Preghiere poesie

papa Francesco, Angelus del 7.11

"Guardarsi dagli ipocriti, cioè stare attenti a non basare la vita sul culto dell’apparenza, dell’esteriorità, sulla cura esagerata della propria immagine. E, soprattutto, stare attenti a non piegare la fede ai nostri interessi. Quegli scribi coprivano, con il nome di Dio, la propria vanagloria e, ancora peggio, usavano la religione per curare i loro affari, abusando della loro autorità e sfruttando i poveri. Qui vediamo quell’atteggiamento così brutto che anche oggi vediamo in tanti posti, in tanti luoghi, il clericalismo, questo essere sopra gli umili, sfruttarli, “bastonarli”, sentirsi perfetti. Questo è il male del clericalismo. È un monito per ogni tempo e per tutti, Chiesa e società: mai approfittare del proprio ruolo per schiacciare gli altri, mai guadagnare sulla pelle dei più deboli!".

                     papa Francesco, Angelus del 7.11.2021

XXXII DOMENICA ANNO B

XXXII DOMENICA  ANNO B  con preghiera dei piccoli

 

Marco 12, 38-44

«Diceva loro nel suo insegnamento: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa”.

41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: “In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”».

 

La prima domenica di novembre 2021 “cade” tra il G20 che si è tenuto a Roma nello scorso week end e la conferenza Onu sul clima Cop 26 in corso a Glasgow. Due eventi straordinari che sul piano delle dichiarazioni di principio e di alcune scelte importanti si stanno rivelando non solo strategiche e utile, ma anche, vista l’urgenza climatica che stiamo attraversando, quasi un salvacondotto per il prossimo futuro.

Fissando sugli schermi dei nostri televisori questi grandi summit (tanto nei momenti più solenni come in quelli più informali) mi sono più volte domandato: chissà cosa avrebbe notato Gesù con il suo sguardo acuto e capace di oltrepassare la superficie dei fatti.

Perché è questo ciò che ci comunica oggi il Vangelo di Marco: con il Suo sguardo, Gesù non coglie e non fissa chi fa di tutto per essere visto, ammirato e lodato. Gesù prende le distanze dalle fragili ambizioni di chi insegue “i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti”. Lui, Maestro e profondo conoscitore di umanità, scorge – anche tra la folla – una povera vedova che getta nel tesoro del Tempio tutto ciò che aveva per vivere.

Il che significa, seguendo lo stile narrativo di san Marco, che – da una parte – Gesù scruta i cuori e ci “legge” dentro perché è davvero la presenza di Dio in mezzo a noi (solo Dio conosce i nostri cuori e “vede” anche le nostre intenzioni). Dall’altra – però – san Marco ci conferma che per quanto male vada il mondo e per quanto numerosi siano gli ambiziosi che inseguono il potere per fame e sete di prestigio, c’è e ci sarà sempre qualcuno che sa spingere la sua vita sul crinale del dono non solo di tutto ciò che ha, ma anche di se stesso. E sono e saranno sempre questi stili di vita a salvare il mondo.

Forse qualcuno, nella comunità a cui si rivolge san Marco, si lamentava e denunciava l’inutilità di tante riunioni, di tante dichiarazioni di principio, di tante preghiere alzate al cielo e forse intrise di “bla, bla bla” come direbbe Greta Tumberg, la ragazzina svedese che ha dettato l’agenda delle repliche ai leader del mondo. E a chi si ritrova a rischio di pessimismo e di rassegnazione, l’evangelista ricorda che il mondo non verrà mai salvato solo dai potenti, ma – prima di loro e con maggior forza e consistenza – dai tanti “piccoli” che in modo anonimo, costante, quotidiano e senza mai fare rumore danno tutto ciò che hanno e tutto ciò che sono per rendere più bello questo nostro povero ma affascinante mondo (pur sempre abitato anche dalla grazia a dalla bontà di Dio).

Secondo molti studiosi, con questo racconto posto pochi versetti prima della condanna a morte di Gesù, l’evangelista ci vuole presentare il testamento di Gesù. Il quale per parlare di quanto sta per accadergli si identifica con l’agire di una povera vedova (di cui non conosciamo il nome e che certamente non era al seguito del Rabbi di Nazaret) che consegna tutto quello che aveva. Proprio come sta per fare Gesù. Il lettore è avvisato. Gesù non fissa gli eventi della storia con lo sguardo pettegolo di chi vuole giudicare, fare confronti o – peggio ancora – condannare. Gesù guarda il nostro cuore per liberare le nostre intenzioni e per renderci – finalmente – capaci di dare tutto ciò che abbiamo, ma soprattutto tutto ciò che siamo.

Il mondo, la temperatura del pianeta, l’ambiente e le ingiustizie che costringono la maggioranza del globo a stare nella miseria, non verranno spazzate via solo dalle decisioni politiche. Ben vengano incontri e conferenze come quelli in cui siamo immersi. Positivo poi se alle dichiarazioni dei grandi seduti a questi tavoli seguono anche i fatti. Nessuno si illuda, però, che bastino questi “summit” per rendere migliore il “nostro” mondo. Come Gesù e camminando al suo seguito, anche noi dobbiamo capire – una volta per tutte – che “solo” nel coraggio di dare tutto ciò che si ha e tutto ciò che si è si entra nella vita vera che non ha più fine. La vedova lo ha capito: per scrollarsi di dosso l’ombra della morte che la insegue, la sola reazione possibile è data dal donare tutto se stessa ai più poveri. Un gran bel messaggio: positivo e carico di speranza. Buona domenica a tutti e a ciascuno.

