ai monti e poco dopo voli, crociere, alberghi all inclusive, i grandi spostamenti fino all’obbligo, per alcuni, di dover fare piccoli mutui perché “costretti” ad andare in vacanza. Con il rischio di tornare dal soggiorno estivo non solo più indebitati, ma anche più stanchi di quando si è partiti. Segno che forse la pratica della vacanza come oggi la viviamo non sempre promuove il riposo e la crescita personale. Ed è per questo motivo che Gesù non parla mai – ai suoi discepoli – di “vacanza”, ma sempre di “riposo”. Perché Gesù – esperto di umanità – sa molto bene che ciò che riposa il cuore, la mente e il corpo di tutti noi non è la “vacanza” intesa come l’ingresso nel “vuoto” (da cui deriva la parola) di chi non vuole fare niente, ma quel riposo che si costruisce con precise pratiche e determinate scelte.

Proviamo a prendere sul serio le parole di Gesù sul tema delle vacanze o del riposo: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”.

Il primo dato che colpisce è l’invio di Gesù a portarsi “in disparte”. Un vero e proprio impegno a posizionarsi dalla parte opposta del lavoro, del correre o del “fare”. Gesù non chiede di scappare da tutto e di andare lontano dove si può e si deve solo oziare. La richiesta di Gesù è più leggera e più impegnativa: recarsi dove è possibile ritrovare se stessi. Per imparare a stare un po’ da soli; in disparte, in compagnia di quel silenzio che rigenera la vita tutta. Ma anche per stare con gli affetti più cari in vera libertà e per regalarsi un po’ di tempo – alleggerito dagli affanni del lavoro – per restare con Lui: il senso, l’inizio e il principio della nostra vita.

Noto con stupore sempre imbarazzante che per la stragrande maggioranza anche dei credenti concedersi una messa feriale, una pausa quotidiana di sosta spirituale in chiesa (in un angolo preparato per favorire il raccoglimento e un momento di vita spirituale) o un piccolo approfondimento del Vangelo, suoni come atteggiamento da vecchi. Giovane – per questo modo di pensare – è chi fa le ore piccole, chi corre soprattutto d’estate, chi va in discoteca e non chi si mette al fondo di una cappella – in disparte – per ritrovare se stesso. Per dirla con il sottofondo delle parabole: il primo tornò a settembre carico di debiti, più stanco di prima, con alcune tensioni scoppiate all’interno della banda di amici con cui ha condiviso lo stress estivo e bisognoso di riposo dalle vacanze. Il secondo riprese la vita ordinaria dell’anno sociale rigenerato, interiormente cresciuto e decisamente cambiato nel modo di pensare e anche di amare. Risultato: tanti giovani sono vecchi dentro mentre molte persone avanti negli anni sono giovani dentro: vispi, leggeri, liberi e immersi nelle pratiche di amore che fanno stare bene.

Chiediamo che Gesù buon Pastore sostenga – in questa estate 2021 – il nostro profondo desiderio di riposo; che ci insegni a stare in disparte con Lui e dalla parte della libertà interiore per aiutarci a ricaricare la nostra vita. Un ricordo specialissimo a chi, in questi mesi di caldo, è malato, anziano, solo, in carcere o sulla strada. Il giusto e meritato riposo non ci porti mai a dimenticare o a calpestare chi è al fondo della fila.

Buon riposo a tutti.

                                                                      Preghiera dei piccoli

 

Caro Gesù,

                    è la prima volta che ci faccio caso: Tu non parli mai di vacanze, di ferie o di crociere organizzate per divertirsi. Forse perché sai molto bene che il rischio di tornare dalle vacanze più stanchi di quando si è partiti è sempre possibile.

Tu ai tuoi discepoli parli di “riposo”, proponi “posti in disparte” e fai persino riferimento al deserto.

Per spiegare a tutti noi che le vere vacanze non sono quelle che ci fanno andare lontano, ma quelle che ci aiutano a stare bene: con noi stessi e con gli amici.

Per questo Tu parli in modo diverso di “riposo”.

E hai ragione Tu. Nelle vere vacanze ci si riposa, non si è tristi e non si litiga mai.

Grazie Gesù. E visto che sei Tu il mio amico scomodo, voglio stare un po’ di più con Te, in queste vacanze.

Promesso.

XV DOMENICA PER ANNUM B

XV DOMENICA PER ANNUM B e preghiera dei bambini

 

 “7 Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; 9 ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. 10 E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11 Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12 E partiti, predicavano che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano”. (Mc. 6,7-13)

 

La notizia è sconvolgente: in Canada – nel cortile di alcuni Istituti cattolici – sono stati trovati i resti di centinaia di bambini sepolti dopo essere stati prelevati con violenza dalle loro riserve indiane (sottratti alle loro famiglie) e affidati a percorsi di colonizzazione forzata per “uccidere l’indiano nel bambino”, come recitava una legge canadese del tempo.

Si parla di almeno 150 mila bambini internati tra il 1890 e il 1996 con almeno 4000 di loro morti per maltrattamenti, abusi e mancanza di cure. Papa Francesco ha condannato senza sconti queste gravissime responsabilità che appartengono anche alla Chiesa cattolica dicendo che: “Questi momenti difficili, rappresentano un forte richiamo per tutti noi, per allontanarci dal modello colonizzatore…”.

È il segno – forte e chiaro – che anche la chiesa, nata per annunciare il Vangelo, può dimenticare il senso della sua missione e diventare sorda alla Parola di Gesù. Anche perché il passo del Vangelo di san Marco che oggi preghiamo è chiarissimo: ai Dodici Gesù non chiede di predicare, di imporre una cultura sopra un’altra o di convertire l’altro con l’uso della violenza. Tutto ciò che i Dodici devono fare – dice il Maestro – è di andare, di uscire dalle loro sicurezze, patrie e famiglie per recarsi – a due a due – in qualsiasi villaggio del mondo per camminare accanto a chi lì vive. Tutto ciò che il discepolo di Gesù deve fare è testimoniare (con la vita) l’amore di Gesù che rende possibile vivere senza giudicare, senza odiare e liberi dalla voglia di dominare l’altro. Null’altro. Ma se si dimentica di leggere e di pregare il vangelo, anche questa semplice e profonda verità viene dimenticata.

Ma che cosa vuole dire, per le nostre comunità parrocchiali distanti dalle tragedie che si sono consumate in Canada, questa pagina del Vangelo?

Una prima risposta è evidente. Se ci si allontana dal Vangelo è obbligato: si costruiscono stili di vita che apparentemente convincono, senza accorgersi – però – che ci impongono un modo di vivere disumano e contro la nostra stessa natura umana. Seconda provocazione: la cosiddetta “chiesa in uscita”, tanto cara a Papa Francesco, non riguarda solo le comunità cristiane. Anche le nostre famiglie e le nostre vite devono essere “in uscita”: orientate ad aprirsi all’altro e decise a contrastare l’insidiosa tentazione del vivere ripiegati su se stessi. Se non si esce dall’io, dall’egoismo, da tutto ciò che è “mio” e da quella pericolosa indifferenza che prima ci anestetizza e poi ci fa morire a fuoco lento, saremo sempre più depressi, soli e tristi. Quel “a due a due” che propone Gesù è sfida e provocazione perché le nostre case non si riempiano di cose, ma amplino le relazioni, la voglia di stare insieme, di servire e di fare quel bene senza il quale ci si ammala.

