Preghiere poesie

Gilberto Squizzato sulla Pace

L’amico Gilberto Squizzato, interpellato per la serata in programma e non potendo essere presente, così ci scrive: La nostra non può essere una preghiera di impetrazione della pace, non solo perché sarebbe crudele e intollerabile un Dio che avesse bisogno delle nostre preghiere per fermare i fiumi di dolore e di morte che insanguinano quelle terre martoriate.
Ma anche perch
é neppure Gesù la ottenne. Forse non era afflitta da guerre in tanti
parti dell'impero anche la breve stagione in cui egli visse ? Forse le sue preghiere
al Padre ottennero il miracolo di fermare stragi, crocifissioni romane di massa, esecuzioni efferate, stupri, torture in corso?
No, Gesù non ottenne di sospendere il dolore del mondo, ma fece quel poco che poteva, nei villaggi che incontrava, per ridurre le sofferenze che gli venivano incontro. Davanti alla tentazione della disperazione o della rassegnazione la nostra preghiera, anche se siamo impotenti a fermare questa guerra funesta, può 
deve tradursi nell'amore per noi concreto e possibile. Non possiamo pretendere di essere da più di Gesù...
Con questo augurio nel cuore ancora ti ringrazio della tua affet
tuosa lettera e
ti prego con altrettanta vicinanza di salutarmi gli amici e fratelli raccolti intorno a te nel nome di Gesù. Un caro e forte abbraccio. Gilberto

Etty Hillesum, Diario 1941-1943

(Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi 1996, pp. 169-170).

  Siamo abituati a chiedere aiuto a Dio, a volte quasi pretendiamo che intervenga nelle nostre vite per cambiare lo stato dei fatti. L’ebrea Etty Hillesum sembra ribaltare questa prospettiva.
Prigioniera nel campo di concentramento di Auschwitz, intuisce che in tempi di grande sofferenza “siamo noi a dover aiutare Dio”, tenendo viva la Sua presenza in noi.

 

“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso prometterti nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzetto di te in noi stessi, mio Dio.

E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Si, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono oramai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio.”

(Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi 1996, pp. 169-170).

VII DOMENICA ANNO A

                                   VII DOMENICA  ANNO A  con preghiera dei piccoli

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 38 – 48 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Lo sappiamo e lo insegniamo anche ai nostri figli: la vendetta non ci rende umani e soprattutto non prepara e non costruisce giustizia. Così come abbiamo capito, e l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin lo dimostra ogni giorno di più, che non sono le armi a preparare la fine di un conflitto. E il fatto che – secondo stime diffuse sui mass media di questi giorni – la Russia abbia visto morire 830 militari al giorno (!) negli ultimi venti giorni, è la dimostrazione che la violenza spesa ed utilizzata nelle guerre non risolve conflitti, ma genera solo morte e distruzione.

Ma era così anche ai tempi di Gesù. La legge del taglione (occhio per occhio e dente per dente) aveva tentato di contenere la vendetta nei confini di una presunta e grossolana giustizia (della serie: non andare mai oltre al torto subito con le tue reazioni vendicative). Ma nonostante questi sforzi le relazioni umane (in tutti i contesti) restavano pesantemente segnate e ferite dal ricorso alla violenza. Ed ecco la tesi di Gesù su questo tema: per estirpare dal cuore umano il seme della vendetta, della violenza e della inimicizia, è necessario andare alla radice del cuore umano. Non solo: vista la difficoltà dell’operazione, Gesù dona anche – a chi lo ascolta e a chi decide di seguirlo – la forza necessaria affinché si possano sradicare dalla propria coscienza quei sentimenti e risentimenti che prima o poi si trasformano in odio che arma i nostri pensieri e le nostre azioni.

Non possiamo negarlo: è nel nostro cuore che ira, odio e offesa convivono dopo aver ricevuto uno sguardo storto, un apprezzamento negativo o una parola, un gesto o una azione che abbiamo ritenuto offensivo. L’iter lo conosciamo. Nella convinzione di aver ricevuto un torto prima si soffre e ci si sente ingiustamente feriti.  Subito dopo si tace e si cova rancore e forse anche vendetta. Si parla all’amico per chiedergli di schierarsi contro l’altro ormai avvertito come “nemico” per arrivare poi allo scontro verbale e al vero e proprio litigio.

L’odio nelle nostre relazioni, nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità nasce così. Quante “case” sono rovinate da questi semi di discordia che hanno lacerato legami un tempo sereni e oggi carichi di mutismi e di saluti negati! I nostri nonni non hanno lasciato molti beni o soldi in eredità a figli e nipoti, ma erano determinati nel chiedere soprattutto ai figli di restare fratelli uniti sempre e di superare qualsiasi piccolo o grande attrito. Quando mio papà è mancato aveva cinquecento lire in tasca, ma la sua eredità l’aveva già dettata: vivere e praticare tanto la comunione quanto il perdono tra noi figli. E così è stato. Oggi le cose sono cambiate. Oggi per il conto in banca, per uno o due immobili, per l’azienda o per i risparmi investiti in banca o alla posta, figli e nipoti si dividono e litigano all’infinito. In molti casi (troppi, vorrei dire!) siamo in presenza di fratelli che comunicano tra loro solo con la mediazione dell’avvocato.