  

 

 

                                                                 Preghiera dei piccoli                                          

 

Caro Gesù,

         voglio chiedere a mio papà – che è un ottico – se esistono degli occhiali che aiutano non solo gli occhi, ma anche il cuore a vedere ciò che è invisibile alla vista.

Anche perché le cose che mi piacciono e che voglio comperare o farmi regalare le vedo sempre.

Quando però dovrei vedere chi ha bisogno di me, chi sta male o che cosa posso donare per fare stare bene un altro, in quel caso a volte divento miope, altre volte distratto e alla fine non vedo chi bussa al mio cuore.

Gesù insegnami a guardare con gli occhi del cuore, con o senza occhiali.

Aiutami, Gesù, a diventare “grande” come quella povera vedova che solo Tu hai notato nel Tempio mentre donava tutto quello che aveva.

E grazie Gesù perché domenica dopo domenica cambi il mio modo di vedere e rendi bella la mia vita.

XXVII DOMENICA ANNO B

XXVII DOMENICA  ANNO B   con preghiera dei piccoli    

 Marco 10, 2-16

«Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. 3Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. 4Dissero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. 5Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; 7per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie 8e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. 9Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. 10A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11E disse loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; 12e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”. 13Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”. 16E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro».

 

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie.”. Per gli innamorati alle prese con un progetto di vita si tratta di un insegnamento di Gesù tra i più amati. Quando però la vita a due si incrina, quella stessa espressione viene rimossa e ridimensionata. Ma questa prima riflessione serve per dirci che il Vangelo non è una raccolta di frasi ad effetto da usare per celebrare momenti diversi della propria vita. Il Vangelo di Gesù è Parola che nutre, promessa che salva, Pane che sazia ed è soprattutto la certezza che il Signore Gesù è vivo e presente nella nostra vita. Perché solo “questo” Gesù ci rende capaci di amare come Lui ha amato noi. Il progetto di Dio, ci dice questa pagina di Vangelo, definisce il matrimonio come un Suo dono per aiutare la donna e l’uomo ad uscire dalla solitudine dell’io. Il dramma dell’amore è però questo: se Gesù non ci insegna ad amare (e l’una o l’altro ripiegano sul “prendere” anziché sul “donare”) la coppia entra in quella “solitudine a due” che a volte è persino peggiore dell’essere senza partner.

Conosciamo tutti la fatica che genera una coppia “scoppiata”: distanze, silenzi, musi, omissioni, ripicche, infedeltà…; quanto dolore e quanta sofferenza si deposita su chi, quasi senza accorgersene, si è ritrovato a vivere come estranei nella stessa casa.

Ma è su quel “quasi senza accorgersene” che dobbiamo fermare l’attenzione. La distanza in casa – nella coppia – non nasce all’improvviso. Ci si dà per scontati; si perde la capacità di lodare e di ringraziare Dio per la bellezza della vita insieme; si corre per tutto, ma si perde la capacità di stare con l’altro senza correre (non ci si regale più del tempo libero e vuoto da tanti impegni) e non ci si porta più – insieme – all’ascolta della sola Parola che tiene in piedi.

So che nel tempo della tecnica e dei computer è quasi proibito dirlo, ma se la coppia non prega qualche volta insieme e non mette al “suo” centro quel Signore Gesù che insegna la vera forma di amore, prima o poi al “centro” della coppia ci sarà dell’altro: lavoro, carriere, denaro, mutui, seconda casa, ambizioni per i figli, etc. Nessuna di queste realtà, però, ha la forza di tenere in piedi l’amore di coppia. Imparare a fare qualche preghiera insieme è difficile (ed è per questo che è stata inventata la preghiera comunitaria), ma lontani da questi orizzonti è abbastanza facile perdersi, come coppia.

Lo stesso dicasi per quella necessaria attenzione ai poveri nel segno della giustizia e dell’amore (ben diversa dalla pietosa assistenza). Il Vangelo di Luca lo dice bene: Lazzaro (che vuol dire “Dio aiuta”) è l’“aiuto” che Dio dona a chi è chiuso nel suo egoismo per aprirlo alla grammatica dell’amore. Chi vicino al “noi” della coppia sta male, non è un “inciampo” alla loro intimità, ma l’aiuto che Dio offre loro perché non si allontanino e perché, uscendo da sé stessi, realmente si ritrovino. Forse ha davvero ragione Manzoni quando, nei suoi Promessi Sposi, permette a Renzo e a Lucia di ritrovarsi dopo le infinite peripezie che tutti conosciamo. Il messaggio che Fra Cristoforo consegna ai due innamorati è un vero e proprio progetto di vita a due: “Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero di dovervi un giorno lasciare, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che vi ha condotto al matrimonio non per mezzo di allegrie turbolente e passeggere, ma cò travagli e tra le miserie umane, per disporvi a una gioia raccolta e tranquilla.” (Promessi Sposi cap. 36). Educato dalla Parola di Dio Manzoni sa molto bene che non ci sposa per stare bene “da soli” (con il rischio di entrare in quella brutta “solitudine a due”), ma per imparare ad attraversare insieme (e con il Signore Gesù) il viaggio della vita con tutte le gioie e le fatiche che questo procedere “a due” comporta.

