LETTERA APERTA A PAPA FRANCESCO

08-02-2019 - Notizie

LETTERA APERTA A PAPA FRANCESCO 

 

DI DUE MEMBRI DEL MOCEOP

 

"A PARTIRE DAL RISPETTO E DALLA SORPRESA"

Teresa Cortés e Andrés Muñoz

Fratello Francesco,

conosciamo i tuoi sforzi e la tua onestà nella tua azione pastorale per rendere la Casa Comune un luogo abitabile, più umano e solidale. Ti ascoltiamo molte volte gridare al cielo per le ingiustizie, le disuguaglianze, la mancanza di accoglienza per i migranti e l'assenza di pace. Le sofferenze umane ti feriscono, perché ti lasci toccare il cuore. Dalle tue dichiarazioni sappiamo che ti preoccupano la Chiesa ed i suoi peccati: clericalismo, ipocrisia, pedofilia, abuso di potere; che vuoi una Chiesa dei poveri e per i poveri e che sogni che insieme a una grande comunità di fratelli nella fede costruisca cieli nuovi e terre nuove. 

Non ci sono estranee le difficoltà con le quali ti scontri nella tua missione: una feroce opposizione, le lotte interne vaticane, reazionarie e distruttive, il discredito del tuo messaggio, le complicazioni protocollari. Una volta sei arrivato a dire che ti senti “tra lupi”.

Ma ci sono giunte alcune dichiarazioni sul celibato opzionale, fatte da te qualche giorno fa sul volo di ritorno a Roma da Panama, che ci hanno sorpreso e amareggiato. Non sono fake-news, a cui siamo abituati dai media e dai social network in questo periodo di post-verità. Le abbiamo viste e ascoltate direttamente dal video che ti hanno fatto. Tu dici che il celibato è un dono per la Chiesa e che non sei “d’accordo nel permettere il celibato opzionale, no", che è un pensiero personale e che non vuoi metterti davanti a Dio con questa decisione.

Fratello, 

non ci aspettavamo questo da te. Queste sono parole che ci risuonano in altri tempi ed altri pontificati; sono molto drastiche e definitive (bianco o nero) e sentiamo la mancanza di un linguaggio sfumato in cui ci sono un’infinità di grigi tra cui si possono trovare punti di convergenza, di avvicinamento, di dialogo. Ci aspettavamo una parola diversa, più calda e sentita, come quella che hai detto ai giovani e che crediamo che tu porti dentro: “bisogna fare quello che si sente, sentire ciò che si pensa, pensare quello che si fa”. Sappiamo che il tuo sentire e il tuo modo di pensare al problema del celibato erano qualcosa di diverso, almeno nella sua formulazione, anche dopo la tua elezione a fratello maggiore della comunità cattolica. Le testimonianze di Jerónimo Podestà, tuo fratello nell’episcopato, e di Clelia Luro, sua moglie, con i quali hai avuto conversazioni lunghe e fruttuose, ci hanno trasmesso la tua sincera preoccupazione e il desiderio di fare qualcosa riguardo al celibato obbligatorio dei preti e ai suoi effetti.

Conosci molto bene il tema e sai che l’imposizione del celibato ha una storia molto incerta attraverso vari secoli e i diversi concili e sinodi, nei quali si legiferava in un modo o nell’altro secondo gli interessi personali, locali, economici o di potere, arrivando a volte a posizioni umilianti come proibire ai preti sposati di convivere con le loro legittime mogli. Jerónimo e Clelia ti hanno anche informato di tutto un movimento internazionale di preti sposati, nato negli anni ‘80, del quale sono stati testimoni ed animatori, nel quale si è studiato, pensato e pregato sul celibato, decidendo all'unanimità che dovrebbe essere opzionale e non obbligatorio per i preti cattolici di rito latino.

