Voto “Sì”, ma dov’erano prima quelli del “no”?

15-09-2020 - Notizie

Voto “Sì”, ma dov’erano prima quelli del “no”?

di Gad Lerner | 12 Settembre 2020

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Se alla fine mi sono deciso a votare Sì al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, è anche per lo strano ritardo con cui si è mossa la campagna del No. Quasi un anno di ritardo. Possibile, mi sono chiesto, che l’8 ottobre 2019, cioè quando la Camera votò a stragrande maggioranza la riforma in questione, nessuno, ma proprio nessuno dei direttori, editorialisti e leader di partito che oggi denunciano a gran voce il presunto vulnus arrecato alla democrazia parlamentare, avesse sentito il bisogno di scrivere una sola riga per protestare in sua difesa? Com’è che si sono svegliati tutti solo dieci mesi dopo, se la faccenda era davvero così grave? Non se n’erano accorti? O non sarà, più probabilmente, che a muoverli sia sopraggiunto un secondo fine? Diede molto fastidio anche a me, quel giorno, la sceneggiata dei deputati grillini che agitavano forbici e strappavano poltrone davanti a Montecitorio, esibendo la peggior demagogia antiparlamentare. Ma le circostanze suggerivano che si trattasse di un canto del cigno, non certo dello scatenamento di una nuova pericolosa offensiva antipolitica. Il M5S aveva già dissipato il risultato delle elezioni del 2018 da cui era uscito partito di maggioranza relativa. Il governo che aveva formato con la Lega, subendone l’egemonia, era la riprova che l’antipolitica non può avere che uno sbocco di destra. Del resto, chi conservi un poco di memoria ricorderà che altrettanto grossolani argomenti demagogici erano stati utilizzati nella campagna referendaria del 2016 dal suo promotore, Matteo Renzi. Anche lui parlava di taglio delle poltrone e di soldi risparmiati, dopo che si era già intestato l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Non lo faceva a caso. Tutta la sua strategia politica mirava a prosciugare il bacino dei consensi grillini e rioccuparne lo spazio. Si concentrò talmente su questo obiettivo, assumendo il M5S come suo nemico principale, da sottovalutare l’avanzata della Lega, destinata a diventare in breve tempo il partito più votato. Non ignoro, oggi, la serietà delle obiezioni proposte da autorevoli costituzionalisti e da tanti miei compagni di strada alla riduzione del numero dei parlamentari, se non accompagnata da altre riforme. Con la Costituzione non si scherza. Ma proprio per questo vorrei invitarli a riflettere sulla natura assunta da questa tardiva campagna per il No, che vede schierato compatto al loro fianco l’establishment italiano. Di nuovo mi pare che la priorità indicata per questa fase politica sia dare una lezione definitiva al M5S, già peraltro più che dimezzato dai suoi errori. Ma io non credo affatto che la vittoria dei Sì risolverà i dilemmi di collocazione del M5S né tantomeno che possa favorire il rilancio di un’offensiva antiparlamentare. Al contrario, troverei impensabile dare forma a un campo progressista in grado di sconfiggere la destra prescindendo dall’attuale alleanza di governo M5S-Pd-LeU, o addirittura provocandone la fine. È possibile, anzi probabile, che una definitiva collocazione nel centrosinistra del M5S costi ulteriori spaccature a questo movimento. Ma ciò non toglie che recuperare un rapporto con le componenti democratiche del suo elettorato deluso resti il proposito più auspicabile. Nel futuro dei grillini non vedo spazio né per una nuova forza governativa centrista né per un revival del Vaffa. E comunque nessuna di queste due ipotesi sarebbe utile al Paese. A questo punto mi si potrebbe accusare di votare Sì solo in base a calcoli politici, sottovalutando il merito del quesito referendario. Ma non è così. Esaminato il parere degli esperti di ambo le parti, mi sembra di poter escludere che di per sé la riduzione del numero dei parlamentari determini irrisolvibili problemi di rappresentanza. I più saggi hanno già sdrammatizzato la questione. Pertanto, confermare la scelta presa a stragrande maggioranza dal Parlamento mi pare l’unica via per rompere l’immobilismo e costringerlo a ulteriori inderogabili riforme costituzionali e attuative, possibilmente altrettanto bipartisan. So di dispiacere a molti lettori del Fatto ricordandolo, ma se al referendum costituzionale del 2016 votai Sì, nonostante la campagna di Renzi, fu proprio nella convinzione che fosse necessario avviare un percorso di riforma. Anche per contrastare la destra antidemocratica che si sarebbe avvantaggiata enormemente della vittoria del No. La piaga che da troppo tempo disincentiva la cittadinanza attiva e una proficua partecipazione democratica alla scelta dei parlamentari, non dipende certo dal numero dei medesimi, bensì dalle modalità con cui vengono selezionati e, di fatto, nominati dall’alto. Del tutto ignorato è l’articolo 49 della Costituzione che vincolerebbe i partiti ad agire “con metodo democratico”. Questa è la vera battaglia in cui, dopo il 21 settembre, spero di ritrovarmi al fianco dei compagni del No.