Le 'ultime' omelie di mons. Romero

22-03-2014 - Notizie

Le "ultime" omelie di mons. Romero di Jon Sobrino

in "settimana" del 23 marzo 2014

Il fine è ciò che dà senso allo svolgimento, diceva un grande filosofo. Nel caso di Romero è davvero così: le sue ultime due omelie non furono le "ultime" semplicemente perché poi non ne fece altre. Furono "ultime" perché in esse, e in quei giorni, emerse chiaramente la vera essenza degli ultimi tre anni del monsignore. Infine, furono "ultime" perché le pronunciò in cattedrale assieme al suo popolo e nel piccolo ospedale assieme ai malati incurabili. E per un pastore nulla conta di più del "popolo" e dei "poveri".
Mi soffermerò sulle ultime due omelie del 23 e 24 marzo 1980, con qualche piccolo accenno ad altre che risalgono ai primi mesi del 1980. Citerò alcuni paragrafi in maniera estesa, perché molti di questi brani sono più eloquenti di tante parole.

1. Mons. Romero pronunciò la sua ultima omelia il 24 marzo 1980 nella cappella dell'Ospedale della Divina Provvidenza, davanti ai malati di cancro. Nel "piccolo ospedale", il sabato, era solito preparare le sue omelie domenicali basandosi su libri di teologia biblica, relazioni sulla violazione dei diritti umani e ogni altra fonte riguardante la povertà del popolo. E nel piccolo ospedale, come Gesù al lago o nell'orto, pregava quel Dio che vede nel segreto.
Questo monsignore circondato di moltitudini amava moltissimo stare con il suo popolo in cattedrale e nelle strade, ma ogni volta che si trovava in ospedale, era solo e senza sicurezza. La sera, restava e viveva con il suo Dio.
In quei momenti le persone più vicine a lui - a pochi metri dalla sua camera - erano donne malate terminali di cancro, povere, con in più la paura di non sapere cosa ne sarebbe stato dei figli, una volta morte. Quelle donne erano il simbolo di tutte quelle madri che hanno figli morti, scomparsi, torturati, e di un intero popolo sofferente.
Alle cinque del pomeriggio del 24 marzo mons. Romero celebrò una messa di anniversario per Doña Sarita. Nonostante gli avessero consigliato di non farla - poiché la messa era stata annunciata dagli organi di stampa e poteva quindi essere stata notata da chi voleva ucciderlo -, il monsignore insistette per celebrarla e terminò l'omelia con queste parole: «Che questo corpo immolato, che questo sangue sacrificato per gli uomini siano alimento per noi, affinché anche noi offriamo il nostro corpo alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per noi stessi, ma per dare segni di giustizia e pace al nostro popolo. Uniamoci allora intimamente nella fede e nella speranza in questo momento di preghiera per Doña Sarita e per noi». In quel preciso momento echeggiò uno sparo. Un cecchino mise un amen pasquale alla sua parola, si era così consumata la sua identificazione con Cristo e la sua offerta a Dio e al suo popolo.

2. Le radici dell'operato di mons. Romero erano nel piccolo ospedale, mentre i frutti si
mostravano nelle sue omelie in cattedrale. In questi testi emerse sempre più duramente la denuncia, l'esigenza di conversione e il bisogno di aggrapparsi alla speranza. Fece uso del magistero della Chiesa e fece un uso ancora maggiore del vangelo di Gesù. Le sue omelie suscitavano sempre più i clamori del popolo, che salivano verso il cielo ogni volta più tumultuosi. Non c'è da sorprendersi che queste omelie durassero circa un'ora e mezza, o anche di più. Ricordiamo allora i concetti chiave.

Come preparava le omelie.