In Principio non era così, si dice tante volte. Ma quel Principio non si riferisce solo alla fase iniziale della vita di coppia (quando, come molti ripetono, “ci siamo messi insieme carichi di entusiasmo”). Il Principio di cui parla Gesù è la Sua Parola e la Sua Presenza (anche nei poveri che ci sono vicini): i due pilastri che sorreggono la coppia e che la fanno funzionare e andare avanti.

Buona domenica.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

               anche domenica scorsa hai detto ai tuoi discepoli “non glielo impedite”.

Oggi lo dici a chi vorrebbe allontanare i bambini da Te.

Ero tentato, appena finita la lettura del Vangelo, di gridare “Bravo Gesù!”. Poi, considerato che ero in chiesa, mi sono frenato.

Non si può passare la vita a proibire.

“Proibito giocare nel cortile del condominio” c’è scritto nel mio palazzo! Anche a scuola: “proibito uscire da soli”. “Proibito correre in corridoio”. Proibito questo, proibito quello. Così facendo, però, nessuno ci insegna che cosa dobbiamo fare per imparare ad amare.

Grazie Gesù perché Ti fidi di me e perché anziché fare il controllore hai scelto di stare “con noi” anche se bambini.

 

P.S. “Proibito abbandonare i migranti sulle barche a rischio di morire in mare”: forse è questo l’unico “proibito” giusto che oggi, 3 ottobre - Giornata nazionale in memoria delle Vittime dell'immigrazione, dobbiamo dire.

XXVI DOMENICA ANNO B

XXVI DOMENICA  ANNO B con preghiera dei piccoli

  Marco 9, 38-48

 

«Giovanni gli disse: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri”. 39Ma Gesù disse: “Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. 40Chi non è contro di noi è per noi. 41Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa.

42Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. 43Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. [44]. 45Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. [46]. 47Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, 48dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. 49Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. 50Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri”».

 

Ciò che Giovanni dice a Gesù è traslucido di invidia e di ambizione. Tradotto nel nostro linguaggio la sua affermazione suona così: «noi discepoli, caro Gesù, siamo i tuoi più stretti collaboratori e dovremmo essere quelli che – dopo di Te – hanno più potere e comandano su tutti. Quel tipo che si è preso la briga di scacciare i demoni (dunque di fare del bene e di farlo nel Tuo nome) senza chiederci nessun permesso, senza nessun gesto di sottomissione a noi (che siamo i suoi capi) e senza seguire noi, va fermato. Ed è per questo che noi gli abbiamo impedito di aiutare chi sta male».

Visualizzato così fa persino impressione. Non importa se quel “tale” fa del bene e se il suo agire toglie malessere e fa stare bene qualcuno. Ciò che conta è “che “non segue noi”; ed è per questo che volevamo impedirgli di fare il bene”.

Il cuore umano è fatto così: si lascia corrodere dall’invidia, dall’ambizione, dallo sguardo storto generato dall’egoismo e da una voglia così forte e intensa di portarsi sopra gli altri da calpestare tutto, tutti e persino se stessi. Per questo Gesù chiede ai suoi discepoli di stare “dietro a Lui”: perché solo nel seguire Lui, Maestro di vita, ognuno di noi tiene a bada le sue spinte egoistiche e resta nel solco dell’amore, del servizio e della libertà. Ma dentro questa gran bella lezione di vita, Gesù ci consegna anche un preciso modo di gerarchizzare i criteri del vivere.

Chi segue l’istinto è portato a diventare buono con se stesso e – allo stesso tempo – molto severo verso tutti gli altri.

Chi segue Gesù impara la difficile arte del diventare severo con se stesso e buono verso gli altri. Ed è esattamente questa la Buona Notizia che oggi ci viene consegnata: il Vangelo del Signore Gesù ha la forza di fermare in noi lo sguardo storto dell’invidia e dell’egoismo. Seguire Gesù è movimento che libera il nostro cuore dalla severità contro gli altri per incamminarci sulla strada della bontà che ci rende non solo buoni, ma anche veri e liberi. E solo Dio sa quanto sia forte il bisogno di costruire bontà e verità nelle nostre case, comunità e famiglie. Tutte le volte che si inverte questo ordine (e si applica la severità sugli altre e non su di sé), si costruiscono quelle dolorose divisioni generate da pettegolezzi, giudizi affrettati, calunnie e maldicenze che tutti conosciamo e che avvelenano la vita di tutti.

La severità su di sé, anche questo va detto, non è mai “contro” se stessi, ma sempre al servizio del proprio stare bene. Su questo punto Gesù è chiarissimo: tanto il tagliare mano o piede quanto il gettare via il proprio occhio se è motivo di scandalo, è discorso figurato per ricordarci che l’essenziale è non fare entrare in noi la decisione di portarsi contro l’altro. Perché queta è l’invidia, come dicono gli specialisti: “un’infelice affermazione di sé” che avvelena il cuore di chi invidia e dell’invidiato. Questo è l’egoismo: una chiusura in se stessi che allontana dalla gioia dell’amare. Gesù chiede, a chi lo segue, di accogliere la forza che Lui dona per cambiare in modo radicale e determinato stile di vita.

Sei depresso? Non usare solo lo shopping per provare a tirarti su; ogni tanto (almeno una volta ogni due) entra in una chiesa; vivi un momento di raccoglimento e prova a “sostare” su una pagina di Vangelo. Vedrai che ti aiuta a guardare la vita in modo meno cupo.

Sei in difficoltà economica? Non ti affidare al gioco d’azzardo o alle slot machine. “Getta il tuo pane sulle acque” dice il libro del Qoelet (11,1), “perché lo ritroverai! Prenditi qualche momento di servizio; prenditi cura di chi sta peggio di te e forse – con lui – ritrovi un po’ di equilibrio in bilanci familiari che non giustificano ansie o disperazioni.