MOCEOP (Movimento per il celibato opzionale), gruppo spagnolo di credenti, composto da preti sposati, preti celibi e cristiani di base che sono in sintonia con i nostri presupposti e le nostre rivendicazioni, da più di 40 anni (41 per l'esattezza) lotta per una società più democratica, giusta, ecologista, inclusiva e per una Chiesa declericalizzata, egualitaria, più democratica ed evangelica.

Siamo d’accordo con te che il celibato è un dono, ma quando è libero e non è imposto. Pensiamo che il matrimonio e il ministero siano anche doni dello Spirito e che non possano essere dichiarati incompatibili con una legge disciplinare, nella quale vengono anche negati alcuni diritti alla metà della comunità: alle donne. Pensiamo che il celibato obbligatorio comporti una componente di repressione e produca vittime, soprattutto tra preti, donne e bambini.

Denunciamo il fatto che con una legge non si può vietare o reprimere il godimento di alcuni diritti umani così elementari come innamorarsi, amare e procreare. Sai - e crediamo - che il celibato presbiterale predispone a condurre una doppia vita e che è una delle componenti fondamentali della pedofilia, che causa tanto dolore e contro cui stai lottando.

Conosci anche da vicino i numerosi sforzi e i dispiaceri che sono costati a migliaia e migliaia di noi preti sposati ed alle nostre famiglie il superamento della legge del celibato, legge che noi consideriamo ingiusta e non necessaria, perché non ha fondamenti biblici, teologici o pastorali. A questo punto della vita della Chiesa non si può pensare o legiferare come nel Medioevo, ma prendendo in considerazione i diritti umani universali.

Tu sai che noi preti sposati non siamo stati tenuti in nessuna considerazione dalla Chiesa gerarchica, siamo stati resi invisibili, accusati di essere disertori, traditori e altre denominazioni non molto evangeliche. Tu sai molto bene che il processo vaticano di secolarizzazione continua ad essere ancora umiliante ed offensivo per la dignità umana: “riduzione allo stato laicale” si chiama ancora nel protocollo degli organi ufficiali della curia - questa curia che ti sta facendo soffrire - cosa che suppone che sia non solo un’offesa per i preti, ma - e soprattutto - per il popolo dei fedeli.

Ma grazie a Dio ci sentiamo così liberati e felici che abbiamo espresso la nostra gioia in questa beatitudine minore, che è in sintonia con quelle più grandi del Vangelo: “Beati tutti noi e tutte noi perché abbiamo iniziato a costruire il cammino per cui si può conciliare il ministero presbiterale con l’amore di coppia e perché sentiamo che l’obbligo di essere celibi può essere un peso per svolgere il ministero come segno di maturità e di libertà”.

Di questo ti abbiamo già parlato in due lettere personali che sappiamo esserti state consegnate a mano da persone a te molto vicine. Clelia Isasmendi, figlia di Clelia, l’8 dicembre scorso ti ha consegnato a mano l’ultima. Di nessuna abbiamo ricevuto risposta. In una fraterna conversazione molte cose più concrete potremmo raccontarti del nostro pellegrinaggio nella vita e nella fede.

Crediamo che ci siano anche altri dati che devono essere presi in considerazione quando si pensa e si riflette sull’imposizione o l’eliminazione del celibato. Uno di questi è la richiesta di diversi vescovi di diverse parti del mondo di lasciare il celibato come un’opzione e di ordinare persone sposate. Tra i cristiani cattolici, a livello di inchieste condotte più volte e in paesi diversi, l’opzionalità è approvata da un’alta percentuale senza scrupoli o scandali.

Ci sembra importante evidenziare altre tue risposte nell’intervista svoltasi “in alto”, quando parli e riconosci che nel rito orientale della Chiesa cattolica i preti possono essere sposati, perché si fa la scelta celibataria prima del diaconato. E racconti perfino con tenerezza l’esperienza che ti ha raccontato un vescovo che lavorava in un paese comunista: che i vescovi di quel paese hanno ordinato in segreto contadini buoni e religiosi e lo emozionava il vedere in una concelebrazione questi contadini che si mettevano i paramenti per concelebrare.