Gesù vuole arrivare – con la sua Parola – nella parte più profonda del nostro cuore: là dove si annida il primo sentimento di ostilità verso l’altro per donarci la forza di strapparlo prima che questi cresca e diventi il grande albero dell’odio che prima o poi si serve della violenza per affermare le sue ragioni. E come si fa a strappare da noi la pianticella dell’astio prima che questi diventi odio e violenza? Si lascia che il Signore Gesù si impasti con la nostra vita e ci insegni a vincere il male (ricevuto) con il bene. Non significa porgere materialmente l’altra guancia. Nemmeno Gesù ha reagito così quando la guardia gli ha dato uno schiaffo (Gv. 18,22). “Porgere l’altra guancia” è un linguaggio figurato per aiutarci a capire che il solo modo per disarmare la violenza è dato dal non restituire il male ricevuto. Siamo in presenza di un insegnamento altissimo che Gesù ha messo in pratica (Gesù parla di sé stesso e spiega al lettore del Vangelo – nel suo primo discorso – come si comporterà al momento dell’arresto), ma le parole di Gesù sono anche forza e aiuto interiore perché questa esigente richiesta diventi pratica possibile in ciascuno di noi e sveli tutta la sua capacità di renderci liberi e buoni. Gesù risorto è il Dio-con-noi che ci abilita a fare del “per-dono” al fratello che ci ha offeso un “dono-per” non restare chiusi e soffocati dall’odio e legati per sempre al torto subito.

E se – come molti mi dicono – io non riesco a perdonarlo e non ho nessuno intenzione di tornare a salutarlo? Succede. Si può sempre cominciare a pregare per lui, per quell’altro che mi ha fatto del male. Prima o poi rancore e odio verranno sciolti dallo Spirito Santo e si toccherà con mano, da un lato, che nulla è impossibile a Dio e – dall’altro lato – che vincere il male con il bene rende la vita leggera, bella e serena (o “beata” come direbbe Gesù”).

C’è una saggezza profondamente umana nelle parole di Gesù che dichiarano che Lui non è venuto ad abolire il passato, ma a dargli pieno compimento. Anche perché il passato è il primo grande “nodo” che le nostre vite devono affrontare, se vogliono diventare libere e pienamente umane. Alcuni il passato lo esaltano e lo idealizzano fino a restarne prigionieri e soffocati dalla nostalgia. Altri il passato lo negano e fingono che non ci sia mai stato: così facendo però entrano in quella “finzione” che falsifica il presente e che rende non vera la propria vita. Altri ancora non riescono a perdonare a sé stessi un errore, una fragilità o una vera e propria colpa passata e che ha pesantemente condizionato il presente. Anche in questo caso, però, chi non si riconcilia con il suo passato si ritrova incapace di guardare avanti ed entra nelle sabbie mobili dei sensi di colpa e dei rimorsi eterni.

                                                                                                      Preghiera dei piccoli

Caro Gesù, 

                     per me era normale: ogni volta che ricevevo un pugno, uno schiaffo o un calcio, io restituivo tutto. Maestra e genitori mi dicevano che così facendo passavo dalla parte del torto, ma io non volevo per nessuna ragione sembrare un debole. Poi a catechismo abbiamo lavorato su questo passo del Vangelo. E mi sono accorto che hai ragione Tu: se vuoi sfogarti, devi vendicarti. Ma se vuoi stare bene devi allenarti a perdonare l’altro e non usare la violenza. Le guerre vanno avanti all’infinito proprio per questo: perché nessuno vuole perdonare, tutti vogliono vendicarsi e perché ognuno è convinto di essere dalla parte della ragione.

Grazie Gesù perché quella frase che per anni non ho capito – “Porgere l’altra guancia” – ora mi è chiara. Vuole dire che devo imparare a rispondere con il bene anche a chi mi fa del male. Gesù fai finire le guerre nel mondo.

papa Francesco, Angelus del 12 febbraio 2023

«Il messaggio è chiaro: Dio ci ama per primo, gratis, facendo il primo passo verso di noi senza che lo meritiamo; e allora noi non possiamo celebrare il suo amore senza fare a nostra volta il primo passo per riconciliarci con chi ci ha ferito. Così c’è compimento agli occhi di Dio, altrimenti l’osservanza esterna, puramente rituale, è inutile, diventa una finzione. In altre parole, Gesù ci fa capire che le norme religiose servono, sono buone, ma sono solo l’inizio: per dare loro compimento è necessario andare oltre la lettera e viverne il senso. I comandamenti che Dio ci ha donato non vanno rinchiusi nelle casseforti asfittiche dell’osservanza formale, se no rimaniamo in una religiosità esteriore e distaccata, servi di un “dio padrone” piuttosto che figli di Dio Padre. Gesù vuole questo: non avere l’idea di servire un Dio padrone, ma il Padre; e per questo è necessario andare oltre la lettera».

             papa Francesco, Angelus del 12 febbraio 2023

VI DOMENICA ANNO A

VI DOMENICA  ANNO A con preghiera dei piccoli

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 5, 17-37)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. ..Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna...Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore…. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».                                                                                   

C’è una saggezza profondamente umana nelle parole di Gesù che dichiarano che Lui non è venuto ad abolire il passato, ma a dargli pieno compimento. Anche perché il passato è il primo grande “nodo” che le nostre vite devono affrontare, se vogliono diventare libere e pienamente umane. Alcuni il passato lo esaltano e lo idealizzano fino a restarne prigionieri e soffocati dalla nostalgia. Altri il passato lo negano e fingono che non ci sia mai stato: così facendo però entrano in quella “finzione” che falsifica il presente e che rende non vera la propria vita. Altri ancora non riescono a perdonare a sé stessi un errore, una fragilità o una vera e propria colpa passata e che ha pesantemente condizionato il presente. Anche in questo caso, però, chi non si riconcilia con il suo passato si ritrova incapace di guardare avanti ed entra nelle sabbie mobili dei sensi di colpa e dei rimorsi eterni.