Nell'ultima omelia in cattedrale, Romero spiegò come preparava i suoi discorsi e da quale fonte traeva quello che si preparava ad annunciare e denunciare. «Prego il Signore, durante tutta la settimana, mentre accolgo il grido del popolo e il dolore per tanti crimini, l'ignominia di tanta violenza, di darmi la parola opportuna per consolare, denunciare, chiamare al pentimento e, pur essendo una voce che grida nel deserto, so che la Chiesa sta facendo sforzi per adempiere la sua missione».

L'accusa di "mettersi in politica".

Fra il monsignore e gran parte dei suoi fratelli vescovi ci fu sempre una forte tensione, dovuta principalmente alla loro insistenza sul fatto che la Chiesa non dovesse entrare in politica. Romero sapeva bene che il problema era un altro: il problema era uscire dalla politica di destra. In seguito a queste considerazioni, in maniera pubblica e consapevole, nelle sue omelie egli «entrò in politica». Lo fece con estrema chiarezza quando analizzò i tre programmi nati dopo il colpo di stato del 15 ottobre 1979. Innanzitutto, condannò il progetto dell'oligarchia, in cui non vedeva nulla di buono. Al programma della democrazia cristiana, inoltre, chiese il controllo della repressione o, in alternativa, l'uscita dal governo.
Nel programma popolare ripose più speranza, soprattutto se le forze popolari si fossero unite e non avessero assolutizzato la loro ideologia. In ogni caso, le accusava sempre di commettere azioni inique e violente.
Nell'omelia del 23 marzo Romero si difese: «Io so che ci sono molti scandalizzati da questa parola e vogliono accusarla di aver lasciato la predicazione del vangelo per mettersi in politica. Io però non accetto questa accusa, anzi faccio uno sforzo perché tutto ciò che il concilio Vaticano II, le riunioni di Medellin e di Puebla hanno voluto promuovere non lo abbiamo solamente nelle pagine per studiarlo teoricamente, ma lo viviamo e lo traduciamo in questa realtà conflittuale al fine di predicare il vangelo come si deve... per il nostro popolo».

La verità senza compromessi: la denuncia.

Romero disse sempre la verità, non nascose nulla. Né cadde nella tentazione di dissimularla appellandosi al politicamente corretto. In quel contesto, la verità risuonò con più forza nella denuncia e le sue parole, piene di onestà, avvertirono che bisognava cominciare da se stessi. «Chiunque denunci deve accettare egli stesso di essere denunciato. Se la Chiesa denuncia le ingiustizie, lei stessa deve accogliere qualunque denuncia le venga rivolta ed è quindi obbligata a convertirsi [...]. I poveri, quindi, siano per noi un monito, non solo contro l'ingiustizia sociale ma anche contro la scarsa generosità della nostra Chiesa» (Omelia del 17 febbraio 1980).

Sostenuto nella credibilità proprio grazie a queste parole e spinto a continuare sulla strada di una verità senza compromessi, ricordiamo alcune delle denunce di cui si fece portatore. Le pronunciava con immenso affetto verso le vittime, senza odio - e con un difficile amore - per i suoi carnefici. Per l'oppressione e la repressione imperanti nel paese e per la guerra che incombeva, Romero accusò come responsabile ultima l'oligarchia. «Rivolgo un appello all'oligarchia: non idolatrate le vostre ricchezze, non le conservate lasciando che il vostro prossimo muoia di fame» (Omelia del 6 gennaio 1980).

Le forze armate, le forze dell'ordine, gli squadroni della morte e la Giunta militare vennero additati dal monsignore come i responsabili della repressione: «La Giunta militare deve ordinare, una volta per tutte, la cessazione immediata di questa repressione indiscriminata, perché anche la Giunta stessa è responsabile del sangue e del dolore di tanta gente. Le Forze Armate, soprattutto le forze dell'ordine, devono abbandonare questo accanimento e odio verso il popolo; devono dimostrare attraverso i fatti che sono a favore delle maggioranze e che il processo da loro avviato è di carattere popolare. Voi, o molti di voi, siete di estrazione popolare, per questo l'istituzione dell'esercito dovrebbe essere al servizio del popolo. Non distruggete il popolo, non siate voi i promotori di maggiori e più dolorose esplosioni di violenza con cui un popolo represso potrebbe reagire - e a ragione» (Omelia del 20 gennaio 1980).