Terza bella provocazione. Non credo sia un caso che Gesù non proponga ai suoi Dodici di fare discorsi e prediche. Quel “non dire niente” suggerito da Gesù è la premessa della libertà e della serenità. Anche perché l’amore troppo detto, sbandierato, predicato e “mostrato” è pura vetrina, vanità o pubblicità. Tutto tranne che amore.

Gesù ci chiede di vivere la libertà generata dall’amore e dal silenzio. Perché servire l’altro senza dire nulla è molto più “predica” del parlare tanto senza però accorgersi di chi sta male (o facendogli del male!). Restituire alle nostre comunità (famiglie comprese) la bellezza di uno stare lontani dalle parole inutili della calunnia, del pettegolezzo, della critica fatta alle spalle o dei discorsi che seminano odio, è la vera, grande e bella buona notizia che in questo caldo luglio 2021 ci regala san Marco.

Buona domenica a tutti. Una richiesta di preghiera per le vittime delle tragedie che si sono consumate in Canada e un augurio perché questa sera vincano lo sport e la fraternità.                                                                                                      

                                                       Preghiera dei bambini

Caro Gesù,

                  anche a me piace camminare con un bastone. Ogni volta che vado in montagna, al lago o in qualche agriturismo, io ne cerco sempre uno da portare a casa (i miei genitori, però, me li fanno lasciare in garage).

Da oggi voglio dare al “bastone” che raccolgo nei boschi il compito di ricordarmi che Tu sei con me sempre, anche quando mi sento solo.

E grazie anche per l’invito a camminare “a due a due”.

Mia mamma dice che senza Tommaso, il mio miglior amico, io non faccio un passo. E forse ha ragione. Ma è brutto partire e viaggiare da soli. Grazie Gesù perché ci aiuti a vincere la solitudine e perché ci ricordi che solo chi esce dal suo “io” diventa felice (e buono).

P.S: Gesù ti prego per chi è in prigione e per le guardie. Tieni lontana, Gesù, la violenza dal carcere.

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO  B con preghiera bambini

«[Gesù] partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità.  (Mc 6, 1-6)

 

Hanno voglia di vedere Gesù, ma non sono disposti a seguirlo e a camminar dietro a Lui. Sono curiosi e sono anche interessati a sentire cosa dice, ma poi – più in profondità – non hanno nessuna intenzione di mettersi in discussione e di ascoltare realmente la sua Parola. San Marco ci presenta un caso concreto di incredulità della folla al seguito di Gesù, ma l’evangelista vuole portare il suo lettore (e ciascuno di noi) oltre la cronaca per aiutarci ad entrare in quella fede adulta che prende le distanze da modalità infantili di credere.

Ma quali sono, oggi, le nostre forme di incredulità?

La prima. C’è, nella nostra società, tanta voglia di religiosità, di spiritualità, di meditazione, ma sempre inseguita per contrastare lo stress e per aiutare il singolo a raggiungere quel benessere negato dalla vita stressata di tutti i giorni. Siamo dentro a un “credere” finalizzato al “mio” star bene, individuale e “consumato” per rilassare l’esistenza. È una forma di incredulità moderna (tipica del mondo opulento) che non ha nulla a che vedere con la proposta di Gesù che è Parola scomoda, ma liberante; richiesta di servizio e proposta per imparare a donare la vita per fare stare bene il fratello, non il mio io.

La seconda. È l’incredulità di chi applica a Dio le logiche contabili del dare e dell’avere. Secondo questo schema mentale, leggi e precetti religiosi vanno adempiuti, ma praticato il dovere verso Dio con i riti vari, la vita può procedere del tutto sganciata dalla dimensione di fede (come se Dio non ci fosse). La proposta di Gesù è dall’altra parte. È Parola che libera dalla norma religiosa adempiuta solo esteriormente (con discreta dose di ipocrisia) e che ci presenta Gesù come il buon samaritano da imitare; come il Maestro che indossa il grembiule per aiutare chi lo segue ad allontanarsi dal veleno dal potere; come il Profeta che non si chiude in nessuna patria perché sa che ogni Paese è grande solo se i suoi confini restano aperti al fratello che vuole entrare in quella comunità.

La terza. È la religiosità (incredula!) del “fare”, del correre, del vivere per lavorare (e per scappare da noi stessi), dell’accumulare denaro che poi viene sprecato per ritrovarsi, inevitabilmente, alle prese con solitudini amare, incomprensioni familiari, depressioni e vuoti esistenziali che ci fanno soffrire. Gesù di Nazareth ha Parole più sagge e proposte più umane. Ci spinge a lavorare per vivere senza però idolatrare il “fare”, il denaro, la ricchezza o i beni (da acquistare e da accumulare) che “mangiano” libertà e dignità.

Tre forme diverse di incredulità. Che oggi come ieri ci rendono curiosi e affascinati dalla presenza di Gesù di Nazareth, ma che ci allontanano dall’incontro vero con la sua persona – viva e presente in mezzo a noi – perché poco disposti ad ascoltare in profondità la sua Parola e perché non sempre pronti a riconoscerlo in chi – vicino a noi – lo rende presente. Perché è questo il grande messaggio che ci consegna san Marco: Gesù risorto ognuno di noi lo incontra nella sua Nazaret, nella bottega sotto casa, nelle stanze della sua abitazione, nello sguardo del figlio “bocciato” che chiede scusa e che vuole la spinta necessaria per cambiare. Gesù risorto lo incontriamo nella sordità della nonna che a volte è faticosa da accudire, nelle fatiche di chi ha bisogno di aiuto e non sa chiederlo (e quante volte i figli ci sottopongono a questi faticosi dialoghi), nel collega che ha perso il lavoro (e che per vergogna non ne parla) o nel malato, nell’immigrato e nel fratello piegato da tante fatiche che per comodità facciamo finta di non vedere.

Gesù risorto non è il toccasana che ci toglie lo stress. Non è nemmeno una norma da adempiere – come precetto – per avere la coscienza a posto. Gesù risorto è il profeta – scomodo – che ci consegna la libertà e che ci rende beati se decidiamo di ascoltarlo e di seguirlo sulla strada delle beatitudini.

I mesi estivi hanno questo potere: cacciare gli alibi e rendere possibile un vivere più umano e meno di corsa. Vacanza e riposo sono anche questo: stare con la Sua Parola e provare a vivere lo stupore e la meraviglia che la Sua presenza genera nel nostro cuore non appena si prova a pensare, a vivere e a camminare come Lui ci propone.

Buona domenica a tutti e buon luglio.

 

                                                                           Preghiera dei bambini

Caro Gesù,

                   la mia scuola si chiama don Milani. Un prete- maestro di Firenze morto più di 50 anni fa che ha detto una frase molto bella:

 “Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro.”.

Gesù, don Milani ha ragione.

Con la parola “straniero” si creano le guerre.