Gesù, profondo conoscitore del cuore umano, sa molto bene che per diventare libero ognuno di noi deve essere aiutato a riconciliarsi con il suo passato. Il che significa che la Sua Parola ci insegna, giorno dopo giorno, a:

  • esprimere gratitudine per quanto di positivo c’è stato nella nostra biografia senza però illudersi che quel tempo duri per sempre: la vita va avanti;
  • perdonare gli errori, le fragilità e le colpe commesse senza voler annegare nei propri sensi di colpa per espiare per sempre ciò che non si doveva commettere;
  • estrarre da quanto è passato la forza per incontrare quella energia nuova che rende il presente aperto – con coraggio – al nuovo e che ci spinge a guardare avanti con fiducia verso noi stessi, nei confronti dei fratelli e della parte sana del mondo.

È una straordinaria lezione di umanità e di saggezza quella che Gesù ci impartisce con la Sua Parola. Ma perché ci sia autentico cambiamento in noi e nella storia – ci dice l’evangelista – dobbiamo immergere il passato nel filtro della giustizia e del perdono affinché questo si sciolga, venga rielaborato con sapienza e ci consegni quella energia nuova che è in grado di renderci buoni, nuovi e liberi. Ed eccoci alla buona notizia: la Parola di Gesù ci aiuta a “superare” il nostro passato e trasforma il nostro cuore al punto da:

  • renderci capaci di uscire dalle logiche vendicative dell’odio e della violenza;
  • in grado di declinare la fedeltà nell’amore come premessa di libertà;
  • competenti nell’usare la parola per costruire pratiche di verità e di bontà.

Riletta così questa pagina di Vangelo diventa la vera cura per il nostro tempo in cui assistiamo impotenti ad una crescita esponenziale di guerre, di odio, di conflitti, di ingiustizie e di inutili stragi (in Europa e nel mondo) che nessuno è in grado di fermare. Ma il male, ci dice questa pagina di Vangelo, non ha soltanto dimensioni collettive. Anche nel nostro cuore si radica, spesso e volentieri, il seme della bugia, del pettegolezzo, dell’infedeltà, della calunnia o del risentimento che prepara scontri, litigi e violenze di ogni genere. Nascono come piccoli pensieri o come emozioni a cui non si dà molta importanza. Con il passare del tempo, però, crescono e se non si chiede settimanalmente alla Parola di Gesù di sradicare questi granelli di male dalla nostra vita, diventano gesti, scelte e azioni negative che fanno male al soggetto che le ha coltivate in sé e ai fratelli.

Penso al drammatico terremoto che da devastato Turchia e Siria. E provo a impastare questa pagina di Vangelo con quel pezzo di terra martoriata sulla quale anche il cielo meteorologico sembra indifferente (continuando a scaricare pioggia, neve e freddo su quelle comunità già martoriate dal terremoto). So che siamo in un angolo di mondo reso fragile nello sviluppo e nell’economia da guerre continue che producono sfollati, orfani, miseria e povertà di ogni tipo. E mi domando: ma siamo venuti al mondo per farci la guerra, per odiare, per tradire e per mentire oppure – come ci ricorda Gesù – siamo stati creati a Sua immagine e dunque chiamati alla pratica dell’amore, del perdono, del dono e del servizio del forte verso il debole? Sulla risposta non ho dubbi. E mi conforta vedere e sapere non solo che da ogni parte del mondo sono partiti aiuti per le zone colpite dal terremoto, ma che davanti a quelle macerie scavano uniti anche quanti fino a ieri si consideravano nemici. Russi, Ucraini, Israeliani e altri ancora si potranno trovare gomito a gomito per salvare persone ferite dal sisma e per portare vita dove sembrano prevalere morte e disperazione. È questa la giustizia superiore a cui ci chiama Gesù: fare squadra e collaborare insieme per contrastare tanto le tragedie naturali quanto quelle generate dal nostro cuore e che si chiamano odio, violenza, conflitto e menzogna. Chiamati a collaborare per far vincere la vita, la speranza e la giustizia.Buona domenica.

 

Caro Gesù,                     Preghiera dei piccoli          

              è passato un anno da quando la Russia ha aggredito l’Ucraina. Gli uni e gli altri parlano di vittoria, ma io dal telegiornale vedo che questa guerra ha portato solo morti, distruzioni, bombardamenti e, di conseguenza, case, ospedali, biblioteche, strade e giardini ridotti a cumuli di macerie.

La maestra ci ha anche detto che questa non è l’unica guerra che c’è al mondo. Sono 59 oggi le guerre sulla nostra povera Terra.

Hai ragione Tu, Gesù: l’unico modo per tenersi lontani dalla violenza è imparare a chiedere scusa e diventare capaci di perdonare chi ci ha fatto un torto.

Quando perdoni senti che l’altro è “fratello”. Quando invece si è in guerra, l’altro è solo nemico da uccidere, da ferire o da fare prigioniero.

