2018: Odissea nei Balcani

11-11-2018 - Notizie

di Gabriele Sala

 

Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: "Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?". Gli risposi: "Signore mio, tu lo sai". E lui: "Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.

Non avranno più fame,
né avranno più sete,
né li colpirà il sole,
né arsura di sorta,

perché l'Agnello che sta in mezzo al trono
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi".

 

(Apocalisse 7, 13-17)

 

Sono queste le parole che più frequentemente risuonano nella mia mente da quando sono tornato da Bihac’, una piccola cittadina nel Nord della Bosnia-Erzegovina dove si sta consumando una delle tante tragedie sulla pelle dei migranti nel silenzio assoluto dei media (ad eccezione di Famiglia Cristiana, che ha recentemente prodotto un fedele reportage su quanto sta accadendo alle porte della nostra Europa).

Un silenzio che fa comodo a questo Governo, perché bisogna dimostrare che le politiche della destra europea sono efficaci nel fermare le migrazioni. In realtà le migrazioni non si sono mai fermate: vengono ostacolate, rallentate, si vuole aggiungere dolore alla sofferenza, ma a chi fugge dalla disperazione, dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla fame, non bastano i muri, il filo spinato, le botte della Polizia a fermarli.

Adesso che la rotta mediterranea si è fatta più insicura, sia per i pattugliamenti delle motovedette libiche che per le politiche dei respingimenti, ma anche per le cattive condizioni metereologiche durante il periodo invernale, la rotta balcanica offre maggiori possibilità di successo, non solo per i migranti provenienti da Paesi come Afghanistan, Pakistan, Iran, Iraq, Siria e Palestina, ma anche per alcuni nordafricani come l’Algeria, anche se li obbliga ad un percorso molto più lungo.

Io sono venuto a conoscenza di questa realtà dalla testimonianza diretta di Sergio Vercelli, volontario dell’Associazione Mamre Onlus di Borgomanero, una persona che, come lo definisce Mauro, un altro volontario della stessa Associazione, con bonaria ironia: “è uno che non solo i poveri li incontra, ma se li va proprio a cercare!”.

Ho incontrato Sergio durante una riunione per organizzare la “Cena dei Popoli” presso l’Oratorio di San Marco di Borgomanero, un evento che ha richiamato oltre 170 persone che vivono e lavorano ogni giorno accanto a noi, ma che provengono da quattro dei cinque continenti.

Sergio è apparso visibilmente scosso mentre mi raccontava l’esperienza del suo recente viaggio in Bosnia: “Non mi era mai capitato di vedere situazioni del genere: giovani e famiglie con bambini al seguito, fuggiti da realtà drammatiche, con la speranza di entrare in Europa, il sogno di una Terra Promessa da dove poter ripartire, ricostruire delle vite distrutte, ridare dignità alla propria esistenza e a quella dei loro cari, confinati nell’inferno dei due campi che abbiamo potuto visitare, quello di Bihac’ e quello di Velika Kladusa. Insieme alla CRI di Arona stiamo organizzando, a breve, una missione per consegnare a queste persone soprattutto sacchi a pelo, ma anche giacconi pesanti, coperte, scarpe, per consentire loro di superare l’inverno balcanico, durante il quale si raggiungono facilmente temperature inferiori ai – 20°”.

Immediatamente mi rendo disponibile per partecipare alla prossima missione: Sergio non è in grado di fornirmi immediatamente una risposta, ma mi promette che mi farà sapere.

Nei giorni successivi mi comunica che c’è ancora un posto disponibile e che la partenza è prevista per il 1° novembre.

Il mattino della partenza, al punto di ritrovo concordato, faccio conoscenza con quelli che saranno i miei compagni di viaggio: cinque volontari del Mamre, due volontari della CRI, un sacerdote che insegna al Liceo “Don Bosco” di Borgomanero e un suo allievo dell’ultimo anno: in tutto tre furgoni e un’auto.

