Preghiere poesie

Angelus del 29 agosto 2021

"Per Gesù è importante riportare la fede al suo centro. Nel Vangelo lo vediamo continuamente: questo riportare la fede al centro. Ed evitare un rischio, che vale per quegli scribi come per noi: osservare formalità esterne mettendo in secondo piano il cuore della fede. Anche noi tante volte ci “trucchiamo” l’anima. La formalità esterna e non il cuore della fede: questo è un rischio. È il rischio di una religiosità dell’apparenza: apparire per bene fuori, trascurando di purificare il cuore. C’è sempre la tentazione di “sistemare Dio” con qualche devozione esteriore, ma Gesù non si accontenta di questo culto. Gesù non vuole esteriorità, vuole una fede che arrivi al cuore".

 

              papa Francesco, Angelus del 29 agosto 2021

XXII DOMENICA ANNO B

XXII DOMENICA  ANNO B  e preghiera dei piccoli

 

Marco 7,1-8.14-15.21-23

«Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3- i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, 5quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. 6Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
7Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.
14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro». 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo”».

 

La domanda è, per tutti noi occidentali, obbligata: “Ma davvero i talebani credono che impedire alle bambine di andare a scuola; proibire il lavoro alle donne; obbligarle a indossare il burka o frustare i ragazzi colpevoli di aver indossato i “jeans” , per fare solo qualche piccolo esempio, siano disposizioni date da Dio e che è chiesto ai responsabili del sacro di farle rispettare?”. Quanto sta accadendo in questi giorni in Afghanistan è semplicemente sconvolgente. Ed è una realtà che, per quanto ognuno di noi provi a documentarsi, lascia spiazzati, increduli e letteralmente disorientati.

Partiamo però dal dato religioso (anche se molti specialisti ci stanno dicendo che la vera posta in gioco in Afghanistan non è la difesa della legge coranica, ma gli interessi generati dal petrolio per arrivare all’oppio afghano che fornisce eroina e oppiacei al mondo intero). La dinamica è nota: qualcuno si sente proprietario di Dio e costruisce norme e leggi che poi presenta come volontà di Dio da imporre a tutto il popolo considerato comunità di sudditi da sorvegliare e da punire se trasgredisce quelle norme.

 Senza questa premessa non si capisce il duro affondo di Gesù contro i farisei e gli scribi “venuti da Gerusalemme”. A chi lo critica perché i suoi discepoli non rispettano “la tradizione degli antichi”, Gesù risponde senza tanti giri di parole e li definisce “ipocriti” (falsi, teatranti e nascosti dietro la maschera) perché chiedono che venga osservata la tradizione degli uomini disattendendo però la vera Legge di Dio (questo vuole dire “trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”).

Parole durissime. Spese da Gesù per ricordare a chi lo ascolta (e a noi!) che nessuno può possedere Dio e dunque che nessuno può imporre obblighi o divieti alle donne e agli uomini in nome di Dio. Anche perché se questo accade, non è Legge di Dio ed è un agire violento, da dominatore e lontano anni luce dalla volontà di Dio. Se la missione dei farisei e degli scribi era quella di verificare la pericolosità del rabbì di Nazareth, si può dire che il compito è stato assolto. Con le sue parole Gesù non solo destabilizza l’intero sistema religioso costruito dalla tradizione degli uomini, ma svuota di potere chi si è impropriamente impossessato di Dio. Ed eccoci alla sconvolgente novità proposta di Gesù: il male che può commettere l’uomo, non proviene dall’esterno o dal cibo ingerito, ma dal suo cuore ed è sempre l’esito – pesante – di una sua scelta contro il fratello.

Gesù esemplifica il suo insegnamento con un elenco di azioni che ci aprono il cuore alla via del male: “impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. Si noti il particolare: non c’è una sola azione, tra queste dodici, che riguarda Dio. Sono tutte scelte che feriscono il fratello che ci vive accanto (il primo termine, “impurità”, rimanda al “vendere” la propria vita per acquistare sempre più potere mentre lo “stolto” è chi accumula per sé ricchezze che potrebbero aiutare altri ad uscire dalla povertà). Come a dire: il male che ci disumanizza è quello che facciamo contro la sorella e contro il fratello. Quando si adempie il precetto religioso, ma si perde di vista la carità e la giustizia, si smarrisce la strada della libertà.

Attenzione però: cogliere nella condotta dei talebani una vera distanza dalla volontà di Dio è relativamente facile (visibile a occhio nudo e palese anche al non credente). Sentirsi coinvolti dalla Parola di Gesù per le nostre pratiche di fede è più difficile. A partire dal fatto che senza accorgercene abbiamo fatto della Messa domenicale un “precetto” da adempiere che non ha saputo comunicare ai nostri giovani la bellezza del ritrovarsi in comunità, dell’ascoltare il Vangelo (la sola Parola che ci dice chi siamo) e del ringraziare.

Ed è per questo che i nostri giovani sono sempre meno presenti nelle nostre eucaristie domenicali.Pagina di Vangelo che ci aiuta a commentare la cronaca (lontana) e che ci sprona a rinnovare la nostra vita di fede (vicina). Buona fine di agosto.

 

Preghiera dei  piccoli  

Caro Gesù,

                   a scuola una maestra speciale dell’ASL ci ha insegnato a lavarci bene le mani. Con movimenti lenti e facendo durare l’operazione almeno un minuto (lei ci misurava il tempo con una clessidra).

Non ci ha parlato di Dio per questa operazione. Ma ci ha detto che l’igiene delle mani ci aiuta a stare lontani dal covid. Grazie Gesù, perché dove vivo io c’è molta acqua e possiamo lavarci bene.

Proprio per questo Ti prego, Gesù, per i bambini dell’Afghanistan e per quello che stanno passando.

Non so perché scappano, ma quando li vedo fuggire con mamma e papà (e al televisore si vede che sono stanchi, affaticati, impauriti forse affamati e certamente senza l’acqua per lavarsi) mi viene da piangere.

Aiuta, Gesù, chi cerca di portare aiuto e soccorso a queste persone.

Donaci la Pace, Gesù.

Perché da soli non siamo capaci di costruirla.

XXI DOMENICA ANNO B

XXI DOMENICA ANNO B con preghiera dei fanciulli

Giovanni 6, 60 - 69

[In quel tempo,] molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe

tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di  Dio».

 

Superata l’euforia generata dai brillanti risultati riportati dagli italiani alle Olimpiadi di Tokio, gli argomenti in primo piano – nei giorni che seguono Ferragosto – sono tre: il caldo torrido (al quale non ci si abitua mai); l’inattesa tragedia dell’Afghanistan con la ripresa del Paese da parte dei talebani; il proseguire della pandemia con tutto il dibattito che l’accompagna (“vaccino si”, “vaccino no”; “green pass si”, “green pass no”).

Stiamo spendendo – tutti, nessuno escluso – fiumi di parole su questi tre argomenti. E ci stiamo anche rendendo conto come il solo “parlare” e “discutere” di questo o quel tema, non sposti di una sola virgola questa o quella questione. Ci ritroviamo così alle prese con parole “stanche” che rischiano di farci litigare (e che molte volte ci dividono realmente) senza offrirci mai uno straccio di soluzione. Ed è esattamente in questo contesto che ha senso riprendere la solenne (e bella) risposta che Pietro consegna a Gesù.

