Allarme Onu. Libia

04-09-2018 - Notizie

 Allarme Onu. Libia, a rischio migliaia di migranti. Le Ong in fuga


Nello Scavo  AVVENIRE , martedì 4 settembre 2018

IMPOSSIBILE RAGGIUNGERE I CENTRI DI DETENZIONE.  SI TEMONO NUOVE VITTIME NEL MEDITERRANEO

Migranti intercettati al largo delle coste libiche, a est di Tripoli, in un'immagine fornita dalla Guardia Costiera libica nel giugno scorso

«Dove gli scontri sono più intensi i migranti detenuti e ad alto rischio sono oltre 2.300; a causa dei combattimenti non riusciamo ad accedere ai centri». Lo dice Paula Barrachina, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) in Libia. La vita di migliaia di persone è a rischio, e l’insicurezza sta mettendo in fuga anche le poche organizzazioni non governative presenti. Il centro italiano rifugiati ha annunciato la sospensione delle operazioni, mentre sempre l’Onu denuncia che a causa delle politiche migratorie europee diminuiscono i viaggi della speranza, ma cresce il rischio di incidenti mortali.

Ma è l’attualità a tenere sotto pressione le organizzazioni internazionali. «Con le autorità locali e le altre agenzie dell’Onu stiamo valutando le opzioni possibili», dice Barrachina a proposito delle operazioni coordinate da Roberto Mignone, l’italiano a capo dell’Acnur a Tripoli. «Al momento – spiega – non riusciamo più a raggiungere i centri, in particolare le due strutture più esposte, dove vivono rispettivamente 1.900 e 450 persone».

Martedì l’agenzia Onu per i rifugiati aveva soccorso circa 300 migranti, trasferiti dal centro di detenzione di Ain Zara a un’area di Abu Salim ritenuta più sicura. L’operazione era stata condotta insieme con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Medici senza frontiere (Msf) e il Dipartimento libico per la lotta alla migrazione illegale (Dcim).

Ma a seguito dell’aggravarsi delle condizioni in Libia e della dichiarazione dello stato d’emergenza, «il presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) Roberto Zaccaria e il direttore Mario Morcone hanno deciso di sospendere temporaneamente le attività dell’ufficio a Tripoli e quelle di assistenza e tutela dei rifugiati sul territorio». È quanto si legge in una nota del Cir dopo l’intensificarsi degli scontri a Tripoli. «L’assistenza – prosegue il comunicato – riprenderà solo quando un quadro di sicurezza minimo sarà garantito».

Inevitabile che il perdurare della guerra civile oltre che sui cittadini libici avrà pesanti ricadute sugli stranieri e metterà l’Europa davanti a nuove sfide, specie riguardo ai salvataggi in mare. Nel dossier “Viaggi disperati”, l’Acnur certifica che oltre 1.600 persone sono morte o disperse in mare quest’anno. Se il numero totale degli sbarchi è diminuito, il tasso di mortalità è nettamente cresciuto. Nel Mediterraneo centrale una persona è morta o scomparsa ogni 18 che hanno cercato di raggiungere l’Europa tra gennaio e luglio 2018, a fronte di un decesso ogni 42 partenze nello stesso periodo nel 2017. «Questo rapporto conferma ancora una volta che quella del Mediterraneo è una delle traversate più mortali al mondo», ha dichiarato il direttore dell’ufficio per l’Europa dell’Acnur, Pascale Moreau. «La sfida non è più stabilire se l’Europa possa gestire i numeri, ma se possa trovare l’umanità per salvare queste vite».

IL DOCUMENTO L'Onu accusa il governo libico: «Torture nei centri ufficiali»                                                          di Nello Scavo

Lungo la rotta del Mediterraneo centrale quest’anno ci sono stati dieci incidenti in cui sono morte 50 o più persone, quasi tutte dopo essere partite dalla Libia. Sette di questi naufragi si sono verificati da giugno. Più di 300 persone hanno perso la vita nel 2018 lungo la rotta dal Nord Africa alla Spagna. Un netto aumento rispetto al 2017, quando si sono registrati 200 decessi in tutto l’anno.