Con la parola “fratello” si costruisce un mondo che è Patria di tutti e per tutti.

Ti prego Gesù: fa che tutti i Paesi del mondo diventino la Patria di tutti e di ciascuno.

Gesù aiutami a lasciare la mia Patria, la mia famiglia e la mia casa per ritrovare tutto e tutti cento volte di più.

Come hai promesso Tu e come ha fatto Abramo.

 

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B con preghiera dei piccoli

21Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. 22Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 23e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 24Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

25Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28«Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 29E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.

35Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40Ed essi lo deridevano.Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». 42Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.

(Mc. 5,21-43)

La figura del capo della sinagoga – Giairo – che si reca da Gesù per supplicarlo perché “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”, è significativa e con alto valore simbolico. Si tratta di un papà che ha ricoperto di così tante cure e premure la “sua” figlia, da privarla della possibilità di crescere e di vivere (ed è per questo che si lascia morire nella stanza dorata in cui il padre l’ha relegata). Si notino alcuni particolari descrittivi utilizzati da san Marco: secondo le parole del papà, la figlia è solo “sua” (“la mia figlioletta”, dice; mamma e altri parenti non ci sono). Ed è una “figlia” che il padre, premuroso e possessivo, considera perennemente “piccola”, “bambina”, “fanciulla” (“figlioletta”) e – in ogni caso – mai adulta. Anche se con i suoi 12 anni sta ormai entrando nella condizione adulta della donna palestinese. Non ha nessuna coscienza – questo povero papà – che è stato lui a mettere sotto una campana di vetro sua figlia fino a spegnerle la voglia di vivere. Non si è accorto – questo capo della sinagoga – che voler trattenere a sé la figlia, impedirle di rendersi autonoma e vietarle di sganciarsi da lui (come dovrebbe fare ogni figlia per fare la sua strada!), sono le vere cause che spingono la giovane donna a lasciarsi morire nella sua “ camera- prigione” dalla quale non può uscire.

Così inquadrato il testo è più attuale di quanto sembra. Nei nostri ultimi decenni abbiamo inventato l’adolescenza anche perché nei secoli precedenti non è mai esistita un’“età di mezzo” tra infanzia e vita adulta. Terminati gli anni della scuola dell’obbligo – tra gli 8 e dodici anni – un tempo non troppo distante da oggi si andava a lavorare e iniziava la vita adulta. Poi, però, abbiamo chiesto ai nostri ragazzi di fare durare il più a lungo possibile questa condizione “di mezzo” (anche oltre i 30 anni!). Forse perché – come Giairo, il capo della sinagoga – abbiamo paura che i nostri figli crescano, che si sgancino dai “nidi” che abbiamo costruito per loro e che, se prendono il volo, le nostre case diventano vuote perché senza vita di coppia. Abbiamo paura – come società – che i nostri giovani diventino “adulti” nel senso vero, profondo e libero del termine

 

perché la loro maturità potrebbe denunciare la nostra immaturità.

E cosa abbiamo fatto per prolungare l’adolescenza? Non è difficile: basta creare le condizioni perché i “nostri” giovani vengano tenuti lontani dal mondo del lavoro degno di questo nome e dalla possibilità di rendersi autonomi (concorsi che si rinviano di anno in anno per decenni è pur sempre un buon metodo, per questo obiettivo). È sufficiente “parlare” tanto di politiche giovanile, di diritto alla casa, di aiuti all’autonomia dei giovani e poi fare poco o niente perché questi diritti vengano realmente erogati. Perché i nostri giovani non diventino adulti è anche necessario investire (molto) solo sulle strategie del divertimento, dello sballo, del consumare (tutto e di più) e dello spingerli a vivere senza assumersi mai le vere responsabilità della vita non protetta da mamma e papà.

Si noti però il particolare: Gesù non condanna la giovane donna a cui è stato negato il diritto all’autonomia da chi è soltanto una “caricatura” del “padre” (il quale è chiamato a lanciare, con fiducia, i figli nel mondo senza possederli). Gesù vuole “attrezzare” il padre perché diventi realmente tale. Ed anche per questo che allontana, da quella casa, la folla guidata solo da curiosità morbosa. Ora Gesù può fare ciò che non ha fatto il padre: prende la figlioletta/ragazza “per mano” (come segno di comprensione della sua fragilità), l’aiuto ad alzarsi in piedi (segno di autonomia) e la invita a camminare con le sue gambe e a diventare protagonista della sua vita adulta.

Per il nostro tempo. Creare le condizioni perché chi cresce possa andare per la sua strada (e lasciarlo andare senza ricatti e senza vincoli di vario genere); non pensarsi i proprietari dei figli autorizzati anche a “possederli”; non aggrapparsi ai giovani per difendere le nostre fragilità; non togliere loro tutte le difficoltà e soprattutto non soffocarli di cure e di premure, ma consegnare loro diritti, buone pratiche e percorsi di impegno, di responsabilità e di concrete possibilità di lavoro decoroso e dignitoso: è molto di più di un programma educativo. È questa la buona notizia che ci consegna il Vangelo e che ci ricorda che Gesù risorto ripete – oggi 2021 – Tali Kum ai nostri giovani e a tutti noi. Buona domenica a tutti.

 

Caro Gesù,                                      Preghiera dei piccoli

mi ha fatto effetto scoprire che la bambina che hai preso per mano e alla quale hai detto Talità kum (che significa: “Fanciulla io ti dico alzati!”) aveva 12 anni.

Il papà che ti ha supplicato di guarirla la chiama “figlioletta”, ma Tu la prendi per mano, la tratti da grande e aiuti quel papà a vederla per quello che è: una ragazza che sta crescendo e che sta diventando donna.

Credo, Gesù, che dovresti parlare anche con i miei genitori e con mamma e papà delle mie amiche. Per loro noi siamo sempre “piccole”.“Non è di te che non mi fido – ripetono in continuazione

– è degli altri”.

Grazie Gesù perché sento che Tu hai tanta fiducia in me e perché mi tratti da grande. Gesù dillo anche a me (e ai miei genitori) quel Talità Kum che hai detto alla ragazza del Vangelo.