Il contesto è noto. Dopo “i giudei” e “la folla che ha deciso di seguire Gesù”, anche i “Suoi discepoli” (Dodici compresi) sono attraversati dal dubbio che il parlare di Gesù sia troppo “duro”. La grammatica dell’amore proposta da Gesù sembra scomoda come eccessiva appare la Sua richiesta del vivere per gli altri e di farsi pane per chi ha bisogno di noi. Anche i dodici sono tentati dal non aderire a queste richieste. Ed è per questo che Gesù domanda loro: “Volete andarvene anche voi?”. Letteralmente il verbo “andarvene” andrebbe tradotto con “tornare a casa vostra” (della serie “volete fermarvi, tornare indietro e riprendere la vostra vita di prima in cui l’interesse era solo per voi stessi?”). Una domanda che l’evangelista pone anche al lettore e dunque a ciascuno di noi.

Ed ecco il senso del racconto: avvertire la proposta di Gesù (e riportata dal Vangelo), come un linguaggio scomodo e duro è normale. La Parola di Gesù non è una poesia tra il romantico e il buon senso per ampliare la “mia” sfera di benessere. Lasciarsi immergere dall’amore di Gesù che si è fatto “pane spezzato per noi” e che chiede anche a noi di diventare “pane spezzato per i fratelli”, è un linguaggio che molte volte “suona” come scomodo perché cambia non solo il modo di pensare, ma anche lo stile di vita.

La tentazione del “tornare indietro” e del “chiudersi in casa” per farsi carico “solo” dei problemi propri, è forte, istintiva e ricorrente. In realtà in questo “tornare indietro” non si trova libertà, ci dice il Vangelo. Lontani da Gesù e dalla Sua Parola nessuno di noi fa esperienza di vita vera. Con le nostre parole a volte ci difendiamo dagli altri, altre volte le usiamo per calunniare l’altro e alla fine, per colpa delle parole inutili, litighiamo. Altre volte ancora ci autoconvinciamo che le nostre parole siano le uniche giuste e le sole “vere” e così facendo costruiamo – con le parole – trincee che ci vedono l’un contro l’altro armato.

Si noti però il particolare interessante: la Parola di Gesù non risolve in modo tecnico e materiale i nostri dibattiti. Il Vangelo non ci dice se fare o non fare il vaccino; se utilizzare il green pass oppure no; così come non offre soluzioni al dramma dell’Afghanistan e ai pesanti cambiamenti climatici che abbiamo causato. Ci consegna però quella luce sufficiente perché ogni nostra scelta sia vissuta all’insegna dell’amore e guidata dalla “cifra” del pane spezzato che ci nutre e che ci immerge nella vita che non muore.

In questa seconda metà di agosto non è male concludere questa lunga sezione di Giovanni (il cosiddetto discorso di Gesù del pane eucaristico) facendo nostra la risposta di Pietro: “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

Non entro nei dibattiti in corso che ci consumano parole stanche e logore. So anche – e ne sono convinto – che nessuno può usare il Vangelo per portare avanti le sue tesi. Mai. Gesù e la sua Parola ci ricordano però che un potere difeso e imposto dalle armi non è servizio dell’uomo; che quando una “parola” è gridata contro l’altro e usata per dividere, non è vera. Ma il Vangelo ci ricorda anche che per stare con i fratelli che la vita ci ha donato è necessario anteporre il bene del “noi” alle mie piccole o grandi convinzioni.

È questo Pane che ogni domenica ci viene offerto nella Sua Parola e nelle nostre Eucaristie il nutrimento, la forza e la spinta che ci immerge nella vita che non ha fine.

Buona domenica.

 

                                                                                      Preghiera dei fanciulli

Caro Gesù

                   secondo me questa è la pagina di Vangelo perfetta per dire che Tu sei l’“amico scomodo” che aiuta a non sbagliare la vita.

Mi piace tanto la risposta di Pietro, ma se Tu oggi fai la stessa domanda anche a me (così ha detto il don a messa) io ti dico che No, non me ne voglio andare da Te perché Tu sei il mio amico scomodo che mi rende migliore.

Mi aiuta a stare con Te, Gesù. E mi piace, ogni domenica, leggere un pezzo del Tuo Vangelo.

Sento che mi insegna a fare bene e che mi dà la forza di vincere un po’ di pigrizia e un po’ di egoismo.

Gesù in queste calde domeniche di agosto Ti prego per chi non può permettersi le vacanze. Per chi è in guerra e per chi è in ospedale perché sta male.

Ciao “amico scomodo”. E grazie di esserci.

XIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO B

XIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO B

Giovanni 6, 41-51

[In quel tempo,] i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

 

Siamo fatti così: sembra che non si possa fare a meno di mormorare, di lamentarci, di criticare la vita e di fissare sempre e solo quello che ci manca, quanto non abbiamo. Era così ai tempi di Mosè quando il popolo di Israele – liberato dalla schiavitù in Egitto

– “mormora” (contro Mosè) nel deserto del Sinai. È così ai tempi di Gesù dove non solo i Giudei “si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo»” (Gv. 6,41), ma anche alcuni suoi discepoli (“Gesù sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza?», Gv. 6,61). Ed è così anche oggi dove sembra impossibile immaginare un vivere fuori e dentro le comunità cristiane senza mormorare contro qualcuno e senza chi esaspera l’azione del lamentarsi degli altri. Ed ecco una prima riflessione: mormorare è azione negativa perché usa la parola (creata per generare vita, amore e verità) sempre e soltanto contro qualcuno per innescare, anche con l’aiuto di menzogne e falsità, odio e morte. azioni finalizzate a distruggere, a uccidere, a creare odio.

L’evangelista è raffinatissimo al proposito: Gesù vede nella profondità del cuore umano: là dove nasce il mormorare che rompe la comunione con il fratello. Ma si noti il particolare: lo sguardo di Gesù non solo “vede” dove inizia lo sparlare dell’altro, ma propone anche parole di cura per guarire e liberare la nostra vita da questo male. E come ci cura Gesù? In due modi: in un primo momento donandoci la sua Parola perché il nostro parlare non sia orientato contro l’altro, ma solo e sempre teso a costruire comunione. Nel secondo momento proponendoci quel “mangiare insieme” – alla Tavola preparata da Lui e dove Lui si dona a noi come pane spezzato – perché la comunione vinca sulle divisioni generate da un uso scorretto della “parola”.

Parola e Pane eucaristico diventano così la cura e il nutrimento che il Signore Gesù ci dona per educarci al “parlare” che incontra, ascolta e serve l’altro. Esperto di umanità, Gesù sa molto bene che quando il “parlare” si porta “contro l’altro” si perde la libertà e si esce non solo dalla giustizia, ma anche dall’amore.

Solo un Dio-Parola poteva insegnarci a portare la nostra “parola” al servizio della vita e non contro chi ci vive accanto. Ma Gesù fa di più. Per evitare che la lezione sulla Parola sia troppo astratta, ci offre la sua Tavola e si offre a noi come Pane. Si tratta di uno sviluppo inatteso per il lettore: la Sua Tavola e “il pane vivo disceso dal cielo” che siamo invitati a mangiare, diventano così il nutrimento che ci insegnano a intrecciare silenzio e parola solo e sempre al servizio dell’amore e della giustizia.