Sei arrabbiato con tutti? Fermati. Lascia che la Parola di Gesù (il Suo Vangelo) ti cambi sguardo. Impara a giustificare l’altro (non sempre te stesso): ti troverai con il desiderio di stare di più con te stesso, con il Signore Gesù e con chi vive accanto a te.

Buona domenica e buona Giornata del Migrante.

 

 

                                                          Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                   non so perché, ma appena letto questo Vangelo ho pensato a Te che chiedi ai Tuoi discepoli di “gettare la rete dalla parte destra della barca” (Gv. 21,6). Mi sono sempre chiesto perché hai precisato il lato dal quale calare le reti.

Oggi però mi sono dato la risposta: per insegnarci a non guardare mai le persone dalla parte sbagliata, dalla sola parte dei difetti.

Tu lo sai: siamo tutti molto bravi a vedere negli altri le parti che non vanno, le cose che non funzionano.

Per stare bene, però, dobbiamo imparare a guardare gli amici dalla parte bella e buona. 

Solo così diventiamo buoni anche noi.

Grazie Gesù perché oggi mi cambi lo sguardo e mi dici che anch’io posso sradicare dal mio cuore i semi del male.

E grazie perché Tu mi guardi sempre dalla parte positiva.

Sei forte Gesù.

XXV DOMENICA ANNO B

XXV DOMENICA  ANNO B con preghiera dei piccoli

Marco 9, 30-37

 «Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. 33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti”. 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37”Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”».

 

La voglia di vincere, di primeggiare, di “contare” e di essere considerato “il più grande” è così fortemente radicata nel cuore umano, che non basta “ascoltare” qualche pagina di Vangelo per sradicarla dalla propria mente e dal proprio stile di vita.

Per questo Gesù “non voleva che alcuno lo sapesse” (del suo arrivo in Galilea): perché quasi tutti lo cercano per la fama che sta raggiungendo, per vederlo da vicino e perché ognuno spera che la sua autorità gli possa dare un po’ di prestigio e recare qualche vantaggio personale. Anche i “suoi” sono caduti nella trappola del voler sfruttare Gesù per “contare di più”. Lo ascoltano, lo assecondano e lo seguono nel suo spostarsi, ma quando pensano che Lui sia distante o distratto discutono tra loro “su chi è il più grande” e – dunque – su chi avrà, nel nuovo Regno, più prestigio e più potere.

Gesù conosce il loro cuore e non ha bisogno di “sentire” tutti i loro discorsi per prendere coscienza che sono alle prese con le ambizioni che avvelenano la vita. E si noti la finezza: Gesù si siede (come un vero Maestro) e riprende il suo insegnare senza scoraggiarsi. Per spiegare loro che la gioia del vivere non è data dall’avere tante cose o dal guadagnare tanto, ma dal servire chi è al fondo della fila e dall’aprirsi con generosità e coraggio alla solidarietà e alla giustizia che si completa nell’amore.

Ho ancora in mente il colloquio avuto ai primi di luglio con un giovane alle prese con fine della sua scuola superiore. Voleva da me un consiglio circa gli studi universitari. Era lucido su che non voleva “studiare” (materie troppo legate all’area scientifica), ma non sapeva verso quale piano di studi indirizzarsi. “Che cosa ti consigliano i tuoi genitori?”, ho prudenzialmente domandato. E la sua risposta è stata un po’ spenta: “Loro non sono in grado di aiutarmi. Dicono che mi pagano le tasse universitarie, ma per il resto devo decidere io; Ma poi hanno aggiunto: “Cerca però un indirizzo che ti dia subito possibilità di lavorare e di guadagnare tanto”. So molto bene che siamo nel pieno della norma educativa che viene offerta – ai nostri giovani – dalla media delle nostre famiglie. Nonostante lo sappia, però, continuo a restare spiazzato da questi ragionamenti. Anche perché so molto bene che “studiare” solo per cercare lavoro e per guadagnare tanto non “riempie” la vita.

Lo studio serve per allargare cuore e mente e per imparare ad amare di più, meglio e con più competenza. L’Università è scuola che aumenta le “conoscenze” personali, ma per consegnare, a chi studia nelle sue aule, l’identità di un cittadino residente nella “casa comune universale”. Decisamente più ampia del piccolo “io” del singolo studente (proprio come dice la parola: Università è scuola che immette nell’universalità dell’essere umano).

Avrei voluto dire a quel ragazzo che si studia non per guadagnare tanto, ma per fare bene un servizio grande a chi nel bisogno. Medico, ingegnere, economista, docente, architetto o avvocato sono titoli connotati dalla forte dimensione del servizio a chi ha bisogno di cure, di sicurezza abitativa o stradale, di servizi contabili, di docenti competenti e autorevoli, di legalità capace di difendere il debole. E chi svolge bene questi “servizi” entra nella gioia.

Il Vangelo di questa domenica ci restituisce il coraggio di insegnare ai nostri giovani la vera strada della libertà e della felicità. Abbiamo perso la forza di dire queste cose (e forse non le pensiamo più nemmeno noi adulti) e sperimentiamo delle forme di pudore a proporre, a chi cresce, l’attenzione a chi è al fondo della fila. Il “prima i nostri” è entrato anche nelle nostre case e – per i nostri figli – diventa quasi il solo programma che si segue.