Da aprile di quest’anno, il tasso di mortalità è salito a un morto ogni 14 persone che arrivano in Spagna via mare. Più di 78 decessi di rifugiati e migranti si sono verificati lungo le rotte terrestri, rispetto ai 45 dello stesso periodo dell’anno scorso.

Fonti turche, intanto, confermano la ripresa della rotta anatolica. Nei primi 8 mesi dell’anno le autorità Ankara hanno fermato 16.617 persone che cercavano di raggiungere le sponde dell’Ue senza regolari documenti, con un aumento del 37% rispetto allo stesso periodo del 2017. Numeri che sono destinati a moltiplicarsi se in Siria non verranno fermati per tempo i massacri nella provincia di Idlib.

Migranti. L'Onu accusa il governo libico: «Torture nei centri ufficiali»


Nello Scavo domenica 2 settembre 2018

 

L’accusa è stata consegnata al Consiglio di sicurezza. A partire dallo scorso 16 maggio negate le autorizzazioni alle Nazioni Unite che non hanno potuto «condurre visite di monitoraggio»

Uno dei salvataggi in mare davanti alla coste della Libia, quando ancora non era attiva la Guardia costiera di Tripoli

Il segretario generale Onu gela gli entusiasmi di chi sostiene che i migranti possano essere affidati senza grosse preoccupazioni alle cure dei libici. Al contrario «migranti e rifugiati hanno continuato ad essere vulnerabili», sottoposti «alla privazione della libertà e alla detenzione arbitraria nei luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali». Lo denuncia Antonio Guterres nell’ultimo rapporto consegnato al Consiglio di sicurezza il 24 agosto. E stavolta l’accusa per i maltrattamenti non è rivolta solo ai trafficanti di uomini e alle prigioni clandestine.

Guterres non è per niente contento di come si sta mettendo la situazione per gli stranieri in Libia. Le Nazioni Unite si erano esposte anche a molte critiche, insistendo per ottenere l’accesso ai centri detentivi del governo, anche a costo di apparire accondiscendente con Tripoli. Negli ultimi mesi, però, agli ispettori Onu è stato vietato l’ingresso nelle strutture di trattenimento ufficiali.

 

L’atto d’accusa è contenuto in 16 pagine ed esamina i fatti accaduti a partire dallo scorso 7 maggio, quando il segretario generale aveva controfirmato un precedente dossier nel quale si esprimevano una serie di dubbi sull’operato delle autorità libiche a danno di persone migranti e rifugiati. Ma stavolta la missione Onu a Tripoli non ha dubbi: «I colpevoli degli abusi includono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali».

 

L'inferno delle madri. Vita e morte di profughi e migranti


di Marina Corradi    AVVENIRE   -  lunedì 3 settembre 2018

Ultimo rapporto della Missione in Libia dell’Onu, datato 24 agosto e diffuso ieri. «Migranti e rifugiati continuano a essere sottoposti a privazione della libertà e detenzione arbitraria in luoghi di prigionia ufficiali e non ufficiali; torture, inclusa la violenza sessuale, rapimento a scopo di riscatto, estorsione, lavoro forzato, esecuzioni illegali. Il numero dei prigionieri è aumentato a causa delle intercettazioni in mare e della chiusura delle rotte nel Mediterraneo, che impediscono le partenze. Colpevoli delle violenze sono ufficiali governativi come gruppi armati, bande criminali, contrabbandieri, trafficanti». «Le donne e le ragazze migranti – prosegue il rapporto – sono particolarmente esposte a stupro, prostituzione forzata e altre forme di violenza». Ai rappresentanti della Missione è stato tra l’altro negato l’accesso alla prigione Zuwarah, che pure è governativa. Gli occhi dell’Onu non devono superare le sue mura: a scuotere le false sicurezze di chi ama dire e gridare che le notizie riferite da quanti sbarcano in Occidente sono "esagerazioni", addirittura "invenzioni".