Domanda molto concreta: non è questo ciò di cui abbiamo bisogno soprattutto oggi? Siamo tutti scontenti, stanchi e sfiniti a causa di questa pandemia. E non sapendo come sfogare la nostra rabbia, diventa quasi obbligato individuare qualcuno contro cui portarsi con critiche e mormorazioni di ogni tipo. Le piazze si riempiono di chi grida con forza e rabbia un solenne “No” a chi propone rimedi scomodi per fermare il contagio. Ma anche altri parlano contro altri. Tutti parlano. Tanto. Forse troppo e nessuno ascolta e dunque nessuno si incontra. Ognuno difende il suo orticello, la sua voglia di libertà (privata) e si impegna perché il suo parlare contro l’altro non venga mai tentato da logiche di ascolto delle ragioni altrui.

Gesù ci offre una nuova prospettiva. Ci chiede di fare silenzio; di ascoltare la Sua Parola e di parlare solo a tavola. Uno straordinario insegnamento per ricordarci che la libertà esiste solo nello stare insieme, a tavola e nella logica comunitaria (da solo nessuno è libero).

Uno straordinario insegnamento per ricordarci che Libertà e Comunità sono le due facce della stessa medaglia e non vanno (mai) separate perché corrono su due linee parallele, ma necessarie l'una al pieno completamento dell'altra.

Gran bella lezione per fermare il doloroso mormorare che non aiuta il Paese ad uscire dalle sue difficoltà (e per spingerci a stare insieme in modo più umano).

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

che brutta la parola “mormorare”. Primo perchédescrive un’azione possibile solo al negativo (chi mormora è sempre “contro” qualcuno!).

Secondo perché chi “mormora” lo deve fare alle spalle.

Anche con Te, Gesù, hanno fatto così: fanno finta di ascoltarTi, ma poi si informano sulla bottega dove lavori con Giuseppe o spiano mamma Maria perché non accettano che Tu sia del tutto come noi: in mezzo a noi e persino uguale a tutti noi.

Troppo bello per essere vero, ha pensato qualcuno. E così hanno iniziato a “mormorare” contro di Te.

Bella la tua risposta: “Gesù rispose loro: "Non mormorate tra  voi.”.

Aiutami Gesù a non sparlare mai alle spalle degli altri. E insegnami a parlare bene degli altri

Lo so: sembra una preghiera da piccoli, ma se Tu queste cose

le hai dette ai grandi, vuole dire che la mia richiesta è giusta.

Grazie Gesù.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B con preghiera dei piccoli

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B con preghiera dei piccoli

 

Giovanni 6, 24 - 35

24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

30Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? 31I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». 32Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. 33Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 34Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!    

 

Nella domanda dei discepoli di Gesù (“Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”) è nascosto quasi tutto il piccolo-grande dramma dell’umanità. Da una parte c’è il bisogno di dover fare sempre “qualcosa”. Non tanto per fuggire l’ozio (il padre di tutti i vizi), ma perché senza fare niente non siamo capaci a stare. Abbiamo paura (volte anche il terrore) che nel silenzio del fare niente la mente si attivi e sprigioni ansie, depressioni, critiche, rimorsi, etc. . Per questo vogliamo sempre “fare qualcosa”. Anche nel tempo del riposo e in vacanza: per non restare da soli con noi stessi. Il “dover fare sempre qualcosa” è anche un ottimo modo per non alimentare debiti. Regali e visite si devono restituire: così nessuno deve niente a nessuno. E la cosa – spesso e volentieri – la vorremmo applicare anche con Dio. La domanda della “folla” che segue Gesù, va in questa direzione. E la potremmo riscrivere così: “Dicci che cosa dobbiamo compiere per “fare” le opere di Dio. Noi lo facciamo e così ci mettiamo a posto la coscienza”.

La risposta di Gesù spiazza, disorienta e obbliga la “folla” a fare un passo in avanti. Chi pone l’interrogativo è convinto che il “fare” sia opera solo manuale. Gesù lo porta sul terreno del cuore e gli ricorda che il primo e il più grande “fare” è quello realizzato dalla propria capacità di vincere paure e resistenze per imparare a fidarsi e ad affidarsi al Padre del Signore Gesù. Il “fare” delle mani realizza “manufatti” (e la parola rende bene l’idea).

Il “fare” del cuore cambia l’esistenza, costruisce libertà interiore ed esteriore, insegna l’arte della leggerezza e costruisce relazioni nel segno della fiducia e soprattutto dell’amore.

Il credere proposto da Gesù (“crediate in colui che egli ha mandato”), non è adesione a verità di catechismo, ma modo di vivere libero e liberato di chi – grazie alla Parola di Gesù – ha imparato a fidarsi di Dio, del fratello e anche di se stesso.

Ed eccomi alla “messa in pratica di questi messaggi evangelici”. Non è forse vero che riducendo la fede nel Dio di Gesù abbiamo ridotto molto anche la fiducia nel mondo, nei fratelli e in noi stessi? Sono molti coloro che non hanno più il desiderio di accendere il televisore o di comperare giornali: “Troppe cose brutte – si dice – mi intristiscono solo!”. “Non mi fido più di nessuno, ripetono in molti, nemmeno degli amici. Ho preso troppe fregature. E così facendo costruiamo modelli di vita sempre più isolati, più soli, più depressi e – obbligatoriamente – blindati. Ma non fidarsi del prossimo obbliga a costruire continui e massacranti controlli su tutto e su tutti. Ieri ci si fidava dei giovani e dei figli. Molto più di oggi. E queste iniezioni di fiducia aiutavano i figli a diventare forti, responsabili e carichi della giusta autostima. Oggi telecamere e sistemi polizieschi di sorveglianza hanno invaso la nostra vita e le nostre anime. I nostri ragazzi e giovani non sono solo sorvegliati, ma spiati 24 ore al giorno con l’effetto – triste – che percepiscono la nostra sfiducia in loro e – inevitabilmente – crescono insicuri e fragili. Ma chi non si fida del prossimo, diventa sospettoso e carichi di insicurezze con se stesso. Quanti adulti ostentano certezze assolute, ma in realtà sono sgretolati dentro, pieni di paure, convinti di non valere e persino invidiosi di quanti ritengono di maggior valore e più forti.

San Giovanni entra nel nostro cuore e spazza via queste patologie legate alla sfiducia e ci ricorda che “affidarsi al Signore Gesù” – credere in colui che egli ha mandato” – non è atteggiamento da tenere solo in chiesa. È soprattutto scuola e cattedra che ci insegna anche a fidarci certamente di chi ci è vicino, ma – prima di tutto – di noi stessi.

E non c’è bisogno di grandi psicologi per capire che chi si fida del mondo, del prossimo e di se stesso non solo vive meglio, ma diventa piacevole da incontrare.

Gran bel regalo per l’avvio di questo agosto che auguro a tutti sereno.

 

                                                        Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                   i miei genitori sono andati a Cafarnao. Con un pellegrinaggio organizzato dalla nostra Parrocchia. Dicono che è stato un viaggio bellissimo. Anche se lo ammettono: si sono aggregati solo perché c’erano gli amici e gli zii.

Come è scritto nel vangelo di oggi: non cercavano Te. Volevano fare una bella esperienza insieme (come chi ti cerca perché Tu dai il pane gratis).

Poi però Tu li hai trovati. I posti, la guida, la preghiera…tutto è stato perfetto, hanno detto, ed il viaggio è diventato una grande scoperta di Te e del Tuo Vangelo.

Papà dice sempre che la traversata del Lago iniziata da Cafarnao è stata molto bella.