Gesù benedici i popoli colpiti dal terremoto e fa che l’aiuto da dare a questi popoli ci renda sempre più fratelli. 

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO con preghiera dei piccoli

 

Dal Vangelo secondo Matteo 5,13 - 16

 

13Il quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. 14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.

 

 

Caro Gesù,

                   mia nonna mi chiama “salatino” perché dice che preferisco le cose salate a quelle dolci. Anche se poi mi sgrida perché dice che “troppo” sale fa male.

Gesù non voglio esagerare con il sale, però hai ragione Tu: è il sale che tira fuori il sapore del cibo e che lo rende buono.

In pratica Tu ci chiedi di diventare come il sale che entra nel cibo fino a scomparire senza però distruggerlo, ma dandogli sapore.

Oppure ci inviti a diventare come la luce che non consuma le cose, ma le fa vedere.

Tu, però, non ti sei rivolto solo a me. Hai detto “voi” per coinvolgere, con me, tutta la comunità.

Hai ragione Tu, Gesù.

Da soli non riusciamo a fare quello che Tu ci chiedi. Solo all’interno della Tua comunità, è possibile diventare il sale della terra e la luce del mondo.

Grazie Gesù per questi complimenti così intensi e speciali, sei l’unico che usa parole così belle per noi!.

III DOMENICA ANNO C

                                III DOMENICA ANNO C con preghiera dei piccoli

 

Luca 1, 1-4; 4, 14-21

 

«1Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, 2come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, 3così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. 14Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. 16Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: 18Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19a proclamare l’anno di grazia del Signore. 20Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

 

Se san Luca prende la decisione di scrivere “un resoconto ordinato” sulla vicenda Gesù di Nazaret è perché le comunità che incontra sono immerse nella disperazione causata dalla violenza dell’Impero Romano e dalla miseria più estrema. L’evangelista intuisce che il solo modo per riportare luce e speranza a chi è avvolto dalle tenebre è quello di educarlo a stare con un testo scritto incaricato di rendere presente il Signore Gesù in chi lo legge e lo ascolta.

Pochi decenni dopo l’opera di san Luca, il suo scritto (assieme a quelli di Matteo, Marco e Giovanni) verrà chiamato “Vangelo”, termine greco che significa “Buona Notizia” per ricordare che la sola fonte della gioia e della speranza è il Signore Gesù (e non le visite dell’Imperatore Romano”).

Significa, per essere concreti, che quando si è in mezzo alla tempesta, il solo modo per ritrovare serenità e voglia di vivere è quello di lasciarsi trovare dal Signore Gesù presente nella lettura, nella meditazione e nella preghiera del Suo Vangelo.

Nella Domenica della Parola fortemente voluta da Papa Francesco non dovremmo mai dimenticare questa fondamentale intuizione di san Luca. È vero: oggi le ragioni della speranza sono sempre meno. La pandemia non si ferma, l’inflazione sta rialzando la testa, i costi dell’energia sembrano impazziti, la metà delle classi scolastiche sono in didattica a distanza… . Per non parlare del Sud del mondo: non vaccinato e schiacciato tra guerre, cambiamenti climatici che causano siccità e fame bisogno di emigrare.

Che fare? È questa la domanda obbligata che affiora sulle nostre labbra. Per san Luca non ci sono dubbi: stare di più con il Signore Gesù presente nel Vangelo è il solo modo che ci aiuta a ritrovare le ragioni (vere) della speranza. Anche perché è questo il solo sentiero che ci rigenera: fermarsi per imparare ad ascoltare il Signore Gesù presente nel Vangelo con l’aiuto della comunità cristiana e con il supporto di libri, di commenti, di guide e di testi in grado di aiutarci ad entrare nella sola Parola che slava.

Si vedano gli otto versetti del capitolo quarto che la chiesa ci propone oggi. Gesù torna dove era cresciuto. Ormai, diremmo noi, è diventato famoso. Le folle lo cercano e lo inseguono non solo perché insegna e predica bene, ma anche perché si fa carico di chi è stanco, oppresso e senza speranza: sfama gli affamati, guarisce gli ammalati, perdona i peccati, etc. Ma cosa fa Gesù rientrato a Nazaret? Si reca nella sinagoga: dove la gente cerca Dio e parole vere di consolazione. Prima di iniziare a parlare, Gesù si fa dare il rotolo del profeta Isaia, la Parola di Dio. Lo apre (non lo tiene chiuso su un tavolo), legge il passo in cui viene promesso il lieto annuncio ai poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista ai ciechi e la libertà per gli oppressi e poi lo richiude. Come a dire: per il pregare adulto, non partire mai da te, ma inizia sempre dall’ascolto della Parola di Dio.

Rientriamo però nel testo. Tutti fissano Gesù. Si aspettano il commento, la “predica” diremmo noi. Che non tarda ad arrivare. Composta però da sole dieci parole: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. La nostra salvezza – scrive san Luca – non proviene dal “passato” (con perenni nostalgie che ci rendono sempre fuori posto) e nemmeno dal “futuro” (lavorare giorno e notte per garantire un domani sereno ai miei figli!). La nostra salvezza si trova nel Vangelo del Signore Gesù accolto, “aperto”, letto, ascoltato e meditato “oggi”.

Oggi è nato per voi un Salvatore” dice l’angelo ai pastori che vegliavano il gregge.