XII DOMENICA PER ANNUM B e preghiera dei bambini

XII DOMENICA  PER ANNUM B  e preghiera dei bambini

«In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all'altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».  Marco 4, 35-41

Quando san Marco annota che: “Venuta la sera, Gesù disse loro: «Passiamo all'altra riva»”, è indubbio che non descriva soltanto un movimento geografico sull’acqua, da una sponda all’altra del lago di Tiberiade. Profondo conoscitore del cuore umano. L’evangelista utilizza una espressione dai significati inesauribili per infondere, nel suo lettore, il coraggio non solo a spostarsi, ma anche a “passare” – quando il tempo lo esige, lo chiede ed è maturo – da una condizione all’altra. Proviamo a prendere in esame alcuni di questi passaggi “all’altra riva”.
1.  Come non pensare, grazie a questa inesauribile espressione, alle diverse stagioni della vita che ci chiedono, continuamente, di “passare” con libertà e determinazione da un ciclo dell’esistenza all’altro. Sapendo – tra l’altro – che rifiutarsi di realizzare questi “passaggi”, ferma, blocca e paralizza il crescere e il convivere. Quanti sono coloro che in teoria e carta d’identità alla mano figurano tra gli adulti, ma in realtà sono rimasti alla fase adolescenziale o, peggio ancora, a quella infantile. Si tratta di giovani adulti che non sanno assumersi le responsabilità del vivere maturo; che inseguono il divertirsi e il tempo libero come valori assoluti perché incapaci di progettare la loro vita nel senso alto e profondo del termine. Masse di donne uomini non maturati che, nel nostro ricco Occidente, testimoniano la crisi dell’educare e della famiglia in cui siamo immersi. A questi giovani adulti Gesù dice con forza e libertà: “Non abbiate paura di passare all’altra riva, a quella della vita pienamente adulta. Ne vale la pena.”. Ed è un messaggio che suona come buona e liberante notizia.
2.  Penso però anche ai oltre 127.000 italiani che, in questa drammatica pandemia, ci hanno lasciato e abbiamo “non-visto!” morire da soli, in ospedali che hanno disumanizzato il morire e che hanno impedito di dare la mano a chi stava passando “all’altra riva” (sono 1.134.000 i morti per covid in Europa e quasi 4 milioni nel mondo). Mamme, papà, nonni, zii, fratelli, sorelle, ma anche amici e/o figli che sono morti fuori casa, da soli e ai quali non si è potuto quasi mai accompagnarli nemmeno in un rito comunitario incaricato di aiutare la comunità tutta a rielaborare il lutto. Anche a loro Gesù risorto ha teso la mano e ha dato aiuto concreto per sostenerli in quel pezzo di tragitto in Sua compagnia. Forse è anche questo ciò che la pandemia ci ha insegnato: a non abbandonare chi muore; a parlare bene con chi ci è vicino prima che sia troppo tardi (quante persone ai funerali mi denunciano il rammarico di non aver detto “ti voglio bene” alla persona cara prima del congedo!) e a tendere la mano a chi sta per affrontare il vero viaggio della vita.
3.  Ma non possiamo dimenticare chi il passaggio da una sponda all’altra del mare lo compie realmente e non solo come metafora. Si tratta dei nostri migranti che ci siamo quasi abituati a vedere su barchi stracariche di materiale umano (e con sempre più bambini senza genitori) che dal nord Africa tentano di arrivare sulle spiagge, sponde e rive della nostra ricca, ma vecchia Europa per sfuggire alla fame, a miserie di ogni tipo e alle troppe guerre che le nostre armi alimentano nei loro Paesi. Sono impauriti come i discepoli sulla barca travolta dalla tempesta di cui parla l’evangelista. Papa Francesco anche domenica scorsa ci ha spronato a non rassegnarci a quanto vediamo ogni giorno: “Questo pomeriggio si svolgerà ad Augusta, in Sicilia, la cerimonia di accoglienza del relitto della barca naufragata il 12 aprile 2015. Questo simbolo di tante tragedie nel Mediterraneo continui a interpellare la coscienza di tutti e favorisca la crescita di una umanità più solidale che abbatta il muro dell’indifferenza. Pensiamo che il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell'Europa.”. E ci invita a non dimenticare che su quelle fragili imbarcazioni che si avventurano dalle sponde dell’Africa alla riva dell’Europa non c’è soltanto disperazione e terrore, ma anche speranza, voglia di giustizia, di libertà e tanta umanità in compagnia del Gesù risorto che sembra dormire, ma che sorregge loro per chiedere a tutti noi di tendere la mano perché quel viaggio non conduca alla morte, ma alla vita.
Quattro parole – “passiamo all’altra riva” – che Gesù ripete anche a noi. Per migliorare la nostra vita e per renderla sotto il segno dell’amore e della speranza (e non alle prese con egoismo, indifferenza e morte). Un grande augurio di vita e una benedizione di cui abbiamo sempre più bisogno.  
Buona domenica. E auguri cordiali di buona estate (che inizia in queste ore) a tutti.

 

                       Preghiera dei bambini

                                   Caro Gesù,

               il racconto della barca in mezzo alla tempesta con i tuoi discepoli terrorizzati e con Te che dormi mi ha fatto pensare alle barche degli immigrati. Quelle che ogni sera vediamo al telegiornale e che sono stracariche di persone che sperano di trovare lavoro e dignità nel nostro Paese.

Mio nonno dice sempre che una volta eravamo noi italiani che prendevamo la nave per andare a lavorare in America.

Oggi le barche partono dall’Africa e cercano futuro da noi, in Europa. 

Gesù perché ogni volta che delle persone povere provano a “passare all’altra riva”, c’è sempre qualcuno che protesta?

Gesù, Ti prego per tutti coloro che attraversano il mare Mediterraneo con barche mezze rotte.

Dillo anche al “nostro” mare: “Taci, calmati!”.

E ripetilo chi non riesce a vedere nel migrante un fratello.

                      Aiutaci, Gesù, a tendere la mano a chi arriva dall’altra riva.  

XI DOMENICA ANNO B con preghiera dei bambini

XI DOMENICA ANNO B  con preghiera dei bambini

[In quel tempo, Gesù] diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
  Marco  4, 26-34

Quando san Marco compone questo racconto sono passati tre o forse quattro decenni dal mattino di Pasqua. I discepoli che hanno deciso di seguire Gesù risorto sono stanchi e messi a dura prova dalle persecuzioni. Alcuni di loro si stanno scoraggiando. Altri hanno già deciso di tornare indietro, ma per tutti le oggettive difficoltà che vivono sono fonte e premessa di sfiducia (“Ma che senso ha resistere e perseverare nella fede? Ma perché vince sempre il male? Ci eravamo illusi che bene e vita potessero essere le ultime parole, in realtà non cambia mia nulla: violenza, soprusi e ingiustizie sembrano vincere sempre.”).

San Marco conosce molto bene questi loro stati d’animo. E per consegnare loro una forte promessa di speranza presenta il Regno di Dio (annunciato e inaugurato da Gesù) con l’immagine del seminatore che con il gesto largo e generoso del “gettare” il seme su qualsiasi terreno diffonde e “consegna” la Parola di Dio senza stancarsi mai.

Il messaggio è forte e intenso: seminare la Parola di Dio è impegno continuo e faticoso, ma il crescere di quel seme non è affidato al contadino che lo lancia. La Parola di Dio cresce con una sua forte e decisa autonomia. Al di là di qualsiasi sforzo del seminatore. È vero: dopo la semina tutto tace; non si vede nessun risultato ed in quel silenzio che sembra annunciare la morte del proprio lavoro, è normale scoraggiarsi.

In realtà, dice san Marco, si tratta di un inganno ottico. Al di là delle apparenze, il seme cresce, germoglia e si prepara a donare – a chi ha la forza di perseverare nell’attesa – raccolti abbondanti (“Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce”).