Ti prego Gesù: diventa Tu – per me e per tutta la mia famiglia – il “pane” che ci fa stare bene e che ci toglie la fame di cose inutili.

 

P.S. Da grande anch’io voglio andare nella Tua Terra.

XVII DOMENICA ANNO B con preghiera dei fanciulli

XVII DOMENICA ANNO B  con preghiera dei fanciulli  

 

Giovanni 6, 1-15

1Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse aFilippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9«C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 11Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». 15Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

 

La tesi di Gesù è chiara: con la sola logica del “comprare” non si può sfamare “la grande folla” che lo segue. E per evitare che i suoi discepoli (e noi, lettori del Vangelo) non capiscano l’insegnamento di Gesù, san Giovanni si prende la briga di spiegare il perché Gesù si sia espresso in quel modo con Filippo: “Diceva così per metterlo alla prova”.

Filippo sembra non capire: “Duecento denari non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Come dire che ci vorrebbe moltissimo denaro che non possiamo in nessun modo procurarci. Dunque – seguendo la logica pessimista di Filippo, economista superficiale – non si potrà sfamare quella gente. Andrea, fratello di Simon Pietro, apre una crepa di speranza nella rigidità mentale di chi si affida solo al denaro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci – anche se subito dopo aggiunge – ma che cos’è questo per tanta gente?”. Per Gesù è sufficiente. Prende spunto dal gesto di quel ragazzino che, forse, con fare ingenuo, si è reso disponibile a condividere il suo pranzo al sacco e inizia la “Sua” lezione. “Fateli sedere”, chiede. Perché il Maestro vuole che il Suo insegnamento venga assimilato, interiorizzato, capito e messo a fondamento di un nuovo modo di vivere. Prende il poco offerto dal ragazzino e compie su quella piccola offerta lo stesso gesto dell’ultima cena (“dopo aver reso grazie li diede a quelli che erano seduti”) e così facendo si avvia il miracolo che siamo soliti chiamare della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma che – più correttamente – dovremmo cominciare a definire come “il miracolo della condivisione”. Perché è questa la buona notizia che Gesù ci dona in questa calda domenica di luglio: per contrastare ingiustizie e povertà non basta il denaro e la sola logica del comprare non è sufficiente. La vera soluzione alla miseria di chi sta male (nel corpo, nello stomaco e nel cuore) è data dal coraggio che ciascuno di noi deve avere nel condividere il suo poco con chi ha meno. Solo così il mondo diventa un giardino e avanzano ancora “dodici canestri” (il numero “dodici” indica totalità e serve per dire che con ciò che avanza dal condividere si sfama il mondo intero).

Il 12 luglio scorso, è stato presentato “Lo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo” redatto in modo congiunto da ONU, FAO, UNICEF e alcune altre sigle di organismi internazionali per comunicare al mondo intero che “c’è stato un drammatico peggioramento della situazione della fame nel mondo nel 2020, e ciò è da ricollegarsi, in larga misura, alle ricadute della pandemia di COVID-19”. Per quanto non sia ancora stata effettuata una mappatura completa e precisa dell'impatto della pandemia sulla fame nel mondo, si calcola che un decimo della popolazione mondiale (fino a 811 milioni di persone) è sotto gli effetti della fame mentre 2 miliardi e 300 milioni di persone (circa il 30% della popolazione mondiale) è in pessime condizioni alimentari: malnutrita e con grosse difficoltà a fare tre pasti al giorno.

Ben tre miliardi di adulti e bambini – dunque – lontani da una sana alimentazione.

Letto con questa finestra sul mondo il nostro Vangelo diventa non solo bello, consolante e commovente, ma anche profetico e in grado di smuoverci perché l’indifferenza non attanagli il nostro cuore di adulti, di educatori e di conseguenza quello dei giovani.

Quel ragazzino che condivide il suo poco con la comunità, deve diventare la cifra che spinge i nostri giovani – e noi, loro educatori – a vivere immersi in quella generosità, attenzione agli altri e condivisione che rendono beata, bella, riuscita e carica di senso la vita.

A partire dal quotidiano e dal quartiere in cui si è immersi.

Buon riposo a tutti.

 

            

                                            Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                     ho letto sul giornale che nel mondo sono più di 800 milioni le persone che hanno sofferto la fame nel 2020 (una su dieci), 60 milioni in più rispetto a cinque anni fa. A questi si aggiungono 2 miliardi di persone che mangiano poco, male e senza mai togliersi del tutto la fame (un terzo della popolazione soffre di malnutrizione).

Hai ragione Tu, Gesù: non è giusto dividere il mondo tra chi ha i soldi per comprarsi il cibo e chi deve morire di fame perché senza denaro. Per questo hai messo alla prova Filippo: per aiutarci a capire che per risolvere il problema della fame nel mondo non bastano i soldi.

Gesù, voglio anch’io fare come quel ragazzino e imparare a condividere ciò che ho con chi non ha nulla.

Grazie Gesù perché mi fai venire voglia di vivere bene e di fare cose grandi.

XVI DOMENICA PER ANNUM B

XVI DOMENICA  PER ANNUM B con  preghiera dei piccoli

Marco  6, 30-34

30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.  

 

Nella prima metà del Novecento, le “vacanze” erano esperienza di pochissimi. Campi e fabbrica non concedevano grandi viaggi o lunghi congedi. Pochi giorni di sospensione lavoro attorno a Ferragosto; una merenda sui prati nei pressi di un Santuario con tutta la famiglia e – magari – una mano di bianco in cucina. Niente di più.

Poi è arrivato il boom economico. Sono iniziati i grandi viaggi per raggiungere le rinomate mete turistiche, le case affittate al mare o ai monti e poco dopo voli, crociere, alberghi all inclusive, i grandi spostamenti fino all’obbligo, per alcuni, di dover fare piccoli mutui perché “costretti” ad andare in vacanza. Con il rischio di tornare dal soggiorno estivo non solo più indebitati, ma anche più stanchi di quando si è partiti. Segno che forse la pratica della vacanza come oggi la viviamo non sempre promuove il riposo e la crescita personale. Ed è per questo motivo che Gesù non parla mai – ai suoi discepoli – di “vacanza”, ma sempre di “riposo”. Perché Gesù – esperto di umanità – sa molto bene che ciò che riposa il cuore, la mente e il corpo di tutti noi non è la “vacanza” intesa come l’ingresso nel “vuoto” (da cui deriva la parola) di chi non vuole fare niente, ma quel riposo che si costruisce con precise pratiche e determinate scelte.

Proviamo a prendere sul serio le parole di Gesù sul tema delle vacanze o del riposo: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”.

Il primo dato che colpisce è l’invio di Gesù a portarsi “in disparte”. Un vero e proprio impegno a posizionarsi dalla parte opposta del lavoro, del correre o del “fare”. Gesù non chiede di scappare da tutto e di andare lontano dove si può e si deve solo oziare. La richiesta di Gesù è più leggera e più impegnativa: recarsi dove è possibile ritrovare se stessi. Per imparare a stare un po’ da soli; in disparte, in compagnia di quel silenzio che rigenera la vita tutta. Ma anche per stare con gli affetti più cari in vera libertà e per regalarsi un po’ di tempo – alleggerito dagli affanni del lavoro – per restare con Lui: il senso, l’inizio e il principio della nostra vita.