Oggi per questa casa è venuta la salvezza” dice Gesù a Zaccheo che lo cerca e che si lascia trovare dal Signore (Lc. 19, 9). “Oggi sarai con me nel paradiso” assicura Gesù al ladrone che lo prega in croce.

San Luca sa molto bene che ieri e domani sono le trappole del nostro vivere che ci allontanano dalla verità, dalla libertà e dall’essere beati.

Il Vangelo non cancella con un colpo di spugna ciò che ci inquieta. Ma ci assicura che nonostante scenari cupi e pesanti anche nel nostro oggi è possibile ritrovare le ragioni della speranza. Con la forza e la bellezza del Vangelo che permette, anche a noi, di dire: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Lc. 5,26)

                                                                Preghiera dei fanciulli

Caro Gesù,

                    mi hai messo in crisi. Io dico sempre “poi”, “dopo” o “domani”. Per spostare a chissà quando quello che dovrei fare adesso.

Tu, invece, dici “oggi”. Ed è una parolina che voglio farmi entrare nel cuore e nella mente.

Tu non hai detto “domani”, “dopodomani” o “tra qualche giorno”. Hai detto “oggi”.

E come dicono i miei genitori, “Oggi” vuole dire “adesso” “subito”, non “mai più”.

Gesù grazie perché Tu sei con noi “Oggi”, non domani.

Grazie Gesù perché ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi e agli oppressi non hai detto “Domani vi aiuterò”, ma hai ribadito con forza che Tu ti prendi cura di loro “oggi”.

Proprio come hai detto a chi moriva in croce con Te: “Oggi sarai con me in paradiso”.

 

P.S. Gesù, puoi chiedere alla Maestra di spiegarci il Giorno della Memoria senza farci vedere film che non mi fanno dormire?

Giorno della Memoria

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi

Nel giorno della memoria, dedicato a chi resiste e combatte il fascismo in tutte le sue forme, passate e attuali, qui e altrove

III DOMENICA ANNO A

III DOMENICA ANNO A  con preghiera dei piccoli

Dal Vangelo secondo Matteo 4, 12 – 23  

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

È stato Papa Francesco ha istituire la Domenica della Parola di Dio. Ha voluto questa ricorrenza nella terza domenica del tempo ordinario: all’inizio dell’anno. Per ricordare a ciascun battezzato e alle nostre comunità ecclesiali che è la Parola di Dio la bussola che orienta i nostri passi e che ci insegna a vivere bene: personalmente e insieme. Senza la luce della Parola di Dio e senza il nutrimento del Vangelo, diventiamo tutti – inutile negarlo – travolti dallo stress, affannati per questioni periferiche, ammalati a causa del rancore che spesso e volentieri tracima nell’odio e nella voglia di vendetta. Papa Francesco ha ragione: il Vangelo non deve mancare dalle nostre case, ma non deve restare nel chiuso di un cassetto o inserito in uno scaffale e lì dimenticato. La Parola di Dio deve essere letta, meditata, approfondita, “pregata” e ruminata domenica dopo domenica, se vogliamo imparare a servire, ad amare, a donare, a perdonare e a vivere per gli altri. Lo constatiamo settimana dopo settimana: il Vangelo della Domenica ci cambia modo di vedere, di pensare, di organizzare il nostro tempo ed è soprattutto la “cura” che ci tiene lontani tanto dall’indifferenza quanto da quel vivacchiare che non ci fa volare in alto.

Confrontiamoci con il Vangelo di san Matteo che la chiesa ci propone per questa Domenica. L’evangelista non solo ci comunica che Gesù inizia il suo ministero pubblico “quando seppe che Giovanni era stato arrestato”, ma – con questa annotazione – ci dice che  anche Giovanni Battista è il primo (in assoluto!) che “segue” Gesù fino a dare la sua stessa vita per Lui. Prospettive rovesciate. Giovanni Battista, chiamato il “precursore”, in realtà è il primo che “segue” Gesù per fare di Lui il solo e unico “centro” in grado di dare senso alla via. Ma vediamo anche quali sono le prime parole con cui Gesù dà il via alla Sua missione. Nel rivolgersi a chi è disposto ad ascoltarlo, ad accoglierlo e a seguirlo Gesù dice: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino”. Una sintesi perfetta di tutto il messaggio di Gesù. Nella seconda parte della frase (“il Regno dei cieli è vicino”), Gesù ci comunica che Dio ha scelto di entrare nella storia, di starci vicino e di ascoltare tanto le nostre fatiche e lacrime quanto i nostri desideri e speranze. E se Dio decide e sceglie di farsi nostro compagno di viaggio nella persona di Gesù – ecco il senso della prima parola che Lui ci rivolge – la nostra vita deve cambiare.

Giovanni Battista rivolgeva la stessa parola a chi voleva essere battezzato – convertitevi (Mt. 3,2) – ma il suo era invito che lasciava al singolo lo sforzo del cambiare stile di vita (per scoprire poi che ognuno di noi non riesce a “convertirsi” senza il Suo aiuto).

Con Gesù il messaggio è più profondo. La parola è la stessa – convertitevi – ma proprio perché chi parla è Parola che attua ciò che dice, con la richiesta di “convertirci” Gesù ci consegna anche la forza di cambiare vita con il dono del Suo Spirito. Il “convertitevi” di Gesù va oltre, perciò, la sola esortazione: ha – al suo interno - la forza che ci permette di cambiare vita e di essere nuovi, diversi e migliori.