Io viaggio sul furgone con Mauro Clerici, un volontario che aveva già partecipato alla precedente missione e che mi racconta, tra l’altro, delle importanti attività svolte da Mamre (il cui nome ricorda il luogo in cui, nel libro della Genesi, Abramo e Sara accolsero tre viandanti, rivelatisi in seguito messaggeri divini) in favore dei migranti e dell’impegno profuso dal suo Presidente, Mario Metti (anche lui con noi in questo viaggio) al fianco di donne, uomini, bambini e famiglie in difficoltà, per donare loro accoglienza nelle numerose case gestite dalla Onlus e speranza di una vita più dignitosa attraverso progetti educativi e di inserimento lavorativo.

Arriviamo a Bihac’ alle nove di sera, dopo due ore durante le quali siamo rimasti fermi alla frontiera bosniaca per l’espletamento delle pratiche doganali, sotto una pioggia torrenziale che non ci ha mai abbandonato per tutta la durata del viaggio.

Al nostro arrivo incontriamo Silvia, Greta e Davide, tre Operatori dell’IPSIA (Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI, un’organizzazione non governativa promossa dalle ACLI per trasformare in iniziative di cooperazione internazionale esperienze e valori di associazionismo popolare), i quali ci conducono presso l’abitazione privata che hanno prenotato per il nostro pernottamento.

Il mattino seguente ci dirigiamo, a bordo dei nostri mezzi, insieme a Silvia e Greta (che ci faranno anche da interpreti) al capannone industriale dismesso che la Croce Rossa di Bihac’ ha preso in affitto come magazzino.

Prima di scaricare i furgoni facciamo la conoscenza di Selam Midzic, il Coordinatore della Croce Rossa locale, il quale ci racconta la situazione drammatica nella quale vivono i migranti, ma anche le difficoltà della popolazione locale e dei volontari.

Ci spiega che a Bihac’ vivono circa 1300 migranti; il Comune ha messo a disposizione il Dom, un edificio disastrato che negli anni ’90 avrebbe dovuto ospitare gli studenti, ma mai completato a causa della guerra, fino a pochi giorni fa privo di porte e finestre (adesso le finestre le stanno montando, anche se, per ora, manca il riscaldamento); manca anche la corrente elettrica e l’acqua potabile. Al suo interno vengono ospitate ottocento persone, perlopiù famiglie con bambini; mentre i giovani in attesa di passare il confine vivono in tende di fortuna in un boschetto adiacente al Dom.

Le maglie piuttosto larghe del confine tra Bosnia e Croazia hanno consentito, almeno inizialmente, il transito di numerosi migranti. Poi le maglie si sono via via ristrette e la Polizia croata ha adottato rigide misure di sicurezza lungo le nuove zone di passaggio, dando il via a respingimenti con uso eccessivo di violenza, come testimoniano le parole dei migranti che rientrano a Bihac’: persone ferite, cellulari spaccati, passaporti requisiti, soldi rubati. I migranti vengono riportati al confine con le camionette e ributtati in Bosnia, ma più a sud, al fine di rendere più difficoltoso un nuovo tentativo. I giovani migranti lo chiamano the game, il gioco, come il gioco dell’oca, che quando, con un lancio di dadi superi la casella di arrivo, devi retrocedere dei punti in surplus.

Quindi, sacchi a pelo e capi di abbigliamento non servono solo ai nuovi arrivi che si apprestano a tentare di superare la frontiera, ma anche ai migranti di ritorno che sono stati spogliati di tutto.

Selam prosegue il suo discorso evidenziando la grande generosità con la quale ha risposto inizialmente la popolazione locale, che però ad un certo punto ha dovuto arrendersi quando i numeri sono diventati da vera emergenza e la gente si è accorta del disinteresse delle Autorità della Federazione bosniaca  per quanto riguardava la programmazione e l’attuazione di misure volte a garantire un supporto logistico concreto ai rifugiati: necessità di base e contingenti, come cibo, vestiti e cure mediche ma anche provvedimenti di lungo termine come l’installazione di spazi necessari per il pernottamento e la presa in carico di persone con difficoltà fisiche e motorie. Ovviamente il peggioramento delle condizioni fisiche e psicologiche dei migranti ha portato a qualche scontro e tafferuglio con la comunità locale.