DOMANDE PER LA NOSTRA ATTUALITÀ. Ma non siamo anche noi in questo scenario? È vero: la pandemia sta rallentando e abbiamo ripreso quasi tutte le nostre precedenti libertà, ma le nostre comunità cristiane e le nostre famiglie restano scosse dai lutti, dalle fatiche, dalla perdita di lavoro di molti di noi e dalla difficoltà di arrivare a fine mese che, purtroppo, caratterizza molte nostre case. Incidenti sul lavoro, tragedie nei trasporti, violenze e disonestà continuano ad affiancare le nostre settimane e non poche volte abbiamo l’impressione che tanto nostro impegno sia inutile. Catechisti, animatori, educatori, laici impegnati nelle comunità cristiane, ma anche suore o noi preti: tanto impegno, tanta fatica, ma – di fatto – sono sempre meno coloro che si accorgono del nostro “seminare”. “Dove stiamo sbagliando?”, cominciano a domandarsi in molti. Perché non vediamo i risultati che vorremmo vedere?

Ma lo stesso lo potremmo dire anche per i non credenti o i non praticanti. Alla luce dei continui e troppi scandali che emergono giorno dopo giorno, ha ancora senso credere nell’onestà, nella giustizia, nel “pagare le tasse” o nella solidarietà generosa e gratuita per aiutare i più disperati? Se quasi tutti fanno i furbi e pensano solo al loro “profitto” – ecco la domanda insidiosa che serpeggia in noi – devo “salvarlo” io il mondo?

San Marco non ha dubbi. Il bene vince sul male. L’onestà, la giustizia e la solidarietà sono più forti di qualsiasi ingiustizia, violenza o egoismo. A noi non è chiesto di spingere il seme che cresce (“non tirare l’erba che cresce” recita un saggio proverbio). A noi il buon Dio domanda di ascoltare la Sua Parola e di “allargare le braccia” per lanciarla nel mondo (sul terreno) con la testimonianza di un vivere per gli altri. Tutto il resto lo fa Lui.

Buona domenica. E auguri cordiali di buon onomastico a chi porta il nome di sant’Antonio.

 Preghiera dei bambini

 CARO GESU'

             oggi a messa sono riuscito ad ascoltare anche la prima lettura.

Parlava di Dio che prende un ramoscello dalla cima di un cedro e che lo pianta sull’alto monte di Israele per farlo diventare un albero grandissimo e magnifico (dove tutti i passerotti trovano riposo, ombra e fresco).

Tutto è grande in questo racconto.  Tu, però, hai cambiato schema. E al posto del cedro magnifico e del grande monte, hai fatto riferimento all’orto di casa! Per dirci che Tu fai crescere il Tuo amore là dove noi viviamo.

Gesù Tu parli sempre in modo semplice e usi gli esempi e i luoghi della vita di tutti i giorni per farci capire che ci vuoi bene e che ci sei vicino.

Grazie Gesù per questo anno scolastico appena finito. E grazie perché la Tua Parola cresce dentro di noi (quando siamo svegli, ma anche quando dormiamo).

CORPUS DOMINI e preghiera dei fanciulli

CORPUS DOMINI  e preghiera dei fanciulli

 

Vangelo di Marco 14, 12-16.22-26

«Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: “Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?”. 13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi”. 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. […] E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”.23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti.24E disse loro: “Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. 25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”. 26Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi».

 

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Si noti il primo e prezioso particolare: i discepoli si esprimono al singolare (“perché Tu possa mangiare la Pasqua”), ma Gesù risponde con quel “Noi” (al plurale) per comunicare loro (e a chi legge!) che senza il “noi” del condividere non c’è “stanza” e non c’è “sala”. Esiste solo una prigione che rinchiude l’io nel suo egoismo.

Il messaggio è chiaro: è Gesù che si prende così cura di noi. È Lui che, per donarsi a noi come Pane che sazia la nostra voglia di amare, ci prepara anche la “stanza” che è “grande, arredata e già pronta”. Senza dimenticare che è “al piano superiore” per dirci che se non si “sale” oltre la piccineria dell’egoismo, del pettegolezzo, dell’avarizia e della sola voglia di “prendere”, non si impara ad amare e a vivere bene. Anche il fatto che la sala indicata da Gesù si presenti come grande, arredata e già pronta è importante: per educarci ad accogliere chi spesso e volentieri è escluso sulla sola base della diversità (e della povertà) e per portarci oltre la nostra solitudine, paure e chiusure. I discepoli sono convinti che tocchi loro organizzare dove mangiare la Pasqua. Ma chi fa tutto è Lu, Gesù. Perché chi Lo ascolta e chi Lo segue possa sedersi a tavola con Lui, con i compagni di mensa che non ha scelto e nutrirsi del Pane che tiene in piedi, che rende forti nel servire e capaci di perdonare.

Per provare ad attualizzare.

  1. La prima casa. Facciamo di tutto per acquistarla e per assicurarla ai nostri figli. E non è detto che sia un male. A patto di non dimenticare che pareti, edificio e arredo non bastano – da soli – a costruire una “casa” nel termine affettivo e profondo del termine. Se non permettiamo al Signore Gesù di preparare per noi la “stanza” in cui Lui ci aspetta per educarci – con l’ascolto della Sua Parola – a servire, ad amare e a donare, le nostre “abitazioni” si riducono ad essere dei “ripari” in cui ci si ritira (e dove a volte si litiga), ma non diventano “casa” che ci immerge nell’amore e nella libertà.
  2. E chi la casa non la possiede? Non penso solo ai “senza fissa dimora” (a quelli che ieri si chiamavano barboni). Penso al Sud del mondo (composto dall’80% della popolazione mondiale) dove sono milioni a vivere senza una casa e – in ogni caso – senza le nostre sicurezze. Non possiamo più vivere come se i poveri non esistessero e come se tutti avessero casa, acqua, luce, elettrodomestici e sicurezze come noi. Aiutare il Signore Gesù a preparare una stanza anche per i più poveri è il vero senso del nostro vivere e la sola attività che ci rende beati, felici.
  3. Ma non è questo ciò che cercano i nostri giovani? Le loro case sono dotate di ogni comfort. Ma moltissimi di loro, figli unici, vivono in stanze vuote. Sono ragazzi ricchi di tecnologia (smartphone, tablet, computer, etc.), ma orfani di relazioni vere e senza quelle guide – autorevoli e competenti – che aiutano chi cresce ad incamminarsi sui sentieri della saggezza, della bontà e della capacità di ascolto. Sono ragazzi e giovani che cercano “incontro”, presenze, conversazioni ed esempi capaci di illuminare la loro vita e che quasi sempre trovano adulti di corsa, distratti e lontani. 

All’inizio del mese che ci porta l’estate e al quale è stato chiesto di dare una spallata alla pandemia, il Vangelo di Marco ci invita a salire al piano superiore e ad accomodarci nella sala grande, già arredata e preparata per noi perché l’evangelista sa molto bene che senza la Sua Parola e lontani dal Suo farsi Pane per noi non riusciamo a diventare “buoni come il pane” e a farci “pane spezzato” per chi ha bisogno di noi.

Anche questa stanza in cui celebriamo la nostra eucaristia domenicale è uno spazio che abbiamo curato e attrezzato noi. Ma nessuno lo dimentichi è Lui che l’ha preparata. Per portarci al piano superiore (dove la vita viene vista in modo più profondo) e per offrirci quella preziosa opportunità di riposo di cui abbiamo sempre nostalgia.