Convertitevi” è “richiesta” che ci insegna a parlare e che ci dona la forza di tacere quando la parola offende o ferisce e per parlare quando possiamo e dobbiamo “curare” chi sta male.

Convertitevi” è parola che ci rende in grado di non più correre senza sapere dove andare per scoprire la bellezza del fermarsi e dello stare con Lui, il solo che ci spiega chi sono e che cosa voglio.

Convertitevi” è la sola Parola che ci abilita a scegliere la gioia e la libertà del lasciarsi amare e perdonare da Dio anziché restare schiacciati dal peso e dalla fatica dell’odiare, del volersi vendicare o del lasciar crescere il rancore nel proprio cuore.

Convertitevi” è pungolo, balsamo e cura che ci ricorda che i campi di concentramento (tra pochi giorni è il Giorno della Memoria), le guerre di aggressione (in Ucraina come in molte altre parti del mondo), le mafie, le criminalità organizzate, lo sfruttamento dei migranti, etc. non sono realtà distanti da noi, ma possibilità del cuore umano quando questo si chiude su sé stesso e decide di usare il proprio “io” per sfruttare, piegare e dominare il “tu” del fratello. Se però ci accorgiamo che la bontà di Dio si è chinata su di noi (questo vuol dire “il Regno di Dio è vicino”), allora non possiamo più vivere lontani dall’insegnamento di Gesù e dalla Sua Parola. Dobbiamo convertirci nel senso del “mangiare” le sue parole e le sue proposte perché il suo farsi pane spezzato per noi nutra la nostra vita e ci renda – finalmente – buoni e dunque liberi, beati e immersi nella gioia.

Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono i primi quattro che si sono fidati di Lui. Oggi tocca a noi prolungare quell’elenco e mettere i nostri nomi tra coloro che lasciano le proprie “reti” per entrare nel mare grande della vita “bella” e beata.

 

Caro Gesù,                                        Preghiera dei piccoli

           anche mio nonno ha lasciato il suo paese natale ed è emigrato in un’altra città per lavorare e mantenere la sua famiglia.  Prima è andato in Germania, poi in Belgio e alla fine si è trasferito nel nord Italia.

Anche Tu, come lui, hai lasciato il Tuo paese per iniziare una nuova vita. E ti sei sistemato in una cittadina di mare: dove il lavoro principale è la pesca. Gesù secondo me Tu hai scelto una cittadina di mare perché volevi diventare pescatore di uomini per togliere tutti noi dalle acque della cattiveria e dell’egoismo. Gesù, posso chiederti di fare diventare anche me un “pescatore di uomini”? Ho sempre più voglia di stare con Te e di aiutarti a fare cose belle e buone.

 

 

II DOMENICA ANNO A

II DOMENICA ANNO A con preghiera dei piccoli

Dal Vangelo secondo Giovanni  1, 29 – 34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

La scena la conosciamo: Giovanni Battista è alle prese con una notevole folla che gli chiede di essere battezzata nelle acque del fiume Giordano. All’orizzonte scorge un uomo che avanza verso di lui e che si sta mettendo in fila in mezzo ad altri uomini. È presenza discreta, anonima e del tutto uguale agli altri.

Giovanni Battista, però, lo nota. Lo vede e resta – con gli occhi e con il cuore – attaccato a “questo” uomo. Ed ecco il primo insegnamento che questo breve racconto del Vangelo ci vuole consegnare: Giovanni Battista è grande perché ha saputo scorgere, vedere e accogliere un uomo del tutto uguale a noi e perché si è lasciato provocare e interrogare da quella fragile, umile, ma anche autorevole presenza. Giovanni Battista non “ha visto” – però – un Dio facilmente riconoscibile da segni straordinari; non ha intravisto un potente (l’Imperatore?) ricoperto dai vistosi simboli che lo accompagnano. Ha colto nell’umanità di Gesù del tutto uguale alla nostra i segni di una presenza da accogliere perché capace di cambiare sguardo, modo di vivere e di salvare.

Verrebbe da dire, per il nostro tempo, chi ci insegna a scorgere negli uomini fragili e al fondo della fila che vediamo tutti i giorni (sulle strade, sul televisore e sui media) la presenza che ci salva perché ci chiede di cambiare cuore e sguardo? Chi ci ricorda che l’uomo debole posto ai margini del convivere sociale va notato, fissato e anche accolto, se vogliamo che i nostri occhi imparino a conoscere il volto di Dio?

Vedere e credere, ci dice Giovanni Battista, sono le due facce della stessa medaglia. E se in molti ci dicono che prima bisogna “vedere” e solo dopo “credere”, il Vangelo ci presenta lo schema opposto e ci ricorda che per “vedere” il cuore dell’altro è necessario prima “credere” in lui. Una regola che vale per i nostri figli, per quanti vogliamo e dobbiamo educare, ma che guida anche le logiche dell’amore. Solo chi si fida dell’altro e crede in lui riesce ad amarlo al punto da vedere dopo (solo dopo essersi fidato di lui!) l’amore ricambiato. Chi per amare ha bisogno di “vedere” e di prove d’amore resta nell’anaffettività di chi non sa amare e, proprio per questo, chiuso in sé stesso.