Noto con stupore sempre imbarazzante che per la stragrande maggioranza anche dei credenti concedersi una messa feriale, una pausa quotidiana di sosta spirituale in chiesa (in un angolo preparato per favorire il raccoglimento e un momento di vita spirituale) o un piccolo approfondimento del Vangelo, suoni come atteggiamento da vecchi. Giovane – per questo modo di pensare – è chi fa le ore piccole, chi corre soprattutto d’estate, chi va in discoteca e non chi si mette al fondo di una cappella – in disparte – per ritrovare se stesso. Per dirla con il sottofondo delle parabole: il primo tornò a settembre carico di debiti, più stanco di prima, con alcune tensioni scoppiate all’interno della banda di amici con cui ha condiviso lo stress estivo e bisognoso di riposo dalle vacanze. Il secondo riprese la vita ordinaria dell’anno sociale rigenerato, interiormente cresciuto e decisamente cambiato nel modo di pensare e anche di amare. Risultato: tanti giovani sono vecchi dentro mentre molte persone avanti negli anni sono giovani dentro: vispi, leggeri, liberi e immersi nelle pratiche di amore che fanno stare bene.

Chiediamo che Gesù buon Pastore sostenga – in questa estate 2021 – il nostro profondo desiderio di riposo; che ci insegni a stare in disparte con Lui e dalla parte della libertà interiore per aiutarci a ricaricare la nostra vita. Un ricordo specialissimo a chi, in questi mesi di caldo, è malato, anziano, solo, in carcere o sulla strada. Il giusto e meritato riposo non ci porti mai a dimenticare o a calpestare chi è al fondo della fila.

Buon riposo a tutti.

                                                                      Preghiera dei piccoli

 

Caro Gesù,

                    è la prima volta che ci faccio caso: Tu non parli mai di vacanze, di ferie o di crociere organizzate per divertirsi. Forse perché sai molto bene che il rischio di tornare dalle vacanze più stanchi di quando si è partiti è sempre possibile.

Tu ai tuoi discepoli parli di “riposo”, proponi “posti in disparte” e fai persino riferimento al deserto.

Per spiegare a tutti noi che le vere vacanze non sono quelle che ci fanno andare lontano, ma quelle che ci aiutano a stare bene: con noi stessi e con gli amici.

Per questo Tu parli in modo diverso di “riposo”.

E hai ragione Tu. Nelle vere vacanze ci si riposa, non si è tristi e non si litiga mai.

Grazie Gesù. E visto che sei Tu il mio amico scomodo, voglio stare un po’ di più con Te, in queste vacanze.

Promesso.

XV DOMENICA PER ANNUM B

XV DOMENICA PER ANNUM B e preghiera dei bambini

 

 “7 Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; 9 ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. 10 E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11 Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12 E partiti, predicavano che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano”. (Mc. 6,7-13)

 

La notizia è sconvolgente: in Canada – nel cortile di alcuni Istituti cattolici – sono stati trovati i resti di centinaia di bambini sepolti dopo essere stati prelevati con violenza dalle loro riserve indiane (sottratti alle loro famiglie) e affidati a percorsi di colonizzazione forzata per “uccidere l’indiano nel bambino”, come recitava una legge canadese del tempo.

Si parla di almeno 150 mila bambini internati tra il 1890 e il 1996 con almeno 4000 di loro morti per maltrattamenti, abusi e mancanza di cure. Papa Francesco ha condannato senza sconti queste gravissime responsabilità che appartengono anche alla Chiesa cattolica dicendo che: “Questi momenti difficili, rappresentano un forte richiamo per tutti noi, per allontanarci dal modello colonizzatore…”.

È il segno – forte e chiaro – che anche la chiesa, nata per annunciare il Vangelo, può dimenticare il senso della sua missione e diventare sorda alla Parola di Gesù. Anche perché il passo del Vangelo di san Marco che oggi preghiamo è chiarissimo: ai Dodici Gesù non chiede di predicare, di imporre una cultura sopra un’altra o di convertire l’altro con l’uso della violenza. Tutto ciò che i Dodici devono fare – dice il Maestro – è di andare, di uscire dalle loro sicurezze, patrie e famiglie per recarsi – a due a due – in qualsiasi villaggio del mondo per camminare accanto a chi lì vive. Tutto ciò che il discepolo di Gesù deve fare è testimoniare (con la vita) l’amore di Gesù che rende possibile vivere senza giudicare, senza odiare e liberi dalla voglia di dominare l’altro. Null’altro. Ma se si dimentica di leggere e di pregare il vangelo, anche questa semplice e profonda verità viene dimenticata.

Ma che cosa vuole dire, per le nostre comunità parrocchiali distanti dalle tragedie che si sono consumate in Canada, questa pagina del Vangelo?

Una prima risposta è evidente. Se ci si allontana dal Vangelo è obbligato: si costruiscono stili di vita che apparentemente convincono, senza accorgersi – però – che ci impongono un modo di vivere disumano e contro la nostra stessa natura umana. Seconda provocazione: la cosiddetta “chiesa in uscita”, tanto cara a Papa Francesco, non riguarda solo le comunità cristiane. Anche le nostre famiglie e le nostre vite devono essere “in uscita”: orientate ad aprirsi all’altro e decise a contrastare l’insidiosa tentazione del vivere ripiegati su se stessi. Se non si esce dall’io, dall’egoismo, da tutto ciò che è “mio” e da quella pericolosa indifferenza che prima ci anestetizza e poi ci fa morire a fuoco lento, saremo sempre più depressi, soli e tristi. Quel “a due a due” che propone Gesù è sfida e provocazione perché le nostre case non si riempiano di cose, ma amplino le relazioni, la voglia di stare insieme, di servire e di fare quel bene senza il quale ci si ammala.

Terza bella provocazione. Non credo sia un caso che Gesù non proponga ai suoi Dodici di fare discorsi e prediche. Quel “non dire niente” suggerito da Gesù è la premessa della libertà e della serenità. Anche perché l’amore troppo detto, sbandierato, predicato e “mostrato” è pura vetrina, vanità o pubblicità. Tutto tranne che amore.

Gesù ci chiede di vivere la libertà generata dall’amore e dal silenzio. Perché servire l’altro senza dire nulla è molto più “predica” del parlare tanto senza però accorgersi di chi sta male (o facendogli del male!). Restituire alle nostre comunità (famiglie comprese) la bellezza di uno stare lontani dalle parole inutili della calunnia, del pettegolezzo, della critica fatta alle spalle o dei discorsi che seminano odio, è la vera, grande e bella buona notizia che in questo caldo luglio 2021 ci regala san Marco.

Buona domenica a tutti. Una richiesta di preghiera per le vittime delle tragedie che si sono consumate in Canada e un augurio perché questa sera vincano lo sport e la fraternità.                                                                                                      

                                                       Preghiera dei bambini

Caro Gesù,

                  anche a me piace camminare con un bastone. Ogni volta che vado in montagna, al lago o in qualche agriturismo, io ne cerco sempre uno da portare a casa (i miei genitori, però, me li fanno lasciare in garage).

Da oggi voglio dare al “bastone” che raccolgo nei boschi il compito di ricordarmi che Tu sei con me sempre, anche quando mi sento solo.

E grazie anche per l’invito a camminare “a due a due”.