Buona Festa a tutti e auguri a chi in queste settimane termina il suo impegno scolastico come studente e a chi opera nel mondo della scuola (come personale docente, amministrativo o come operatore scolastico).

                                              Preghiera dei fanciulli

Caro Gesù,  domenica scorsa ho fatto la Prima Comunione. E sai che cosa sento oggi? Che questo Vangelo sembra scritto per me. Ero convinto di aver organizzato tutto io (con mamma e papà). Anche gli inviti per la festa con tanto di foto e scritte, credevo di averli scelti io (con mamma e zia).  Adesso scopro che sei stato Tu ad organizzare tutto. Proprio come hai fatto con i tuoi discepoli. Pensavano di dover preparare tutto loro. Invece sei stato Tu che hai scelto il posto e che hai fatto trovare la sala arredata e già pronta.

Sei stato Tu, Gesù, a cercarmi, ad invitarmi al catechismo, a farmi capire il Tuo amore e a organizzare la nostra Prima Comunione. Gesù, aiutami a diventare buono come il pane. Ti prego Gesù per i bambini e per i grandi che  sono morti sulla funivia. Aiuta Tu i grandi a difendere la vita.

 

SANTISSIMA TRINITÀ B

                         SANTISSIMA TRINITÀ B  con preghiera dei ragazzi

 

«Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». (Matteo 28, 16-20)

 

Per il lettore attento del vangelo è evidente: i due diversi monti su cui sale il Gesù descritto da san Matteo, sono la rappresentazione simbolica dei due opposti modi di vivere. Il “monte” su cui il diavolo porta Gesù nelle famose tentazioni (Mt. 4,8) è il luogo che rappresenta quel vivere avvelenato dalla voglia di potere, di dominio, di gloria e di persone da sottomettere che tutti conosciamo. Il “monte” su cui sale Gesù per consegnarci le otto beatitudini (Mt. 5,1ss) che ci incamminano sul sentiero della “felicità” è – al contrario – la visibilità di un vivere reso umano dal “servire l’altro” (senza volerlo dominare) e dal prendersi cura di chi sta male, di chi piange e di chi è oppresso dall’ingiustizia.

Due monti. Proprio come ci sono due strade. E perché il battezzato non dimentichi questo insegnamento anche “figurato”, Gesù risorto “aspetta” e convoca i suoi “undici” discepoli sul “monte che aveva indicato”: quello delle “beatitudini”. San Matteo vuole spiegare a chi cerca Gesù risorto che il solo modo per vederlo e riconoscerlo è attivarsi con le indicazioni date su quel monte. Vivere per gli altri, accorgersi del povero e sostenere la sua indigenza, consolare chi piange, farsi carico di chi è senza terra e colpito dall’ingiustizia, non rende solo misericordiosi, puri di cuore e miti, ma “apre” gli occhi e permette di vedere il volto di Dio presente nel fratello che ci vive accanto.

Ed eccoci nel cuore della solennità che stiamo celebrando: la Santissima Trinità. Dio è relazione e comunione, ci dice san Matteo. Fuori dal “noi” e dallo stare insieme nel segno della comunione e del reciproco perdono, non c’è pace per la nostra vita. Quante volte ci roviniamo l’esistenza perché siamo scivolati sul “monte” sbagliato e decidiamo di non perdonare “perché io non sono capace a perdere!”. Quanto veleno entra nella nostra vita per litigi legati a chi ha più potere, a chi fa più carriere o per sterili e inutili competizioni su chi conta di più! Il monte delle beatitudini ci spiega che non appena si apre il cuore al fratello che ci è vicino, la nostra vita rinasce e genera nuova vita: più intensa e meno avara.

Gli episodi che la cronaca ci presenta quotidianamente non fanno altro che confermare il fatto che fuori da quel vivere in comunione tra noi (che ci immerge nella comunione della santissima Trinità che ci abilità all’amore vero e al reciproco perdono) non c’è pace.

Dalla pandemia non siamo ancora usciti. Ma una cosa ci è ormai chiara: nessuno può salvarsi da solo. Solo se attiviamo la corretta modalità di essere, fare e costruire comunione tra noi, siamo in grado di vedere la luce al fondo del tunnel! Il “mio” vaccino serve a poco se non mi attivo perché il nostro stare insieme sia rispettoso per tutti e soprattutto nei confronti dei più deboli.

Le foto di bambini morti sulle spiagge del “Mare nostrum”, “sono inaccettabili”, ha detto il Presidente Draghi. E ha ragione. Sono uno schiaffo alla nostra Europa fondata sul libro che leggono le tre confessioni religiose monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo). Ma sono anche il segno che la parte vecchia del pianeta si sta chiudendo al coraggio di accogliere e di costruire “ponti” verso la parte povera del mondo. Per san Matteo non si sono dubbi: il “noi” che ci propone la santissima Trinità coinvolge anche quei volti apparentemente lontani, ma spesso sull’uscio del nostro continente. E la nostra libertà e nostro salvezza sono date dal come li sappiamo sostenere, accogliere e aiutare.

La tragedia della funivia Stresa - Mottarone. Se la procura di Verbania confermerà le pesanti accuse che individuano in spregiudicate ragioni economiche la reale causa del disastro con i suoi 14 morti (per non perdere ulteriori corse e incassi nonostante il malfunzionamento del sistema), ci troveremo tutti sconvolti. Anche perché è l’ennesima conferma del fatto che quando il profitto ad ogni costo spegne persino il coraggio di schierarsi dalla parte della vita umana e della difesa della incolumità delle persone, è segno che stiamo camminando sul monte sbagliato.

Mai come in questo tempo abbiamo bisogno che l’abbraccio di Dio che è Padre, Figlio e Spirito ci avvolga e ci aiuti a uscire dall’io avaro e egoista per generare comunione, speranza, pace, giustizia e libertà per quel “Noi” senza il quale non si vive bene.

Buona Festa a tutti.

 

Preghiera dei piccoli

 

Caro Gesù,

                  sai che cosa ci ha detto la maestra a scuola? Che le prime parole del tema e le ultime sono le più importanti.

Oggi ci ho fatto caso e ho scoperto che anche nel Tuo Vangelo è così: agli inizi del Vangelo di san Matteo c’è scritto che il Tuo nome è “Emmanuele che significa Dio con noi” (Mt. 1,23) e adesso, alla fine del Vangelo, leggo che Tu hai detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.” (Mt. 28,20).

Gesù, mi piace questo Tuo spiegarci, domenica dopo domenica, i nomi di Dio (che sono anche i Tuoi).

E grazie perché Tu “sei con noi” tutti i giorni. Non solo quando è festa.

Più imparo i Tuoi nomi, Gesù, più mi accorgo di volerti bene. E capisco quanto tutti noi siamo importanti per Te.

 

P.S. Grazie Gesù perché forse stiamo uscendo dalla pandemia.