Giovanni Battista, ci dice l’evangelista, ha imparato a vedere con gli occhi del cuore. Ed è per questo che riesce a vedere chi avanza verso di lui. Ma qui l’evangelista compie un vero capolavoro: dopo averci presentato Giovanni Battista come colui che sa vedere con gli occhi del cuore, gli fa esclamare – per ben due volte! – “io non lo conoscevo”. Quasi che l’evangelista voglia smontare il superficiale entusiasmo di chi è convinto di “conoscere” in modo esaustivo Gesù di Nazaret e, forse, anche di “possederlo”. Chissà se nella comunità dell’evangelista ci sono discepoli così devoti e pii da sentirsi più “cristiani” degli altri. Chissà se l’evangelista pensa a qualcuno in modo speciale che non ha mai dubbi e che ha una così certa conoscenza del Signore Gesù da non doverlo più cercare e nemmeno ascoltare. Giovanni Battista – ci dice chi scrive – “non lo conosceva”. Per una semplice ragione: perché quell’ “uomo” – Gesù – nessuno lo può “prendere”, “catturare”, “possedere” o “conoscere” una volta per tutte.

E se fosse questa la seconda grande lezione per il nostro tempo? Causa il covid abbiamo imparato a fare a meno anche della messa domenicale. Il Vangelo un po’ lo conosciamo e dunque possiamo anche non tenerlo in casa. E grazie al catechismo fatto nell’infanzia, i dieci comandamenti i meno giovani li conoscono a memoria. “Può bastare – pensano in molti – per dirsi cristiani”. Per l’evangelista non è così. Per avvicinarci alla “conoscenza” di Gesù ci vogliono continuità, costanza e comunità, ci spiega questo denso e inesauribile passo del Vangelo. Come a dire che almeno una volta alla settimana dobbiamo “fermarci” ad ascoltare il Vangelo insieme per imparare a ri-conoscere in Gesù il pane spezzato che nutre la nostra voglia di cose grandi e che ci rende capaci di perdonare e di amare.

Il senso della Domenica è proprio questo: educarci a quella sosta settimanale (necessaria, saggia e indispensabile) perché il Vangelo si impasti con la nostra vita e perché il nostro cuore apprenda le due preghiere che ci rendono beati: La prima: “io non lo conoscevo” (e dunque Gesù aiutami a conoscerti e non permettere che mi senta arrivato o che mi illuda di conoscerti e di sapere tutto di Te!) La seconda: “Resta con noi Signore, perché solo Tu, Gesù risorto, sei capace di far ardere il nostro cuore quando ci spieghi le scritture (Lc. 24,32); solo Tu, Signore, ci dai la forza di cambiare strada e di riconoscere nel fratello al fondo della fila la Tua presenza che ci parla e che ci salva.

Da duemila anni la chiesa propone questa “cura” per contrastare il male di vivere.

Un programma saggio di libertà per capire che per “conoscere” se stessi dobbiamo “conoscere” Gesù.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                  l’anno scorso con la mia classe siamo andati a visitare un allevamento di “piccioni viaggiatori”.

Il signore della cascina ci ha spiegato che piccioni e colombe sono viaggiatori perché sono fedeli al loro nido.

Una volta fatta la “casa” per i loro piccoli, non la cambiano più: imparano la strada e tornano sempre a quel nido.

Adesso ho capito, Gesù, perché su di Te lo Spirito è sceso “come una colomba dal cielo”: perché Tu, Gesù, sei come il nido per la colomba e chi trova Te trova anche il Tuo Spirito; e chi riceve il Tuo Spirito incontra Te.

Gesù, dona anche a me il Tuo Spirito e fa che il dono dello Spirito Santo diventi per me la forza che mi insegna a perdonare chi mi ha fatto dei dispetti e che mi doni la voglia di conoscerti sempre più. Proprio come ha fatto Giovanni.

BATTESIMO DEL SIGNORE ANNO A

BATTESIMO DEL SIGNORE ANNO A con preghiera dei piccoli

Dal Vangelo secondo Matteo 3, 13 – 17

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

 

Se Rino Gaetano fosse ancora con noi non canterebbe il Cielo è sempre più blu, ma il Cielo è sempre più chiuso. E non solo perché in questi giorni siamo stati tutti “protagonisti” e “spettatori” delle esequie del Papa emerito, ma anche perché accanto a questo lutto che ci sta facendo riscoprire la forza e la fragilità di questo raffinato Pastore, continuano ad avanzare segni negativi che calpestano la vita e la speranza:

  • i bombardamenti sull’Ucraina non si sono fermati nemmeno nel giorno di Natale e su quel pezzo di terra europea ormai distrutto, si continua a morire;
  • il Mare nostrum continua ad accogliere salme di disperati e nessuno li difende (ma perché la politica difende i confini del nostro Paese e non gli ultimi?);
  • carburanti, luce, gas e interessi sui mutui aumentano a vista d’occhio;
  • il Covid sembra rialzare la testa e si ha l’impressione di rivedere (a partire dalla Cina) lo stesso film che ha dato il via alla pandemia;
  • in Iran le ragazze vengono uccise se mostrano una ciocca di capelli;
  • in Afghanistan è proibito studiare, per le donne;
  • si continua a morire sul lavoro e sulle strade italiane (la prima causa di morte dei giovani italiani tra i 18 e 29 anni sono gli incidenti stradali).