Mia mamma dice che senza Tommaso, il mio miglior amico, io non faccio un passo. E forse ha ragione. Ma è brutto partire e viaggiare da soli. Grazie Gesù perché ci aiuti a vincere la solitudine e perché ci ricordi che solo chi esce dal suo “io” diventa felice (e buono).

P.S: Gesù ti prego per chi è in prigione e per le guardie. Tieni lontana, Gesù, la violenza dal carcere.

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO  B con preghiera bambini

«[Gesù] partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità.  (Mc 6, 1-6)

 

Hanno voglia di vedere Gesù, ma non sono disposti a seguirlo e a camminar dietro a Lui. Sono curiosi e sono anche interessati a sentire cosa dice, ma poi – più in profondità – non hanno nessuna intenzione di mettersi in discussione e di ascoltare realmente la sua Parola. San Marco ci presenta un caso concreto di incredulità della folla al seguito di Gesù, ma l’evangelista vuole portare il suo lettore (e ciascuno di noi) oltre la cronaca per aiutarci ad entrare in quella fede adulta che prende le distanze da modalità infantili di credere.

Ma quali sono, oggi, le nostre forme di incredulità?

La prima. C’è, nella nostra società, tanta voglia di religiosità, di spiritualità, di meditazione, ma sempre inseguita per contrastare lo stress e per aiutare il singolo a raggiungere quel benessere negato dalla vita stressata di tutti i giorni. Siamo dentro a un “credere” finalizzato al “mio” star bene, individuale e “consumato” per rilassare l’esistenza. È una forma di incredulità moderna (tipica del mondo opulento) che non ha nulla a che vedere con la proposta di Gesù che è Parola scomoda, ma liberante; richiesta di servizio e proposta per imparare a donare la vita per fare stare bene il fratello, non il mio io.

La seconda. È l’incredulità di chi applica a Dio le logiche contabili del dare e dell’avere. Secondo questo schema mentale, leggi e precetti religiosi vanno adempiuti, ma praticato il dovere verso Dio con i riti vari, la vita può procedere del tutto sganciata dalla dimensione di fede (come se Dio non ci fosse). La proposta di Gesù è dall’altra parte. È Parola che libera dalla norma religiosa adempiuta solo esteriormente (con discreta dose di ipocrisia) e che ci presenta Gesù come il buon samaritano da imitare; come il Maestro che indossa il grembiule per aiutare chi lo segue ad allontanarsi dal veleno dal potere; come il Profeta che non si chiude in nessuna patria perché sa che ogni Paese è grande solo se i suoi confini restano aperti al fratello che vuole entrare in quella comunità.

La terza. È la religiosità (incredula!) del “fare”, del correre, del vivere per lavorare (e per scappare da noi stessi), dell’accumulare denaro che poi viene sprecato per ritrovarsi, inevitabilmente, alle prese con solitudini amare, incomprensioni familiari, depressioni e vuoti esistenziali che ci fanno soffrire. Gesù di Nazareth ha Parole più sagge e proposte più umane. Ci spinge a lavorare per vivere senza però idolatrare il “fare”, il denaro, la ricchezza o i beni (da acquistare e da accumulare) che “mangiano” libertà e dignità.

Tre forme diverse di incredulità. Che oggi come ieri ci rendono curiosi e affascinati dalla presenza di Gesù di Nazareth, ma che ci allontanano dall’incontro vero con la sua persona – viva e presente in mezzo a noi – perché poco disposti ad ascoltare in profondità la sua Parola e perché non sempre pronti a riconoscerlo in chi – vicino a noi – lo rende presente. Perché è questo il grande messaggio che ci consegna san Marco: Gesù risorto ognuno di noi lo incontra nella sua Nazaret, nella bottega sotto casa, nelle stanze della sua abitazione, nello sguardo del figlio “bocciato” che chiede scusa e che vuole la spinta necessaria per cambiare. Gesù risorto lo incontriamo nella sordità della nonna che a volte è faticosa da accudire, nelle fatiche di chi ha bisogno di aiuto e non sa chiederlo (e quante volte i figli ci sottopongono a questi faticosi dialoghi), nel collega che ha perso il lavoro (e che per vergogna non ne parla) o nel malato, nell’immigrato e nel fratello piegato da tante fatiche che per comodità facciamo finta di non vedere.

Gesù risorto non è il toccasana che ci toglie lo stress. Non è nemmeno una norma da adempiere – come precetto – per avere la coscienza a posto. Gesù risorto è il profeta – scomodo – che ci consegna la libertà e che ci rende beati se decidiamo di ascoltarlo e di seguirlo sulla strada delle beatitudini.

I mesi estivi hanno questo potere: cacciare gli alibi e rendere possibile un vivere più umano e meno di corsa. Vacanza e riposo sono anche questo: stare con la Sua Parola e provare a vivere lo stupore e la meraviglia che la Sua presenza genera nel nostro cuore non appena si prova a pensare, a vivere e a camminare come Lui ci propone.

Buona domenica a tutti e buon luglio.

 

                                                                           Preghiera dei bambini

Caro Gesù,

                   la mia scuola si chiama don Milani. Un prete- maestro di Firenze morto più di 50 anni fa che ha detto una frase molto bella:

 “Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro.”.

Gesù, don Milani ha ragione.

Con la parola “straniero” si creano le guerre.

Con la parola “fratello” si costruisce un mondo che è Patria di tutti e per tutti.

Ti prego Gesù: fa che tutti i Paesi del mondo diventino la Patria di tutti e di ciascuno.

Gesù aiutami a lasciare la mia Patria, la mia famiglia e la mia casa per ritrovare tutto e tutti cento volte di più.

Come hai promesso Tu e come ha fatto Abramo.

 

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B con preghiera dei piccoli

21Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. 22Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 23e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 24Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

25Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28«Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 29E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.

35Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40Ed essi lo deridevano.Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». 42Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.

(Mc. 5,21-43)

La figura del capo della sinagoga – Giairo – che si reca da Gesù per supplicarlo perché “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”, è significativa e con alto valore simbolico. Si tratta di un papà che ha ricoperto di così tante cure e premure la “sua” figlia, da privarla della possibilità di crescere e di vivere (ed è per questo che si lascia morire nella stanza dorata in cui il padre l’ha relegata). Si notino alcuni particolari descrittivi utilizzati da san Marco: secondo le parole del papà, la figlia è solo “sua” (“la mia figlioletta”, dice; mamma e altri parenti non ci sono). Ed è una “figlia” che il padre, premuroso e possessivo, considera perennemente “piccola”, “bambina”, “fanciulla” (“figlioletta”) e – in ogni caso – mai adulta. Anche se con i suoi 12 anni sta ormai entrando nella condizione adulta della donna palestinese. Non ha nessuna coscienza – questo povero papà – che è stato lui a mettere sotto una campana di vetro sua figlia fino a spegnerle la voglia di vivere. Non si è accorto – questo capo della sinagoga – che voler trattenere a sé la figlia, impedirle di rendersi autonoma e vietarle di sganciarsi da lui (come dovrebbe fare ogni figlia per fare la sua strada!), sono le vere cause che spingono la giovane donna a lasciarsi morire nella sua “ camera- prigione” dalla quale non può uscire.