 

PENTECOSTE ANNO B

PENTECOSTE ANNO B con preghiera dei ragazzi

Gv 15, 26-27; 16, 12-15    Atti 2, 1-11

[In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:] «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio […]. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio

e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

 

Pentecoste, ormai lo sappiamo, deriva dal greco e ci ricorda che “cinquanta giorni” dopo Pasqua il Signore Gesù dona, ai suoi discepoli e a tutta l’umanità, il Suo Spirito che san Giovanni chiama Consolatore, Difensore (questo vuole dire “Paraclito”) e Spirito di Verità. Ma perché l’evangelista sente il bisogno di consegnare alla sua comunità (almeno cinque decenni dopo il mattino di Pasqua) questa intensa e dettagliata pagina su come lo Spirito di Gesù ci guiderà alla Verità tutta intera? Probabilmente perché le comunità che san Giovanni incontra sono stanche, sfiduciate e a corto di speranza. Gesù risorto non torna e i battezzati che si trovano alla fine del primo secolo hanno l’impressione di non avvertire la Sua presenza nel difficile procedere quotidiano; le persecuzioni dei cristiani sono sempre più numerose, efferate e crudeli; molti discepoli della prima ora hanno rinunciato a credere nel Signore Gesù e sono usciti dalle loro comunità. San Giovanni non racconta solo eventi ed episodi accaduti al Gesù storico. Per l’evangelista è di vitale importanza che il suo lettore capisca che il dono dello Spirito che Gesù consegna a chi è disposto ad accoglierlo, è per tutti, ma soprattutto per chi legge questo testo nel tempo presente. L’evangelista decide perciò di rivolgersi in modo speciale al lettore che è stanco, sfiduciato, segnato dalla fatica, con le lacrime agli occhi e bisognoso di amore e di ragioni per tornare a sperare.

Verrebbe da dire: si tratta di una Pagina di Vangelo scritta anche per noi, per il nostro tempo. Per aiutarci a comprendere che il dono dello Spirito di Verità è destinato non solo ai discepoli di ieri (!), ma anche a noi (nel nostro oggi) per aiutarci ad uscire dalle nostre paure e dagli effetti (bruttini) che la pandemia ha lasciato in e su tutti noi.

Significa scoprire, grazie a questa pagina di Vangelo, che lo Spirito di Gesù ci libera: dalla paura della Solitudine (il nostro grande e vero tabù). Anche per questo siamo sempre connessi: perché abbiamo timore del silenzio e perché non sappiamo più ritrovare la nostra vera autonomia quando siamo soli. Lo Spirito di Verità che ci dona Gesù ci rende capaci di ritrovare noi stessi soprattutto nella solitudine e ci ricorda che lontano dal rumore, dalla baraonda e nel silenzio, il nostro cuore si apre alla verità e alla libertà. Solo chi impara a stare anche da solo – ci dice lo Spirito di Verità – è capace di amare!

Dalla paura della “Diversità”. La grande e folle ambizione degli uomini che volevano costruire la Torre di Babele (Genesi 11) era questa: arrivare fino al cielo con una costruzione in muratura torre di mattoni e illudersi che parlare tutti la stessa lingua voleva dire capirsi e non litigare. Lo Spirito che ci dona Gesù ci ricorda che non tocca all’uomo salire al Cielo perché è Dio che, con il Figlio suo che si è fatto carne, è sceso verso di noi. Ma lo Spirito di Gesù ci insegna anche che non ha senso ridurre la diversità ad un frullato dove tutto e tutti sono omogeneizzati. Non basta parlare la stessa lingua per non litigare! Lo Spirito di Gesù ci rende capaci di parlare il linguaggio dell’amore, della comunione, del perdono e della Pace. E solo Dio sa quanto abbiano bisogno di questo vocabolario (noi e il mondo intero).

Dalla paura di Amare. Abbiamo tanta voglia di essere amati, ma abbiamo anche paura che l’amore ci chieda di amare “come Lui ha amato noi”. Facciamo fatica ad amare chi fa di tutto per farsi detestare, chi sbaglia, chi non chiede perdono o chi è diverso da noi e ostile verso di noi. Lo Spirito di Verità ci rende capace – finalmente – di amare in modo pieno, completo e meno superficiale. Permettendoci così non solo di entrare nel giardino dell’amore adulto (“Come Lui ha amato noi”), ma anche di ritrovarci liberi (dentro e fuori), beati e immersi in una comunità vera, liberata da ideali di perfezione.

Dalla tentazione di fermare la nostra capacità di sperare.   Ci sono dei momenti della vita di tutti noi in cui diventa difficile portare il cuore oltre le fatiche o al di là del lutto. Quante volte, in questi ultimi sedici mesi, abbiamo avuto l’impressione che il buio fosse più forte della luce. Lo Spirito di Verità ci consegna la certezza che le ultime parola della storia umana sono e saranno per sempre: luce, vita, amore, giustizia, bontà e bene. Diventare capaci di sperare quando il male (fisico e morale) sembra vincere, è il grande dono della nostra Pentecoste che ci rende uomini nuovi proprio perché in grado di stare anche da soli, di abitare le diversità in un Noi ampio come il mondo, di amare “come Lui ha amato noi” e di sperare di trovare la luce anche nell’infittirsi dell’imbrunire, come cantava Battiato.

Buona Pentecoste.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù, ormai l’ho imparato: Pentecoste vuole dire 50

giorni e ci ricorda che cinquanta giorni dopo la Tua resurrezione, il Tuo Spirito è sceso sui Tuoi discepoli per consolarli.

Domenica scorsa il Tuo Vangelo ci ha detto che il nome di Dio è “Io sono con voi”, per dirci che è sempre “con noi”.

Oggi il Tuo Vangelo ci dice che il nome di Dio è “il Consolatore”, per dirci che Dio ci cura e ci fa stare bene.

Gesù, Tu non solo ci stai vicino sempre, ma ci togli anche le sofferenze che ci rubano la voglia di sorridere.

Grazie Gesù per questa bella festa.

Donami il Tuo Spirito e donalo a tutti i miei parenti e amici. Gesù non è grave se parliamo lingue diverse.

Quello che è brutto è quando non ci capiamo o quando vogliamo obbligare gli altri a parlare e a pensare come noi.

A MARIA, DONNA VERA

A MARIA, DONNA VERA

 Santa Maria, donna vera, icona del mondo femminile umiliato in terra d’Egitto, sottomesso alle sevizie dei faraoni di ogni tempo, condannato al ruolo di abbrustolirsi la faccia dinanzi alle pentole di cipolle, e a cuocere i mattoni per la città dei prepotenti, noi ti imploriamo per tutte le donne della terra.

Da quando sul Calvario ti trafissero l’anima, non c’è pianto di madre che ti sia estraneo, non c’è solitudine di vedova che tu non abbia sperimentato, non c’è avvilimento di donna di cui non senta l’umiliazione.

Se i soldati spogliarono Gesù delle sue vesti, il dolore spogliò te dei tuoi prestigiosi aggettivi. E apparisti semplicemente donna, al punto che il tuo unigenito morente non seppe chiamarti con altro nome: «Donna, ecco tuo figlio».