Gesù è però chiaro. Portare gli ultimi al centro della vita significa uscire dalla propria autoreferenzialità; capire che la verità dei nostri giorni si trova fissando il più piccolo e non se stessi (e i propri sogni di gloria) e – soprattutto – vuole dire iniziare quel cammino di leggerezza e di libertà interiore che solo i bambini sperimentano. Per questo Gesù ha proposto il “bambino” da accogliere come modello di vita. Perché in quel preciso crocevia si trova la gioia che sempre cerchiamo. Avrei voluto domandare, al mio giovane interlocutore: “C’è qualcuno che ti ricorda la vita (vera) va oltre il denaro, il sesso e la carriera attraversata per se stessi o il sogno di diventare famoso?”.

Forse l’ho anche fatto. Ma sono abbastanza certo che una “voce” non basta a convincere chi cresce a vivere bene questa scadenza. Ci vuole tutto un “villaggio” per convincere un giovane a orientare la vita nella giusta direzione. Buona settimana.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                  è appena iniziata la scuola e in classe abbiamo già litigato. E sai perché? Per i posti che la maestra ci ha dato.

Ognuno di noi voleva il posto vicino alla cattedra. E così lei ha deciso che per adesso quel banco resta vuoto. Lo darà a turno a chi ne ha più bisogno.

A Messa quando ho ascoltato che i tuoi discepoli “discutono in strada su chi è il più grande” ho pensato alla mia classe.

Mi sono detto: sono come noi (oppure noi siamo come loro).

Gesù non so perché vogliamo tutti sempre comandare, essere i primi o i più importanti.

Gesù, aiutami a capire che “Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti”.

Anche Tu sei Maestro, Gesù.

Insegnaci a capire e a vivere come Tu ci hai detto.

E aiuta anche la nostra maestra.

Grazie, Gesù.

 

XXIV DOMENICA ANNO B

 XXIV DOMENICA  ANNO B con preghiera dei  piccoli

Marco 8, 27-35

 «Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». 28Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». 29Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.

31E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».34Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» .

 

La differenza tra l’adolescente è l’adulto è tutta qui: per chi esce dall’infanzia la vita si esaurisce nell’io. Tutto ruota attorno al suo prepotente bisogno di capire chi è, dove vuole andare e chi vuole diventare. L’adulto ha definitivamente compreso che l’Io è definito dal Tu, dall’altro con cui ti relazioni, dal quale dipendi e verso il quale devi chinarti per amarlo e per servirlo. L’adolescente dice Io e “grida” i suoi “Si” e i suoi “No” in base ai suoi vissuti individuali e sul fondamento della sua libertà pensata e concepita solo per sé. L’adulto dice “Noi” e “vive” (più che dire!) i suoi “Si” e i suoi “No” in base al bisogno degli altri: per evitare loro sofferenze, fatiche e difficoltà.

Alla luce di questa griglia dobbiamo ammettere che sono ancora tanti, tra gli adulti a livello anagrafico, quelli che sono rimasti adolescenti.

Ma vorrei essere chiaro: lo schema non è mio. È il Signore Gesù che alle prese con la preparazione umana dei discepoli si accorge che deve pungolarli per farli uscire dalla logica dell’Io e dei vissuti adolescenziali per aiutarli ad entrare nella terra della maturità e della vita adulta. E per fare questo li inchioda alla madre di tutte le domande: “Ma voi chi dite che io sia?”. Solo se si risponde a questa domanda e se ci si pone davanti a questo quesito con libertà e schiettezza, si inizia ad uscire da se stessi e si intraprende il cammino della vera libertà. L’adolescente vuole capire (giustamente) chi sono io. L’adulto deve definire chi è l’altro per lui; deve decidere come riconoscerlo, se sfruttarlo o servirlo; se usarlo per sé o se accompagnarlo per aiutarlo a ritrovare frammenti di speranza. Gesù sa molto bene che fuori da questo sentiero nessuno di noi matura e cresce. Ecco perché pone la domanda in modo forte e chiaro: per obbligare chi lo ascolta e chi lo segue a fermarsi e a confrontarsi con la Sua figura che diventa la cifra di ogni altro.

Ma si noti il particolare interessante. I discepoli balbettano risposte poco precise. Non sono ancora riusciti a mettere a fuoco la questione. Si sono ritrovati un compito, delle responsabilità che hanno quasi sicuramente visto e interpretato anche come potere. Essere protagonisti di un nuovo Regno che dovrebbe iniziare tra poco, non è poi così male, avranno pensato. Gesù intercetta i loro tentennamenti. Capisce le loro fragilità. E pone la domanda perché ascoltino la Sua voce, le Sue parole.

Gesù è Parola e sa molto bene che solo chi Lo ascolta è in grado di rispondere in modo giusto ai suoi quesiti. Ed è per questo che Pietro riesce a dire: “Tu sei il Cristo”. Perché la Parola di Gesù lo ha guidato sul sentiero della verità. Lui – Pietro – non ha ancora capito ciò che ha detto. Non è ancora convinto che “quel” Messia (quel Cristo) sarà vittorioso passando per la strada stretta del servizio, del dono di sé, della passione e della morte in croce. Grazie all’ascolto della Parola di Gesù ha proferito la risposta giusta, ma da adesso in poi lo Spirito dovrà portare nel cuore quelle parole per farle diventare vita.