«Come pastore, sento di avere un dovere nei confronti delle organizzazioni politiche popolari», affermava Romero, e le mise in guardia ripetutamente in merito ai loro pericoli e, quando fu necessario, le denunciò. «Anche a queste organizzazioni popolari e soprattutto a quelle di carattere militare e guerrigliero, di qualunque simbolo esse siano, chiedo che cessino fin da ora questi atti di violenza e terrorismo» (Omelia del 20 gennaio 1980).

«Cari fratelli, le rivendicazioni del popolo sono assolutamente giuste e non dobbiamo mai stancarci di difendere la giustizia sociale e l'amore verso i poveri. Ma per questo, se veramente amiamo il popolo e cerchiamo di difenderlo, non possiamo privarlo di ciò che per esso è più prezioso: la fede in Dio, il suo amore a Gesù Cristo, i suoi sentimenti cristiani» (Omelia del 10 febbraio 1980).

«Bisogna che le organizzazioni popolari maturino per compiere la loro missione di arrivare a essere interpreti della volontà del popolo» (Omelia del 24 febbraio 1980).

«Non dobbiamo tacere i peccati, anche quelli della sinistra; eppure essi sono sproporzionatamente minori se li confrontiamo con la violenza repressiva» (Omelia del 9 marzo 1980).


Una nuova Chiesa di poveri e perseguitati.

È quella che costruì mons. Romero. «A causa della sua difesa del povero, la Chiesa è entrata in grave conflitto con i potenti delle oligarchie economiche». (Discorso di Lovanio, 2 febbraio 1980).

Prima ancora aveva dichiarato, con impressionant eloquenza: «Sono contento, fratelli, che la nostra Chiesa sia perseguitata proprio per la sua preferenza per i poveri» (Omelia del 15 luglio 1979).

«Sarebbe triste se, in una patria dove si sta uccidendo in maniera cosi atroce, non annoverassimo fra le vittime anche i sacerdoti. Essi sono la testimonianza di una Chiesa incarnata nei problemi del popolo» (Omelia del 24 giugno 1979).

La dignità delle vittime.

Quasi all'inizio del suo ministero, il 19 giugno 1977, Romero rincuorò i campesinos di Aguilares con queste parole inaudite: «Voi siete il Divino Trafitto», «il Cristo crocifisso».
E poco prima di cadere lui stesso assassinato, le tornò a ripetere con ancora più vigore: «Ogni uomo è figlio di Dio e ogni uomo ucciso è un Cristo sacrificato che la Chiesa venera allo stesso modo» (Omelia del 2 marzo 1980).

E di questo popolo crocifisso, in uno slancio evangelico, affermò: «Con un popolo tale non è difficile essere un buon pastore» (Omelia del 18 novembre 1979).

Non ricordiamo molti vescovi che abbiano parlato in questo modo. Di certo, non nelle chiese del mondo del benessere, e persino nel cosiddetto terzo mondo sono andati via via diminuendo. Grazie a Dio, don Pedro Casaldáliga continua la sua battaglia imperturbabile. E ancora risuona l'eco delle parole di Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu, Repubblica dello Zaire, che difese centinaia di migliaia di rifugiati e denunciò apertamente le potenze straniere. Venne assassinato nel 1996.