Tu che rimanesti in piedi sotto la croce, statua vivente della libertà, fa’ che tutte le donne, ispirandosi alla tua fierezza femminile, sotto il diluvio delle sofferenze di ogni specie, al massimo pieghino il capo ma non curvino mai la schiena.

Santa Maria, donna vera, icona del mondo femminile che ha intrapreso finalmente le strade dell’ esodo, fa’ che le donne, in questa faticosa transumanza quasi da un’ èra antropologica all’ altra, non si disperdano come gli Ebrei «nel mare dei giunchi». Ma sappiano individuare i sentieri giusti che le portino lontano dalle egemonie dei nuovi filistei. E perché la tua immagine di donna veramente riuscita possa risplendere per tutte, come la nube luminosa nel deserto, aiuta anche la tua Chiesa a liberarti da quelle caparbie desinenze al maschile con cui ha declinato, talvolta, perfino la tua figura.

Santa Maria, donna vera, icona del mondo femminile approdato finalmente nella Terra Promessa, aiutaci a leggere la storia e a interpretare la vita, dopo tanto maschilismo imperante, con le categorie tenere e forti della femminilità.

In questo mondo così piatto, contrassegnato dall’intemperanza del raziocinio sulla intuizione, del calcolo sulla creatività, del potere sulla tenerezza, del vigore dei muscoli sulla morbida persuasione dello sguardo, tu sei l’immagine non solo della donna nuova, ma della nuova umanità preservata dai miraggi delle false liberazioni.

Aiutaci, almeno, a ringraziare Dio che, se per umanizzare la terra si serve dell’uomo senza molto riuscirei, per umanizzare l’uomo vuol servirsi della donna: nella certezza che stavolta non fallirà.

 don Tonino Bello

ASCENSIONE DEL SIGNORE GESÙ ANNO B

ASCENSIONE DEL SIGNORE GESÙ  ANNO B con preghiera dei piccoli

 

[In quel tempo, Gesù apparve agli Undici e] disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. (Mc 16, 15-20)

 

Nel libro dell’Esodo si racconta che quando Mosè chiede a Dio di dirgli con quale nome presentarlo al suo popolo, “Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: “Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»”. Questo è il nome del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Gesù riparte da questo dato, ma lo completa e lo “piega” verso di noi fino presentarci il nuovo nome di Dio: “Dio-con-noi”.

È questo il senso ed il significato profondo della solennità che oggi celebriamo: l’Ascensione in Cielo del Signore Gesù non significa che Gesù risorto si è nascosto tra le nuvole! Il Cielo di cui parlano gli evangelisti è la realtà stessa di Dio che ha superato spazio e tempo per essere e per restare sempre (definitivamente) con noi.

Dire Ascensione al Cielo del Signore Gesù, perciò, significa dire che il Dio di Gesù è sempre con noi. Ed ecco i segni che manifestano e rendono riconoscibile il Sue essere con noi, vicino a noi e accanto alla nostra vita.

Nel mio nome scacceranno i demoni. Con il Dio-con-noi accanto, siamo – finalmente – in grado di allontanare dalla nostra vita tutto ciò che avvelena la nostra esistenza e ci fa vivere male. I “demoni” dell’egoismo, della cattiveria, del rancore, dell’avarizia o dell’indifferenza sono spazzati via dalla nostra volontà resa forte e determinata dalla presenza del Signore Gesù in noi e con noi. Fino a liberare il nostro cuore per renderlo definitivamente capace di amare “come Lui ha amato noi”.

Parleranno lingue nuove. Questo è il grande sogno dell’umanità: imparare a parlare la lingua (nuova!) dell’amore, del perdono e della gentilezza, della delicatezza, dell’attenzione all’altro e della pace. Per qualcuno si tratta di una lingua che di fatto non esiste perché profondamente convinto che vincano solo e sempre arroganza, furbizia e violenza. In realtà non è così. Al punto che chi impara a parlare bene la lingua nuova dell’amore, vive anche bene: aperto agli altri e immerso in quella beatitudine che sempre cerchiamo e che trova solo chi si apre al servizio verso il fratello.

Prenderanno in mano serpenti. I serpenti non piacciono quasi a nessuno e fanno paura a tutti. Si tratta però di un’immagine (forte) per dirci che stare con Gesù ci insegna anche ad affrontare difficoltà e problemi senza scappare. Quante volte spostiamo a “dopo” la soluzione di un problema sapendo che quel “dopo” non verrà mai; quante volte

 

decidiamo di non affrontare una difficoltà perché impauriti e convinti di non farcela a superarla! “Prendere in mano i serpenti” vuole dire che non siamo soli e che possiamo “prendere in mano le nostre difficoltà per affrontarle con successo”.

Se berranno qualche veleno, non recherà loro danno: impossibile non avere critiche o non avere persone che si schierano contro di noi. Soprattutto se si decide di fare il bene, di difendere i poveri e di stare dalla parte della giustizia. Non possiamo però permettere che queste difficoltà ci pieghino o ci tolgano la certezza di essere – con Gesù – dalla parte giusta. E per evitare che il suo discepolo si scoraggi, la risposta di Gesù è chiara e trasparente: chi ci vuole fare del male, sarà privato del suo veleno e non ci aggredirà in profondità. Grazie al Signore Gesù con noi, saremo sempre più forti delle critiche, delle calunnie e del male agito contro di noi.

Imporranno le mani e questi guariranno. Accanto a Gesù non si diventa medici e le mani dei suoi discepoli non hanno la forza di guarire in modo magico chi contrae le tante malattie che ancora ci sono in mezzo a noi. È vero però che quando il discepolo di Gesù si accorge di chi, accanto a lui, soffre e sta male, quest’ultimo riceve aiuto, conforto e consolazione da quella delicata presenza e prossimità. Quante volte medici e infermieri hanno sorretto, confortato e consolato ammalati ricoverati alle prese con il covid solo con uno sguardo, con una carezza, con un gesto o con la condivisione di un cellulare per permettere un saluto alle sue persone care. Usare le mani per fare il bene è la grande proposta di Gesù (non per generare violenza, assenze o cattiverie varie). E con l’aiuto del Dio-con-noi è possibile.

Festa che se non ci fosse andrebbe inventata. Buona domenica.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

nelle favole o nei cartoni, è sempre il più forte che “sale” in cielo. E lo fa solo dopo aver vinto tutti e dopo averli distrutti.

Oggi, nel Vangelo, abbiamo letto che Tu, dopo essere stato arrestato, picchiato, frustato e ucciso in croce, sei stato elevato in Cielo.

Il Tuo Vangelo mi fa sempre pensare: con Te vincono i deboli, chi è escluso, gli ultimi e soprattutto la bontà.

Grazie Gesù per questo messaggio.

Quando ero piccolo pensavo che “salire in cielo” voleva dire andare sopra le nubi (e quando si diceva “Ascensione” io capivo “ascensore”).

Oggi so che “salire in cielo” significa stare nella mano di Dio e sapere che Tu ci dai la forza di aiutare chi è debole, chi piange e chi è povero.

Grazie Gesù perché con Te il Cielo è sulla Terra.

E grazie anche perché tutti i miei nonni sono vaccinati.