È l’affascinante mistero della preghiera. Nel pregare autentico ognuno di noi è chiamato a confrontarsi con le parole di Gesù e con il suo vangelo. Quella parola ascoltata, letta, meditata e forse anche ripetuta lentamente (si pensi alla recita del rosario che è ripetizione di passi della Parola di Gesù) entra in noi e comincia a vivere dentro di noi. Cresce nel nostro cuore e – anche se non la comprendiamo fino in fondo – si fa strada in noi e cambia il nostro modo di pensare, di parlare, di agire e di fare. Come Pietro diciamo, a volte, formule (belle) che non capiamo fino in fondo, ma che ci guidano e che ci orientano fino a quando le comprendiamo realmente.

Siamo riusciti a liberarci dal precetto domenicale (dalla “messa” vissuta per obbligo) e non è detto che sia un male. Ma attenzione: nutrire corpo e cuore con la parola di Gesù non è un obbligo, ma una necessità per vivere. Senza un po’ di sana, solida e vera preghiera fatta di ascolto e di lettura del Vangelo, nessuno di noi vive bene e diventa adulto.

Sarà un caso, ma si prega sempre meno e l’adolescenza si protrae sempre più avanti.

Buona ripresa delle attività (scolastiche comprese).

                                                                           

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                  non capisco Pietro: risponde sempre per primo e anche bene alle tue domande.

Non appena però Tu spieghi a lui e ai suo i compagni che devi soffrire e che sarai rifiutato, lui si ribella, protesta, Ti porta in disparte e Ti “corregge” (!).

In pratica vuole fare il tuo “maestro”.

Gesù anch’io a volte sono come Pietro. E quando dico le preghiere spesso Ti spiego di che cosa ho bisogno e poi dico a Te che cosa devi fare!

Gesù non permettere che le mie parole coprano le Tue.

E se vedi che sbaglio, alza la voce, sgridami e insegnami a pensare come Te.

Resta però Tu il mio Maestro.

Gesù ti prego infine per i bambini dell’Afghanistan. Non riesco a cancellare dagli occhi le scene che ho visto al telegiornale (mamme che danno i loro bambini ai soldati per salvarli).

Gesù aiutaci ad aiutarli.

Angelus del 5 settembre 2021

 

 

"Sentiamo rivolta a noi oggi, come nel giorno del Battesimo, quella parola di Gesù: “Effatà, apriti”! Apriti le orecchie. Gesù, desidero aprirmi alla tua Parola; Gesù, aprirmi al tuo ascolto; Gesù, guarisci il mio cuore dalla chiusura, guarisci il mio cuore dalla fretta, guarisci il mio cuore dall’impazienza".

 

              papa Francesco, Angelus del 5 settembre 2021

XXIII DOMENICA ANNO B

XXIII DOMENICA  ANNO B con  preghiera dei piccoli

Marco 7, 31-37

 «Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”».

 

La strada che da Tiro porta al mare di Galilea procede verso sud. La città di Sidone è invece a Nord. Il che significa che lo spostarsi di Gesù è – dal punto di vista geografico – senza senso (come dire che da Milano, per raggiungere Bologna, “passò dalla Svizzera!”). Ed è la conferma che i movimenti di Gesù non sono dettati dalla priorità di percorrere la strada più corta, ma dal desiderio di raggiungere chi sta male anche se è lontano (e Sidone dista circa 40 Km. da Tiro). Ora è più chiaro che cosa vuole dire Papa Francesco quando parla di “chiesa in uscita”: un forte invito a diventare – come Gesù – una comunità cristiana che non aspetta nel proprio centro di culto le persone, ma che si sposta e che non ha paura- di fare più strada per andare a cercare chi sta male. Siamo stati male (tutti) quando abbiamo visto partire armi e soldati – da molte parti del mondo – con l’illusione del portare la democrazia in Afghanistan con lo strumento della guerra. Ma che bello sentire le testimonianze di piloti e di soldati che gioivano nell’andare in quella terra martoriata dai talebani per portare nel nostro Paese persone bisognose di aiuto, di futuro e di speranza.

Tra qualche anno saremo costretti non solo a costruire politiche dell’accoglienza verso i nostri immigrati, ma ad “andarli a cercare nel Sud del mondo” per sopperire alla nostra forte mancanza di manodopera (penso ai lavori stagionali in agricoltura quasi tutti, ormai, svolti da immigrati; alla mancanza di personale nel mondo della ristorazione, per non parlare di badanti e mondo dell’edilizia dove la “nostra” domanda supera l’offerta o al bisogno disperato di camionisti che ci sta mettendo in grossa difficoltà: ne mancano, solo in Italia, almeno 18.000). Il Vangelo ce lo fa capire in modo evidente: la libertà e la giustizia sociale che tutti cerchiamo è data dall’andare a cercare, non dal respingere o dal chiuderci nel nostro egoismo,

