Lettera aperta alla Ministra per la famiglia Eugenia Roccella

15-10-2025 - Notizie

Lettera aperta alla Ministra per la famiglia Eugenia Roccella

Signora Ministra,

nei miei 40 anni di insegnamento ho organizzato più volte quelle che Lei definisce “gite ad Auschwitz” e avrei un bel po’ di roba da sottoporre alla Sua attenzione: testimonianze degli alunni, fotografie, poesie, giornalini scolastici…

Non voglio rubarLe troppo tempo, ma non riesco proprio ad esimermi dal “regalarLe” un mio articolo di ben 22 anni fa. Lo legga, per piacere.

 

Il viaggio della Memoria - 200 ragazzi di 32 scuole di Roma ad Auschwitz

 

Insegno Storia in una scuola superiore di Roma da oltre 30 anni. Due ore a settimana, otto ore al mese, 48 ore in un anno scolastico.

Da oltre 30 anni, alla fine dell'anno, mi pongo la stessa domanda: che cosa sarà rimasto nei miei alunni di tutti quegli avvenimenti, date, nomi?

Oggi - 8 gennaio 2003 - è la prima volta che non mi pongo questa domanda, sicuro di avere fatto, per me e per loro, la cosa più importante: vivere la Storia.

Sono a Birkenau, nel campo di sterminio conosciuto come  Auschwitz 2.

Partecipo al Progetto "Roma - Auschwitz 1943-2003" organizzato dall'assessorato alle politiche educative e scolastiche del Comune di Roma.

Il "cammino" era iniziato due anni fa nell'isola di Cefalonia ed era proseguito l'anno scorso a Fossoli, a Marzabotto, alla Risiera di San Saba.

 

Oltre 200 alunni - 33 scuole di Roma, 6 rappresentanti per ogni scuola - sono qui, tra le baracche del campo di sterminio, e vagano da un luogo all'altro, increduli, inorriditi, commossi.

Le "guide" polacche, dopo un'introduzione generale, hanno lasciato la parola a Shlomo Venezia, a Piero Terracina, a Giuseppe Di Porto, a Sabatino Finzi, a Settimia Spizzichino.

Sono i sopravvissuti al più spaventoso eccidio che la storia ricordi: milioni di morti, sacrificati dalla follia umana in nome di una stupida superiorità razziale. Sono tornati - qualcuno per la prima volta - nel luogo dove hanno visto morire i loro parenti e i loro amici.

Hanno la voce strozzata dal pianto, ma proseguono nei loro racconti per consegnare alla memoria dei giovani pagine di vita che non si possono cancellare. "Io non voglio emettere giudizi" - dice Shlomo Venezia - "ma voglio che si sappia quello che è accaduto, voglio raccontarvi quello che ho visto con i miei occhi".

Quando, appena giunto nel campo, i tedeschi gli chiesero il mestiere che faceva, si spacciò per barbiere e così si ritrovò a tagliare capelli e a depilare, a trascinare nei forni crematori i cadaveri che si accumulavano nelle camere a gas.

"Una volta - dice, riuscendo a trattenere il groppo alla gola - abbiamo sentito un rumore impercettibile che proveniva dal mucchio di cadaveri accatastati.

Un neonato, grazie al fatto di essere rimasto attaccato al seno della madre, era riuscito a sopravvivere. Lo abbiamo subito soccorso, ma quando se n'è accorto il tedesco delle SS che stava di guardia, ha tirato fuori la pistola e gli ha sparato."

Sabatino Finzi aveva appena 15 anni quando lo prelevarono dal ghetto di Roma assieme a tutta la sua famiglia.

Un viaggio allucinante: uomini e donne stipati in un vagone chiodato, senza cibo e in mezzo agli escrementi.

"Questa - dice ai ragazzi che gli stanno davanti - era la judenrampe, la rampa dove arrivavano gli ebrei e dove arrivammo io e tutta la mia famiglia.

Ci separarono tutti.

Mia madre, l'unica a capire la lingua tedesca, abbracciò me e i miei fratellini, ci benedì e ci disse "andate".

Non l'ho più rivista. Mio padre e mio nonno, mentre andavano verso la camera a gas, ci guardarono e ci salutarono da lontano.

Noi arrivammo alla "sauna", ci spogliarono, ci tagliarono i capelli, ci diedero un numero di matricola. C'era un uomo vicino a me. Gli chiesi: «Dove sono i miei genitori?"

Lui mi disse: “Lo vedi quel fumo che esce del camino? Sono usciti da lì!” È qui che è stata sterminata tutta la mia famiglia.»

L'incontro con Giuseppe Di Porto si svolge all'interno di una baracca.

Racconta quello che ha patito in quell'inferno: la fame, il freddo, le umiliazioni, le angherie.

Dice di essere orgoglioso di quel numero che porta ancora inciso nel braccio, si toglie la giacca e lo mostra ai ragazzi.

C'è un attimo di smarrimento. Un ragazzo ha una macchina fotografica in mano e mi chiede, sottovoce, se può scattare una fotografia.

Di Porto sente la richiesta e offre il suo braccio a una raffica di flash.

Gli chiedo come è riuscito a sopravvivere e racconta la sua incredibile fuga, qualche giorno prima che l'armata rossa entrasse ad Auschwitz.

I ragazzi ascoltano in silenzio, smarriti e con gli occhi lucidi. Piero Terracina, ad un certo punto, smette di narrare: non ce la fa più, è stanco ed emozionato.

In due incontri preparatori aveva già raccontato la sua dolorosa esperienza; ora, nel rivedere quei luoghi dove sono morti tutti i suoi cari, non regge allo strazio. I ragazzi capiscono e lo accarezzano con lo sguardo. Poi, dai diversi punti del campo, i vari gruppi - guidati dal sindaco di Roma, Walter Veltroni, che ha voluto partecipare a questo viaggio della memoria - confluiscono verso il monumento alle vittime per una breve cerimonia.

Il rabbino capo di Roma, Di Segni, intona le preghiere, echeggia il suono del corno di montone (lo shofar) che simboleggia il patto tra Abramo e l'Onnipotente, si leva straziante il canto "Ani Maamin" (Io credo), lo stesso canto che intonavano gli ebrei mentre si avviavano verso la morte.

Io sono lì, con la mia macchina fotografica appesa al collo, a un passo dai sopravvissuti che hanno affidato a due nipotini di deportati il compito di reggere la bandiera con la stella di David.

Stento a scattare una foto, mi tremano le mani e nell'obiettivo vedo l'immagine sfocata.

Sto piangendo.

 

Italo Spada

Roma, 2003