Il Sindaco di Bihac’ ha quindi incaricato la Croce Rossa locale di coordinare gli interventi dell’emergenza, e i suoi ventuno volontari si stanno facendo letteralmente in quattro per garantire, pur con le limitate risorse economiche, la preparazione e somministrazione di tre pasti giornalieri per 1200 persone, la distribuzione di vestiario, scarpe e articoli per l’igiene personale. Inoltre, per far fronte a tutte le necessità, essa ha dovuto avvalersi anche di una quindicina di operatori “a pagamento”; ad essi si aggiungono i volontari di due ONG locali, di IPSIA e della Caritas.

Dopo aver scaricato i furgoni, accatastando gli scatoloni in base al loro contenuto, ci dirigiamo alla volta del campo profughi.

Ad attenderci, all’entrata del campo, incontriamo Ilaria e Cristiana, due volontarie dell’IPSIA che qui stanno svolgendo il loro anno di Servizio Civile e che hanno avuto l’incarico di accompagnarci al suo interno. Esso è situato in un boschetto in collina, di fronte ad un campo sportivo e alla locale moschea: al suo interno si dispiegano numerose tende, tra rifiuti di ogni genere e sacchi neri di plastica; accanto alle tende, gruppi di ragazzi discutono davanti ai fuochi sui quali si cucinano, dentro pentole annerite, chissà quali pietanze.

Salendo lungo il sentiero, in cima alla collina, incontriamo il Dom, un lugubre edificio all’interno del quale si lavora alacremente per montare le finestre prima che il freddo cominci a mietere le sue vittime. All’esterno sono situati dei container che svolgono la funzione di bagni e docce; vicino alla porta d’entrata, una cartina geografica della zona indica, ai giovani che si apprestano a varcare il confine con la Croazia, le aree ancora disseminate di mine risalenti al periodo della guerra. All’interno visitiamo un ampio locale adibito a sala pranzo; alcuni locali dentro i quali sono sistemate delle tende e dei materassini; c’è perfino il barber shop,

un migrante che taglia i capelli in un angolo dell’edificio, mentre tutto intorno una piccola folla osserva incuriosita.

A tutti ci rivolgiamo dicendo “salam aleikum” ed essi rispondono cordialmente con un “aleikum salam”; quando ci chiedono qual è la nostra provenienza e noi rispondiamo “from Italy” qualcuno ci risponde “Ah, Juventus!”.

Ilaria racconta di un giovane arrivato giorni prima a piedi dall’Afghanistan dopo un anno di cammino, le sue scarpe oramai erano distrutte, e una donna del posto ha subito provveduto a procurargliene un paio nuovo dicendo: “Noi che abbiamo provato la guerra sappiamo cosa significa!”.

Lasciamo il campo frastornati, ci rendiamo conto degli enormi bisogni di queste persone; difficile immaginare quali tragedie devono averli spinti ad affrontare tali difficoltà, al punto di lasciare tutto e di rischiare la vita nel tentativo di ricongiungersi a parenti ed amici in qualche Paese del nord Europa, soprattutto Norvegia, Svezia e Germania. Ci sentiamo impotenti di fronte alle loro necessità, vorremmo fare di più, e ora che conosciamo un po’ meglio la situazione riteniamo che per il futuro dovremo coordinare meglio i nostri interventi con quelli della Croce Rossa locale al fine di ottimizzare al massimo le risorse disponibili.

Lungo la strada che ci riporta in città incontriamo alcuni giovani che, zaino in spalla, si apprestano a tentare the game, chissà a quale tentativo sono arrivati.

Sarà la volta buona? Inshallah!