Ma torniamo alla nostra pagina di Vangelo.  Perché Gesù percorre, a piedi, circa 80 Km., tra andare e tornare da Sidone? Perché sa che in quella città c’è un sordomuto: una persona che non potendo ascoltare nessuna parola non ha mai imparato a parlare. Gesù è Parola ed è perciò sensibile al dramma umano del non sentire che rende incapaci di parlare. Cambia strada; si dirige verso Nord anche se la sua mèta è a Sud, dedica una settimana del suo tempo per aprire gli orecchi di chi è isolato dal mondo dei suoni e per sciogliere la sua lingua affinché impari a parlare correttamente. Chissà quale è stata la prima parola proferita da quel sordomuto! Se proviamo a identificarci con lui, è inevitabile: avrà detto, con la voce, ma anche con il cuore, grazie! E se così sono andate le cose (ma non può essere molto diverso), emerge in modo chiaro che l’incontro con Gesù non apre solo alla vita e alla guarigione, ma sprigiona anche – in ciascuno di noi – la capacità di dire bene dell’altro e di ringraziare. Forse è anche per questo che siamo tutti un po’ musoni, inclini al pessimismo e non troppo soddisfatti dal presente. Perché ci siamo disabituati all’ascolto della Parola di Gesù. Perché non ci accorgiamo più che Gesù cambia strada per venirci ad aprire gli orecchi. Ma lontani dalla sua Parola restiamo immersi nel vocabolario della “pretesa” o della “protesta”, ma ci ritroviamo orfani tra le parole della riconoscenza. Non sappiamo più dire grazie, non cogliamo più la vita come un dono che merita riconoscenza e abbiamo smarrito la forza di ringraziare.

Aveva ragione Padre Jean del Togo che, dopo essere stato due anni in mezzo a noi, ci ha comunicato, prima di tornare nella sua chiesa, che per i loro popoli è “dura” perché non hanno mai “sentito” la Parola di Gesù, ma per noi è “peggio” perché eravamo immersi nella saggezza del Vangelo, ma oggi l’abbiamo dimenticata e disimparata. Gesù che cambia strada per passare da casa nostra è guarire le nostre relazioni tra sordi (quante difficoltà ad ascoltarci reciprocamente sono presenti nelle nostre case, sul lavoro, nelle comunità, nella politica e anche nelle nostre chiese) è una gran bella notizia.

Buon inizio di settembre.

Preghiera dei piccoli

   Caro Gesù,

                  Enrico è il mio compagno di classe. Non è sordo. Però non parla. Nemmeno con sua mamma o suo papà. Con nessuno. Però si fa capire.

E quando è stanco o stufo si muove in modo agitato e così la maestra lo porta fuori, sulla sua carrozzina.

Ho pensato a Enrico quando ho sentito che Tu hai detto “Effatà” al sordomuto che volevano che Tu guarissi.

Avrei voglia di chiederti di guarire anche Enrico e di aiutarlo a parlare, a comunicare e a camminare bene.

Ti faccio però una preghiera al contrario: apri i nostri occhi e le nostre orecchie per imparare a vedere e a sentire chi, vicino a noi, sta male e ha bisogno di noi.

Sciogli la mia lingua, Gesù, e quando Enrico ha bisogno di aiuto fammi diventare la sua voce.

Dillo a me e a noi “Effatà”, Gesù.

Diventeremo tutti più buoni.

Angelus del 29 agosto 2021

"Per Gesù è importante riportare la fede al suo centro. Nel Vangelo lo vediamo continuamente: questo riportare la fede al centro. Ed evitare un rischio, che vale per quegli scribi come per noi: osservare formalità esterne mettendo in secondo piano il cuore della fede. Anche noi tante volte ci “trucchiamo” l’anima. La formalità esterna e non il cuore della fede: questo è un rischio. È il rischio di una religiosità dell’apparenza: apparire per bene fuori, trascurando di purificare il cuore. C’è sempre la tentazione di “sistemare Dio” con qualche devozione esteriore, ma Gesù non si accontenta di questo culto. Gesù non vuole esteriorità, vuole una fede che arrivi al cuore".

 

              papa Francesco, Angelus del 29 agosto 2021

XXII DOMENICA ANNO B

XXII DOMENICA  ANNO B  e preghiera dei piccoli

 

Marco 7,1-8.14-15.21-23

«Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3- i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, 5quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. 6Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
7Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.
14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro». 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo”».

 

La domanda è, per tutti noi occidentali, obbligata: “Ma davvero i talebani credono che impedire alle bambine di andare a scuola; proibire il lavoro alle donne; obbligarle a indossare il burka o frustare i ragazzi colpevoli di aver indossato i “jeans” , per fare solo qualche piccolo esempio, siano disposizioni date da Dio e che è chiesto ai responsabili del sacro di farle rispettare?”. Quanto sta accadendo in questi giorni in Afghanistan è semplicemente sconvolgente. Ed è una realtà che, per quanto ognuno di noi provi a documentarsi, lascia spiazzati, increduli e letteralmente disorientati.

Partiamo però dal dato religioso (anche se molti specialisti ci stanno dicendo che la vera posta in gioco in Afghanistan non è la difesa della legge coranica, ma gli interessi generati dal petrolio per arrivare all’oppio afghano che fornisce eroina e oppiacei al mondo intero). La dinamica è nota: qualcuno si sente proprietario di Dio e costruisce norme e leggi che poi presenta come volontà di Dio da imporre a tutto il popolo considerato comunità di sudditi da sorvegliare e da punire se trasgredisce quelle norme.

 Senza questa premessa non si capisce il duro affondo di Gesù contro i farisei e gli scribi “venuti da Gerusalemme”. A chi lo critica perché i suoi discepoli non rispettano “la tradizione degli antichi”, Gesù risponde senza tanti giri di parole e li definisce “ipocriti” (falsi, teatranti e nascosti dietro la maschera) perché chiedono che venga osservata la tradizione degli uomini disattendendo però la vera Legge di Dio (questo vuole dire “trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”).