Per non parlare dell’inflazione che erode la capacità di acquisto delle nostre famiglie o dei Pronto Soccorso che non hanno più la forza di accogliere tutti i malati. Un triste (e parziale) elenco di eventi che sembra convincerci del fatto che viviamo sotto un Cielo non solo chiuso, ma anche sbarrato a qualsiasi forma di speranza. Ed ecco perché il Vangelo di Matteo ci dice che. “Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire su di lui” (Mt. 3,16). Perché abbiamo bisogno come il pane che la Parola di Dio ci ricordi che il Cielo sopra di noi non è chiuso e non è sbarrato. Dio non è sordo alle nostre fatiche e disperazioni. E se “scende” sulla nostra povera Terra come Spirito è per ricordarci che il Suo Figlio Gesù è “con noi”, accanto “a noi” e “in mezzo a noi” perché ognuno di noi riesca a ri-alzare la testa e “a sperare contro ogni speranza” (Romani.4,18), come dice san Paolo a proposito di Abramo. Ma c’è un ulteriore elemento sul quale credo importante portare la nostra riflessione e preghiera. La voce che dal Cielo accompagna il battesimo di Gesù conferma che “questi è il Figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento” (Mt. 3,17). Come a dire: lui, questo Gesù che è appena uscito dall’acqua è il volto di Dio che vi deve guidare; solo Lui dovete seguire, se vorrete essere beati. E perché il suo lettore non dimentichi questo momento fondamentale della vita di Gesù e del suo discepolo, san Matteo ripropone quasi la stessa espressione nel momento della trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor, ma aggiunge un forte invito ad ascoltare la Sua parola, il suo insegnamento e quanto Lui ha da dire sulla nostra vita: “Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo.

Dopo tredici capitoli l’evangelista ripropone lo stesso messaggio e ripresenta le stesse parole che provengono dal Cielo. Ma questa volta, sul Tabor, la voce indica anche il verbo che rende liberi: “ascoltare”. Inteso non solo come “udire” o come movimento degli occhi per la lettura del Vangelo di Gesù. L’ascoltare di cui parla l’evangelista indica la disponibilità del discepolo a “seguire” e a interiorizzare “questa” presenza fino a farla diventare carne nella sua vita.

Gesù, ci dice il Suo Spirito che apre il Cielo sopra di noi, deve educare il nostro modo di pensare, di agire, di “fare”, di essere, di perdonare e persino di guardare tanto la Terra sulla quale siamo quanto il Cielo nel quale saremo. Dobbiamo impastare – se vogliamo essere liberi – cuore, mente, azioni, passi e persino il respiro con la mentalità di Gesù. Solo così ognuno di noi ritrova le radici della speranza e non si lascia piegare da nessuna prova, fatica, difficoltà o negatività.

Ci resti, in questa seconda domenica del 2023, la granitica certezza che il Cielo sopra di noi è aperto, spalancato o – come direbbe san Marco – “squarciato” in modo così definitivo da non potersi mai più richiudere.

Un gran bel segnale di speranza e una forte, solida e bella ragione per poterci dire, ancora una volta, buon anno.

 

Caro Gesù,

                   mia cugina ha chiesto al Parroco, per sposarsi, il certificato di Battesimo.

Ho detto ai miei genitori che lo voglio anch’io. Quando mi hanno battezzato ero piccolo. Non potevo decidere. Altri hanno deciso per me.

Adesso però Ti conosco. Sto imparando a capire che sei un amico davvero speciale. E più ascolto il Tuo Vangelo, più mi viene voglia di restare “immerso” nel modo con cui parli, pensi e ami.

Ti faccio una promessa, Gesù: nel giorno del mio battesimo voglio fare, ogni anno, un po’ di festa: con Te, con la mia famiglia, con i miei amici e con madrina e padrino.

 

P.S. I cieli che si “aprono” nel momento del tuo battesimo per fare passare l’amore di Dio verso di noi, è un’immagine bellissima. Grazie, Gesù: sei Tu il vero ponte tra il Cielo e la Terra. E grazie anche per Papa Benedetto XVI.

Ringraziamento fine anno di don Tonino Bello

Ringraziamento fine anno  di don Tonino Bello

 

Eccoci, Signore, davanti a te.
Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato.

Ma se ci sentiamo sfiniti,
non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto,
o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei.

È perché, purtroppo, molti passi,
li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue:
seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera,
e non le indicazioni della tua Parola;
confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre,
e non sui moduli semplici dell'abbandono fiducioso in te.

Forse mai, come in questo crepuscolo dell'anno,
sentiamo nostre le parole di Pietro:
"Abbiamo faticato tutta la notte,
e non abbiamo preso nulla".

Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente.
Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto,
ci aiuti a capire che senza di te,
non possiamo far nulla. Ci agitiamo soltanto.

Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell'anno,
esigono il nostro rendimento di grazie.

Ti ringraziamo, Signore,
perché ci conservi nel tuo amore.
Perché continui ad avere fiducia in noi.

Grazie, perché non solo ci sopporti,
ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi.

Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi.
Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini.

Anzi, ci metti nell'anima un cosi vivo desiderio di ricupero,
che già vediamo il nuovo anno
come spazio della speranza e tempo propizio
per sanare i nostri dissesti.

Spogliaci, Signore, di ogni ombra di arroganza.
Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza.
Donaci un futuro gravido di grazia e di luce
e di incontenibile amore per la vita.

Aiutaci a spendere per te
tutto quello che abbiamo e che siamo.
E la Vergine tua Madre ci intenerisca il cuore.
Fino alle lacrime.