Ricordi un altro episodio - quello dei preti anglicani che sono diventati cattolici e che vivono come se fossero orientali - e ricordi che li hai ricevuti durante un’udienza del mercoledì con mogli e figli. “Nella storia della Chiesa c’è stato questo”, concludi.

Ci sembra opportuno che tu metta in luce questi comportamenti ecclesiali, differenti, eccezionali e diversi dalla prassi normale, perché riflettono le sfumature del pluralismo sulla questione del celibato e le riferisci con devozione, con sentimento, perché fanno parte della nostra eredità di fede comunitaria.

Allora, fratello Francesco, perché nel rito latino della nostra Chiesa non risolviamo questo problema disciplinare? Perché abbiamo tanta paura di affrontarlo come se qualcosa di essenziale possa andare in pezzi? Non ci sembra neanche prudente avvolgere il celibato di un’aura martiriale come ha fatto san Paolo VI con le parole che tu citi. Dici che “è qualcosa che deve essere studiato, pensato e pregato”. Molto bene. E realizzato - aggiungiamo noi - perché è oramai giunto il momento e si sta facendo tardi. Tu avverti la mancanza di preti e sai che molte comunità rimangono senza Eucaristia, dato che l’Eucaristia fa la Chiesa.

Una possibile soluzione che vediamo e che crediamo essere molto evangelica sarebbe riconoscere i diversi ministeri che esistono nella comunità cristiana e dare loro uno statuto di legittimità. Così ci sarebbero più animatori della comunità e si eviterebbe il clericalismo che ha pervaso molti ministeri dei laici. Qualcuno ci diceva - e siamo d'accordo con questa visione – che, se la Chiesa ammettesse al ministero le donne, gli uomini sposati e gli omosessuali, oltre ad disporre di più ministri, si otterrebbe una Chiesa più inclusiva, egualitaria e fraterna.

Uno strumento di lavoro per trovare una via d’uscita dal celibato e da altre questioni sarebbe quello di attuare la collegialità (una formula che tu apprezzi come un modello cristiano di azione), una collegialità che includa i tuoi consiglieri più diretti e altri fedeli laici della comunità (donne ed uomini) e tra tutti si dialoghi, si preghi, si approvi e si decida. Perché, anche se le parole che hai detto sul no al celibato opzionale sono solo i tuoi pensieri personali, sai che sono parole non infallibili, ma che creano opinioni, adesioni e convinzioni.

Chiediamo allo Spirito di accompagnarti e di darti forza, nel caso in cui il giogo e il carico ti pesino molto. Chiediamo anche che ti dia una nuova illuminazione, la luce di convocare un Concilio del Popolo di Dio, nel quale tutti e tutte noi - teologi, vescovi, ‘principi della Chiesa’, il papa, gli uomini e le donne laici della Comunità - alla pari con la gerarchia possiamo tra di noi condividere il peso e i ministeri e conseguire un approccio più vivo al Regno.

Infine vogliamo ricordarti, con rispetto ma anche con urgenza, quella tua frase che lasciasti alla tua amica Clelia durante una conversazione telefonica, pochi giorni dopo essere stato eletto Fratello Maggiore: in questa lei ti esortava a pensare e ad agire per l’opzionalità del celibato ed la situazione dei preti sposati: ”Clelia, dì alla tua gente di avere pazienza con me”. Bene, in questa pazienza, in quest’attesa e speranza eravamo...siamo, anche se le parole forti e categoriche che ci hai detto ci hanno fatto diminuire un poco il calore nei nostri cuori.

Tutto questo te lo diciamo a partire dalla fraternità che ci unisce in Gesù di Nazaret. 

Che Dio ti benedica. 


Teresa Cortés e Andrés Muñoz

Coppia e membri del MOCEOP

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Articolo pubblicato il 3.2.2019 nel sito Religión Digital

Traduzione dallo spagnolo di Lorenzo Tommaselli