Così inquadrato il testo è più attuale di quanto sembra. Nei nostri ultimi decenni abbiamo inventato l’adolescenza anche perché nei secoli precedenti non è mai esistita un’“età di mezzo” tra infanzia e vita adulta. Terminati gli anni della scuola dell’obbligo – tra gli 8 e dodici anni – un tempo non troppo distante da oggi si andava a lavorare e iniziava la vita adulta. Poi, però, abbiamo chiesto ai nostri ragazzi di fare durare il più a lungo possibile questa condizione “di mezzo” (anche oltre i 30 anni!). Forse perché – come Giairo, il capo della sinagoga – abbiamo paura che i nostri figli crescano, che si sgancino dai “nidi” che abbiamo costruito per loro e che, se prendono il volo, le nostre case diventano vuote perché senza vita di coppia. Abbiamo paura – come società – che i nostri giovani diventino “adulti” nel senso vero, profondo e libero del termine

 

perché la loro maturità potrebbe denunciare la nostra immaturità.

E cosa abbiamo fatto per prolungare l’adolescenza? Non è difficile: basta creare le condizioni perché i “nostri” giovani vengano tenuti lontani dal mondo del lavoro degno di questo nome e dalla possibilità di rendersi autonomi (concorsi che si rinviano di anno in anno per decenni è pur sempre un buon metodo, per questo obiettivo). È sufficiente “parlare” tanto di politiche giovanile, di diritto alla casa, di aiuti all’autonomia dei giovani e poi fare poco o niente perché questi diritti vengano realmente erogati. Perché i nostri giovani non diventino adulti è anche necessario investire (molto) solo sulle strategie del divertimento, dello sballo, del consumare (tutto e di più) e dello spingerli a vivere senza assumersi mai le vere responsabilità della vita non protetta da mamma e papà.

Si noti però il particolare: Gesù non condanna la giovane donna a cui è stato negato il diritto all’autonomia da chi è soltanto una “caricatura” del “padre” (il quale è chiamato a lanciare, con fiducia, i figli nel mondo senza possederli). Gesù vuole “attrezzare” il padre perché diventi realmente tale. Ed anche per questo che allontana, da quella casa, la folla guidata solo da curiosità morbosa. Ora Gesù può fare ciò che non ha fatto il padre: prende la figlioletta/ragazza “per mano” (come segno di comprensione della sua fragilità), l’aiuto ad alzarsi in piedi (segno di autonomia) e la invita a camminare con le sue gambe e a diventare protagonista della sua vita adulta.

Per il nostro tempo. Creare le condizioni perché chi cresce possa andare per la sua strada (e lasciarlo andare senza ricatti e senza vincoli di vario genere); non pensarsi i proprietari dei figli autorizzati anche a “possederli”; non aggrapparsi ai giovani per difendere le nostre fragilità; non togliere loro tutte le difficoltà e soprattutto non soffocarli di cure e di premure, ma consegnare loro diritti, buone pratiche e percorsi di impegno, di responsabilità e di concrete possibilità di lavoro decoroso e dignitoso: è molto di più di un programma educativo. È questa la buona notizia che ci consegna il Vangelo e che ci ricorda che Gesù risorto ripete – oggi 2021 – Tali Kum ai nostri giovani e a tutti noi. Buona domenica a tutti.

 

Caro Gesù,                                      Preghiera dei piccoli

mi ha fatto effetto scoprire che la bambina che hai preso per mano e alla quale hai detto Talità kum (che significa: “Fanciulla io ti dico alzati!”) aveva 12 anni.

Il papà che ti ha supplicato di guarirla la chiama “figlioletta”, ma Tu la prendi per mano, la tratti da grande e aiuti quel papà a vederla per quello che è: una ragazza che sta crescendo e che sta diventando donna.

Credo, Gesù, che dovresti parlare anche con i miei genitori e con mamma e papà delle mie amiche. Per loro noi siamo sempre “piccole”.“Non è di te che non mi fido – ripetono in continuazione

– è degli altri”.

Grazie Gesù perché sento che Tu hai tanta fiducia in me e perché mi tratti da grande. Gesù dillo anche a me (e ai miei genitori) quel Talità Kum che hai detto alla ragazza del Vangelo.

XII DOMENICA PER ANNUM B e preghiera dei bambini

XII DOMENICA  PER ANNUM B  e preghiera dei bambini

«In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all'altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».  Marco 4, 35-41

Quando san Marco annota che: “Venuta la sera, Gesù disse loro: «Passiamo all'altra riva»”, è indubbio che non descriva soltanto un movimento geografico sull’acqua, da una sponda all’altra del lago di Tiberiade. Profondo conoscitore del cuore umano. L’evangelista utilizza una espressione dai significati inesauribili per infondere, nel suo lettore, il coraggio non solo a spostarsi, ma anche a “passare” – quando il tempo lo esige, lo chiede ed è maturo – da una condizione all’altra. Proviamo a prendere in esame alcuni di questi passaggi “all’altra riva”.
1.  Come non pensare, grazie a questa inesauribile espressione, alle diverse stagioni della vita che ci chiedono, continuamente, di “passare” con libertà e determinazione da un ciclo dell’esistenza all’altro. Sapendo – tra l’altro – che rifiutarsi di realizzare questi “passaggi”, ferma, blocca e paralizza il crescere e il convivere. Quanti sono coloro che in teoria e carta d’identità alla mano figurano tra gli adulti, ma in realtà sono rimasti alla fase adolescenziale o, peggio ancora, a quella infantile. Si tratta di giovani adulti che non sanno assumersi le responsabilità del vivere maturo; che inseguono il divertirsi e il tempo libero come valori assoluti perché incapaci di progettare la loro vita nel senso alto e profondo del termine. Masse di donne uomini non maturati che, nel nostro ricco Occidente, testimoniano la crisi dell’educare e della famiglia in cui siamo immersi. A questi giovani adulti Gesù dice con forza e libertà: “Non abbiate paura di passare all’altra riva, a quella della vita pienamente adulta. Ne vale la pena.”. Ed è un messaggio che suona come buona e liberante notizia.
2.  Penso però anche ai oltre 127.000 italiani che, in questa drammatica pandemia, ci hanno lasciato e abbiamo “non-visto!” morire da soli, in ospedali che hanno disumanizzato il morire e che hanno impedito di dare la mano a chi stava passando “all’altra riva” (sono 1.134.000 i morti per covid in Europa e quasi 4 milioni nel mondo). Mamme, papà, nonni, zii, fratelli, sorelle, ma anche amici e/o figli che sono morti fuori casa, da soli e ai quali non si è potuto quasi mai accompagnarli nemmeno in un rito comunitario incaricato di aiutare la comunità tutta a rielaborare il lutto. Anche a loro Gesù risorto ha teso la mano e ha dato aiuto concreto per sostenerli in quel pezzo di tragitto in Sua compagnia. Forse è anche questo ciò che la pandemia ci ha insegnato: a non abbandonare chi muore; a parlare bene con chi ci è vicino prima che sia troppo tardi (quante persone ai funerali mi denunciano il rammarico di non aver detto “ti voglio bene” alla persona cara prima del congedo!) e a tendere la mano a chi sta per affrontare il vero viaggio della vita.
3.  Ma non possiamo dimenticare chi il passaggio da una sponda all’altra del mare lo compie realmente e non solo come metafora. Si tratta dei nostri migranti che ci siamo quasi abituati a vedere su barchi stracariche di materiale umano (e con sempre più bambini senza genitori) che dal nord Africa tentano di arrivare sulle spiagge, sponde e rive della nostra ricca, ma vecchia Europa per sfuggire alla fame, a miserie di ogni tipo e alle troppe guerre che le nostre armi alimentano nei loro Paesi. Sono impauriti come i discepoli sulla barca travolta dalla tempesta di cui parla l’evangelista. Papa Francesco anche domenica scorsa ci ha spronato a non rassegnarci a quanto vediamo ogni giorno: “Questo pomeriggio si svolgerà ad Augusta, in Sicilia, la cerimonia di accoglienza del relitto della barca naufragata il 12 aprile 2015. Questo simbolo di tante tragedie nel Mediterraneo continui a interpellare la coscienza di tutti e favorisca la crescita di una umanità più solidale che abbatta il muro dell’indifferenza. Pensiamo che il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell'Europa.”. E ci invita a non dimenticare che su quelle fragili imbarcazioni che si avventurano dalle sponde dell’Africa alla riva dell’Europa non c’è soltanto disperazione e terrore, ma anche speranza, voglia di giustizia, di libertà e tanta umanità in compagnia del Gesù risorto che sembra dormire, ma che sorregge loro per chiedere a tutti noi di tendere la mano perché quel viaggio non conduca alla morte, ma alla vita.
Quattro parole – “passiamo all’altra riva” – che Gesù ripete anche a noi. Per migliorare la nostra vita e per renderla sotto il segno dell’amore e della speranza (e non alle prese con egoismo, indifferenza e morte). Un grande augurio di vita e una benedizione di cui abbiamo sempre più bisogno.  
Buona domenica. E auguri cordiali di buona estate (che inizia in queste ore) a tutti.

