L'ITALIA DEI 'DON' ADESSO ANCHE LAUREATA

28-10-2014 - Notizie

L'ITALIA DEI "DON" ADESSO È ANCHE LAUREATA - Il Fatto Quotidiano 26 ottobre 2014

di Nando dalla Chiesa

Questa è una storia a lieto fine. E ha pure una morale, per il giornalismo e per il Fatto . Perciò va goduta nelle sue pur piccole dimensioni. Tutto ha inizio con il sostegno che questo giornale riserva a don Andrea Gallo, il prete di strada genovese che dalla sua comunità
di San Benedetto si batte per i diritti dei più deboli, soccorre i devianti, convince la buona
borghesia genovese a scucire denari per le sue buone cause. Dopo una lunga lotta con la malattia
don Andrea muore il 22 maggio del 2013. Ai suoi funerali vedo, come mai prima, i segni
della sofferenza sui volti di un popolo di diseredati, tracce di antiche o attuali dipendenze; ascolto sotto la pioggia canti di rivolta e slogan di nostalgia.

IN UNA CHIESA gremita il cardinale Bagnasco sbaglia alcuni toni, almeno agli occhi della folla
accorsa a salutare il suo eretico "don". Al quale nemmeno in morte, così sembra ai presenti, vengono riconosciuti i meriti accumulati in vita. Partono i fischi, i funerali sembrano prendere la piega più amara, quando interviene dall'altare don Luigi Ciotti. Alla sua sola voce la folla, in chiesa e fuori (la maggioranza) applaude, riconoscendo d'istinto una continuità tra le storie dei due preti. Il Fatto sce - glie, con Antonio Padellaro, di dedicare a quella continuità il suo editoriale del giorno dopo. Non un classico articolo di denuncia, uno di quelli capaci di scorticare il potente di turno. Ma un editoriale che indica a tutti un esempio positivo. Il titolo è bellissimo (almeno per me): "L'Italia dei ‘don'". Mi fa riflettere, ci penso: davvero c'è un filo rosso nell'Italia repubblicana, non singoli preti sparsi, ma una storia collettiva che ha riunito altre (e spesso grandi) storie collettive. Da don Milani a don Ciotti, passando per padre Balducci, padre David Maria Turoldo, monsignor Tonino Bello. E poi padre Puglisi o don Peppe Diana. Perché non studiarla?
Perché non raccontarla? Lo propongo a un gruppo di studenti e neolaureati di Scienze Politiche, a Milano. Dobbiamo andare all'Asinara una settimana per la prima edizione della nostra università
itinerante. Un progetto speciale di Libera: un turismo di formazione e lavoro (fare le guide ai turisti che visitano le ex carceri speciali dell'isola). La proposta di passare le sere sotto le stelle con un seminario sull'Italia dei don viene accettata da tutti. Di nuovo il Fatto dedica più di mezza pagina a quella esperienza. Gli studenti, che si sono impegnati senza risparmio, si confermano nell'idea di avere fatto qualcosa di socialmente utile. Un riflettore addosso quando non hai ucciso o stuprato o corrotto nessuno è una rarità, un'iniezione di entusiasmo. Anche per questo si impegnano in autunno a organizzare e tenere loro un seminario su quel tema.
Aperto alla città, battezzato da monsignor Bettazzi, il vescovo di Ivrea della celebre lettera di
Enrico Berlinguer. Recuperano filmati, poesie, omelie. Arrivano molti cittadini ormai maturi a
rivivere una storia che sembrava seppellita, e raccontata da chi ha un terzo dei loro anni. Il seminario fa parlare, l'immagine dell'"Italia civile dei don" cammina. Giunge al nuovo rettore dell'Università Statale Gianluca Vago, che la rielabora e alla fine propone che l'università dia una
sorta di laurea collettiva ad honorem ai preti di strada: don Ciotti e due preti storici della città, don Virginio Colmegna, fondatore e presidente della Casa della Carità, impegnato nell'accoglienza degli immigrati, e don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile del Beccaria, anni e anni in prima fila contro la droga.

LA PROPOSTA del rettore viene fatta propria dal Dipartimento di Scienze sociali e politiche, che
propone di conferire ai ‘don' la sua laurea magistrale in comunicazione pubblica e di impresa.
Hanno o no comunicato in modo pubblico e con finalità pubbliche i tre preti? e non hanno promosso cooperative e imprese, uno perfino sui beni confiscati alle mafie? Dopo il voto favorevole
del dipartimento arriva il voto favorevole del Senato accademico, martedì scorso.
Così il 4 dicembre, durante l'inaugurazione dell'anno accademico, l'università di Milano celebrerà l'Italia civile dei don. Una metafora potente. Premiati per il loro stare sulla strada nella Milano che per decenni si è inebriata di potere e passerelle. Laureati in comunicazione pubblica
e di impresa per dire che la comunicazione è nobile attività sociale, che può essere svolta eccellentemente anche da chi non alterna italiano e inglese. E soprattutto che il grande comunicatore non è l'imbonitore ma colui che usa il dono della parola per costruire quel che ancora non c'è. Ed ecco la morale. Esistono nella vita filiere virtuose. Che ci vuole poco a mettere in movimento. Un giornale attento, un titolo felice, un'idea, un'università itinerante, un progetto di Libera, un gruppo di studenti, un rettore, un dipartimento e un senato accademico, e il paese che sembra allo sbando scopre di avere esempi da premiare, scopre il bene che si fa
ogni giorno tra talk show sanguinolenti e scandali indecenti, scopre perfino il senso di una disciplina accademica. Potenza di un titolo.
Nando dalla Chiesa