Proprio fra le testimonianze dei cento accolti dalla Cei e giunti a Rocca di Papa, età media 25 anni – ragazzi dunque, li chiameremmo, fossero figli nostri – ecco quella di otto giovani donne riferite a Carlotta Sami, portavoce in Italia dell’Acnur, tramite la mediatrice culturale. Le ragazze hanno detto di avere passato «l’inferno in terra», di aver subito «cose che nessuna donna dovrebbe sopportare». Stuprate e poi tenute prigioniere anche per anni, loro e altre compagne che non ce l’hanno fatta ad arrivare in Occidente. Rimaste incinte, hanno partorito in prigione bambini che sono morti di stenti a pochi mesi.

Sono parole che i media hanno pubblicato ieri, forse passate inosservate nella mole di notizie sui migranti. Ma, se ti fermi a pensarci, ti accorgi che descrivono qualcosa di più di ciò che già sappiamo, violenza, stupri, ricatti. Descrivono un inferno: delle donne, e poi delle madri. Prima violentate e recluse. Poi abbandonate in prigione per settimane e mesi; mentre dal loro giovane corpo arrivano i segni di una gravidanza. Riusciamo a immaginarci? Con negli occhi ancora le facce degli stupratori, sentendosi addosso ancora, e forse per sempre, le loro mani, queste ragazze si sono sapute madri di un figlio concepito nella violenza. Un figlio, forse, con gli stessi occhi dell’uomo che non dimenticheranno mai. Nel tempo immobile di una prigione, sentire in sé che quel figlio cresce. Si odia, il figlio di un tale sopruso, quasi fosse anche lui un invasore? È possibile. È possibile che nei lunghi mesi dell’attesa, mentre la sua presenza diventa evidente e il suo peso grava il ventre, una donna odi il figlio. Che il parto col suo dolore sembri un’altra violenza.

Ma piangono come tutti i bambini, quei bambini. Solo il seno materno li acquieta. Ci si addormentano sopra, fiduciosi. Non dilania, allora, il contrasto fra la ferocia subita e quell’abbandono inerme? Nel silenzio echeggiante di gemiti delle celle, le prigioniere in bilico su un crinale: odiare, come sarebbe umanamente anche ragionevole, oppure, tuttavia, amare. Ce ne saranno, che si stringono alla fine quel figlio al petto, spinte da un istinto antico, e perfino più forte del male.

Ma il bambino ha fame, e la madre non mangia a sufficienza, il latte le manca. È nel buio e tra lo sporco. Quei figli, forti abbastanza da venire al mondo senza esser voluti, in un tugurio, non reggono alla fame e alle infezioni. Si fanno lividi, un giorno dopo l’altro, il pianto più flebile. Dormono quasi sempre, ma è una sonnolenza malata che li tiene quieti. Come li vegliano, con quali occhi, le donne che ormai li sentono, nonostante tutto, vinte dall’istinto materno, figli? Quanto soffrono dell’annunciarsi della morte in quei volti di bambini? Una mattina trovarli accanto nel giaciglio, inerti. Piangere, per non volersene separare. Non è, quello sussurrato in poche faticose parole da povere migranti, a Rocca di Papa, l’inferno delle madri? E come mai, pure leggendo, quasi non ce ne accorgiamo? È il colore della pelle, che ci impedisce di immedesimarci?

Cose che accadono appena al di là del nostro mare. Chi fugge viene bloccato, persino riportato indietro, i porti ostentatamente sbarrati. Non possiamo accogliere tutti, dicono, ed è vero. E però lacera il pensiero di queste donne violate, e poi madri, che assistono all’agonia dei loro figli. L’inferno delle madri. Appena al di là del nostro mare.