
Auguri alle madri palestinesi, donne di una forza antica e immensa, che scavano tra le macerie a mani nude cercando i propri figli, con il cuore spezzato e la schiena dritta, mentre la vita continua anche dove tutto parla di morte.
Auguri alle madri che sono dottoresse e curano ferite senza smettere di essere madri, alle giornaliste che raccontano la verità con paura e coraggio, alle prigioniere che resistono senza lasciare che venga imprigionata la dignità, alle donne che hanno attraversato l’Intifada con il pane in una mano e la resistenza nell’altra, e che hanno cresciuto generazioni insegnando amore per la terra, gli ulivi, il mare e la memoria, senza dimenticare i nomi dei villaggi e senza piegarsi all’occupazione.
Auguri alla madre di Ibrahim al-Nabulsi e a tutte le madri che hanno portato il corpo dei propri figli martiri senza trasformare il dolore in resa, trasformando lutto in forza e lacrime in dignità.
Madri che sorridono con il cuore distrutto, per non concedere all’esercito israeliano la vittoria di vederle spezzate. Madri che trasformano il lutto in forza, le lacrime in dignità, la perdita in promessa di resistenza.
Madri che, anche davanti alla perdita, continuano a generare resistenza e a dire al mondo che un popolo che resiste non muore.
Auguri ai figli della Palestina, ai bambini che hanno perso le madri, perché trovino nel dolore la forza di continuare e nella memoria delle loro madri la strada verso la libertà.
E auguri alla nostra madre più grande: la Palestina. Terra ferita e mai sconfitta, terra che continua a partorire resistenza, nonostante il sangue, le rovine e il silenzio del mondo.
Perché le madri palestinesi non sono solo madri: sono rifugio, sono voce, sono lotta, sono il grembo della resistenza. E anche sotto le bombe continuano a insegnare al mondo che cosa significa amare senza arrendersi mai.
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