 

                       Preghiera dei bambini

                                   Caro Gesù,

               il racconto della barca in mezzo alla tempesta con i tuoi discepoli terrorizzati e con Te che dormi mi ha fatto pensare alle barche degli immigrati. Quelle che ogni sera vediamo al telegiornale e che sono stracariche di persone che sperano di trovare lavoro e dignità nel nostro Paese.

Mio nonno dice sempre che una volta eravamo noi italiani che prendevamo la nave per andare a lavorare in America.

Oggi le barche partono dall’Africa e cercano futuro da noi, in Europa. 

Gesù perché ogni volta che delle persone povere provano a “passare all’altra riva”, c’è sempre qualcuno che protesta?

Gesù, Ti prego per tutti coloro che attraversano il mare Mediterraneo con barche mezze rotte.

Dillo anche al “nostro” mare: “Taci, calmati!”.

E ripetilo chi non riesce a vedere nel migrante un fratello.

                      Aiutaci, Gesù, a tendere la mano a chi arriva dall’altra riva.  

XI DOMENICA ANNO B con preghiera dei bambini

XI DOMENICA ANNO B  con preghiera dei bambini

[In quel tempo, Gesù] diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
  Marco  4, 26-34

Quando san Marco compone questo racconto sono passati tre o forse quattro decenni dal mattino di Pasqua. I discepoli che hanno deciso di seguire Gesù risorto sono stanchi e messi a dura prova dalle persecuzioni. Alcuni di loro si stanno scoraggiando. Altri hanno già deciso di tornare indietro, ma per tutti le oggettive difficoltà che vivono sono fonte e premessa di sfiducia (“Ma che senso ha resistere e perseverare nella fede? Ma perché vince sempre il male? Ci eravamo illusi che bene e vita potessero essere le ultime parole, in realtà non cambia mia nulla: violenza, soprusi e ingiustizie sembrano vincere sempre.”).

San Marco conosce molto bene questi loro stati d’animo. E per consegnare loro una forte promessa di speranza presenta il Regno di Dio (annunciato e inaugurato da Gesù) con l’immagine del seminatore che con il gesto largo e generoso del “gettare” il seme su qualsiasi terreno diffonde e “consegna” la Parola di Dio senza stancarsi mai.

Il messaggio è forte e intenso: seminare la Parola di Dio è impegno continuo e faticoso, ma il crescere di quel seme non è affidato al contadino che lo lancia. La Parola di Dio cresce con una sua forte e decisa autonomia. Al di là di qualsiasi sforzo del seminatore. È vero: dopo la semina tutto tace; non si vede nessun risultato ed in quel silenzio che sembra annunciare la morte del proprio lavoro, è normale scoraggiarsi.

In realtà, dice san Marco, si tratta di un inganno ottico. Al di là delle apparenze, il seme cresce, germoglia e si prepara a donare – a chi ha la forza di perseverare nell’attesa – raccolti abbondanti (“Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce”).

DOMANDE PER LA NOSTRA ATTUALITÀ. Ma non siamo anche noi in questo scenario? È vero: la pandemia sta rallentando e abbiamo ripreso quasi tutte le nostre precedenti libertà, ma le nostre comunità cristiane e le nostre famiglie restano scosse dai lutti, dalle fatiche, dalla perdita di lavoro di molti di noi e dalla difficoltà di arrivare a fine mese che, purtroppo, caratterizza molte nostre case. Incidenti sul lavoro, tragedie nei trasporti, violenze e disonestà continuano ad affiancare le nostre settimane e non poche volte abbiamo l’impressione che tanto nostro impegno sia inutile. Catechisti, animatori, educatori, laici impegnati nelle comunità cristiane, ma anche suore o noi preti: tanto impegno, tanta fatica, ma – di fatto – sono sempre meno coloro che si accorgono del nostro “seminare”. “Dove stiamo sbagliando?”, cominciano a domandarsi in molti. Perché non vediamo i risultati che vorremmo vedere?

Ma lo stesso lo potremmo dire anche per i non credenti o i non praticanti. Alla luce dei continui e troppi scandali che emergono giorno dopo giorno, ha ancora senso credere nell’onestà, nella giustizia, nel “pagare le tasse” o nella solidarietà generosa e gratuita per aiutare i più disperati? Se quasi tutti fanno i furbi e pensano solo al loro “profitto” – ecco la domanda insidiosa che serpeggia in noi – devo “salvarlo” io il mondo?

San Marco non ha dubbi. Il bene vince sul male. L’onestà, la giustizia e la solidarietà sono più forti di qualsiasi ingiustizia, violenza o egoismo. A noi non è chiesto di spingere il seme che cresce (“non tirare l’erba che cresce” recita un saggio proverbio). A noi il buon Dio domanda di ascoltare la Sua Parola e di “allargare le braccia” per lanciarla nel mondo (sul terreno) con la testimonianza di un vivere per gli altri. Tutto il resto lo fa Lui.

Buona domenica. E auguri cordiali di buon onomastico a chi porta il nome di sant’Antonio.

 Preghiera dei bambini

 CARO GESU'

             oggi a messa sono riuscito ad ascoltare anche la prima lettura.

Parlava di Dio che prende un ramoscello dalla cima di un cedro e che lo pianta sull’alto monte di Israele per farlo diventare un albero grandissimo e magnifico (dove tutti i passerotti trovano riposo, ombra e fresco).

Tutto è grande in questo racconto.  Tu, però, hai cambiato schema. E al posto del cedro magnifico e del grande monte, hai fatto riferimento all’orto di casa! Per dirci che Tu fai crescere il Tuo amore là dove noi viviamo.

Gesù Tu parli sempre in modo semplice e usi gli esempi e i luoghi della vita di tutti i giorni per farci capire che ci vuoi bene e che ci sei vicino.

Grazie Gesù per questo anno scolastico appena finito. E grazie perché la Tua Parola cresce dentro di noi (quando siamo svegli, ma anche quando dormiamo).