3. Solo tra gennaio e febbraio del 1980
, prima ancora che scoppiasse la guerra, c'erano stati più di 600 morti. Il 16 marzo Romero dichiarò: «Nulla m'importa tanto quanto la vita umana». E una settimana dopo, il 23 marzo, in un lungo paragrafo meditato e ben pensato, pronunciò queste parole memorabili: «Io vorrei fare un appello in modo speciale agli uomini dell'esercito e, in particolare, alla base della Guardia nacional, della polizia e delle guarnigioni. Fratelli, siete del nostro stesso popolo, uccidete i vostri stessi fratelli campesinos e davanti all'ordine di uccidere dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contro la legge di Dio. Una legge immorale, nessuno è tenuto a rispettarla. È ormai tempo che voi recuperiate la vostra coscienza e che obbediate prima alla vostra coscienza che agli ordini
del peccato. La Chiesa, difensore dei diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può essere messa a tacere davanti a tale abominio. Vogliamo che il governo capisca sul serio che a nulla servono le riforme, se sono ottenute con tanto sangue. In nome di Dio, allora, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessate la repressione!».
«In nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente»: sono parole che mai si erano sentite prima di allora, né si sentirono in seguito. L'applauso frastornante del popolo, che mai si era sentito né più si ripeté, fu l'amen del popolo.

4. Mons. Romero affrontò coscientemente l'idea di una morte violenta. Durante il suo ultimo ritiro, che ebbe inizio il 25 febbraio, scrisse queste parole: «Mi costa accettare una morte violenta, pur sapendo che in queste circostanze è molto probabile». E nella sua ultima omelia al piccolo ospedale accettò la morte. «Chi vuole tenersi lontano dal pericolo, perderà la sua vita. Viceversa, chi si impegna per amore di Cristo al servizio del prossimo, vivrà come il chicco di grano che muore, ma solo apparentemente muore. Se non morisse, rimarrebbe solo» (Omelia del 24 marzo 1980).

Pochi giorni prima, aveva rivolto a un giornalista queste parole memorabili: (1) «Sono stato spesso minacciato di morte. Devo dirle che, come cristiano, non credo nella morte senza risurrezione. Se mi uccidono risusciterò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza presunzione, con la più grande umiltà. Come pastore sono obbligato per mandato divino a dare la vita per quelli che amo, che sono tutti i salvadoregni, anche per quelli che mi potrebbero uccidere... Lei può dire, se un giorno mi uccideranno, che perdono e benedico coloro che lo faranno» (Intervista a El Diario de Caracas, marzo 1980).

5. Romero parlò del popolo e parlò di Dio, spesso nello stesso discorso. L'abbiamo appena visto: «In nome di Dio e in nome del popolo, cessate la repressione». E lo stesso binomio lo ritroviamo anche in un linguaggio più teologico. «Gloria Dei vivens pauper», disse a Lovanio il 2 marzo 1980.

«La gloria di Dio è che il povero viva». Ai poveri che chiedevano «dov'è Dio», il monsignore li incoraggiava: «Dio va con la nostra storia, Dio non ci ha abbandonato. Dio trarrà profitto persino dalle ingiustizie degli uomini» (Omelia del 9 dicembre 1979).
Romero parlò del mistero personale di Dio. Il suo desiderio più intimo fu «che io non sia un
ostacolo nel dialogo fra voi e Dio [...] Sono molto contento quando c'è gente semplice che trova nelle mie parole un veicolo per avvicinarsi a Dio» (Omelia del 27 gennaio 1980). Con sincera apertura verso tutti e senza il minimo accenno di settarismo affermò: «Senza Dio non ci può essere liberazione» (Omelia del 2 marzo 1980).

Romero non dimenticò mai Dio. Anche nei momenti più duri e critici per il paese e per se stesso lo ricordò come mistero benedetto. Nell'omelia del 10 febbraio ci lasciò queste parole, con le quali vogliamo concludere queste riflessioni sulle ultime omelie del monsignore: «Nessun uomo può dire di conoscere se stesso se non si incontra con Dio [...]. Non so che darei, cari fratelli, perché il frutto di questa predicazione fosse che ciascuno di noi si ritrovi con Dio e che viva la gioia della sua maestà e della nostra piccolezza».(2)

(2) La messa incompiuta, Le ultime omelie di un vescovo assassinato, EDB, Bologna 2014, pp. 80, Euro 7,00."