Parole durissime. Spese da Gesù per ricordare a chi lo ascolta (e a noi!) che nessuno può possedere Dio e dunque che nessuno può imporre obblighi o divieti alle donne e agli uomini in nome di Dio. Anche perché se questo accade, non è Legge di Dio ed è un agire violento, da dominatore e lontano anni luce dalla volontà di Dio. Se la missione dei farisei e degli scribi era quella di verificare la pericolosità del rabbì di Nazareth, si può dire che il compito è stato assolto. Con le sue parole Gesù non solo destabilizza l’intero sistema religioso costruito dalla tradizione degli uomini, ma svuota di potere chi si è impropriamente impossessato di Dio. Ed eccoci alla sconvolgente novità proposta di Gesù: il male che può commettere l’uomo, non proviene dall’esterno o dal cibo ingerito, ma dal suo cuore ed è sempre l’esito – pesante – di una sua scelta contro il fratello.

Gesù esemplifica il suo insegnamento con un elenco di azioni che ci aprono il cuore alla via del male: “impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. Si noti il particolare: non c’è una sola azione, tra queste dodici, che riguarda Dio. Sono tutte scelte che feriscono il fratello che ci vive accanto (il primo termine, “impurità”, rimanda al “vendere” la propria vita per acquistare sempre più potere mentre lo “stolto” è chi accumula per sé ricchezze che potrebbero aiutare altri ad uscire dalla povertà). Come a dire: il male che ci disumanizza è quello che facciamo contro la sorella e contro il fratello. Quando si adempie il precetto religioso, ma si perde di vista la carità e la giustizia, si smarrisce la strada della libertà.

Attenzione però: cogliere nella condotta dei talebani una vera distanza dalla volontà di Dio è relativamente facile (visibile a occhio nudo e palese anche al non credente). Sentirsi coinvolti dalla Parola di Gesù per le nostre pratiche di fede è più difficile. A partire dal fatto che senza accorgercene abbiamo fatto della Messa domenicale un “precetto” da adempiere che non ha saputo comunicare ai nostri giovani la bellezza del ritrovarsi in comunità, dell’ascoltare il Vangelo (la sola Parola che ci dice chi siamo) e del ringraziare.

Ed è per questo che i nostri giovani sono sempre meno presenti nelle nostre eucaristie domenicali.Pagina di Vangelo che ci aiuta a commentare la cronaca (lontana) e che ci sprona a rinnovare la nostra vita di fede (vicina). Buona fine di agosto.

 

Preghiera dei  piccoli  

Caro Gesù,

                   a scuola una maestra speciale dell’ASL ci ha insegnato a lavarci bene le mani. Con movimenti lenti e facendo durare l’operazione almeno un minuto (lei ci misurava il tempo con una clessidra).

Non ci ha parlato di Dio per questa operazione. Ma ci ha detto che l’igiene delle mani ci aiuta a stare lontani dal covid. Grazie Gesù, perché dove vivo io c’è molta acqua e possiamo lavarci bene.

Proprio per questo Ti prego, Gesù, per i bambini dell’Afghanistan e per quello che stanno passando.

Non so perché scappano, ma quando li vedo fuggire con mamma e papà (e al televisore si vede che sono stanchi, affaticati, impauriti forse affamati e certamente senza l’acqua per lavarsi) mi viene da piangere.

Aiuta, Gesù, chi cerca di portare aiuto e soccorso a queste persone.

Donaci la Pace, Gesù.

Perché da soli non siamo capaci di costruirla.

XXI DOMENICA ANNO B

XXI DOMENICA ANNO B con preghiera dei fanciulli

Giovanni 6, 60 - 69

[In quel tempo,] molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe

tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di  Dio».

 

Superata l’euforia generata dai brillanti risultati riportati dagli italiani alle Olimpiadi di Tokio, gli argomenti in primo piano – nei giorni che seguono Ferragosto – sono tre: il caldo torrido (al quale non ci si abitua mai); l’inattesa tragedia dell’Afghanistan con la ripresa del Paese da parte dei talebani; il proseguire della pandemia con tutto il dibattito che l’accompagna (“vaccino si”, “vaccino no”; “green pass si”, “green pass no”).

Stiamo spendendo – tutti, nessuno escluso – fiumi di parole su questi tre argomenti. E ci stiamo anche rendendo conto come il solo “parlare” e “discutere” di questo o quel tema, non sposti di una sola virgola questa o quella questione. Ci ritroviamo così alle prese con parole “stanche” che rischiano di farci litigare (e che molte volte ci dividono realmente) senza offrirci mai uno straccio di soluzione. Ed è esattamente in questo contesto che ha senso riprendere la solenne (e bella) risposta che Pietro consegna a Gesù.

Il contesto è noto. Dopo “i giudei” e “la folla che ha deciso di seguire Gesù”, anche i “Suoi discepoli” (Dodici compresi) sono attraversati dal dubbio che il parlare di Gesù sia troppo “duro”. La grammatica dell’amore proposta da Gesù sembra scomoda come eccessiva appare la Sua richiesta del vivere per gli altri e di farsi pane per chi ha bisogno di noi. Anche i dodici sono tentati dal non aderire a queste richieste. Ed è per questo che Gesù domanda loro: “Volete andarvene anche voi?”. Letteralmente il verbo “andarvene” andrebbe tradotto con “tornare a casa vostra” (della serie “volete fermarvi, tornare indietro e riprendere la vostra vita di prima in cui l’interesse era solo per voi stessi?”). Una domanda che l’evangelista pone anche al lettore e dunque a ciascuno di noi.

Ed ecco il senso del racconto: avvertire la proposta di Gesù (e riportata dal Vangelo), come un linguaggio scomodo e duro è normale. La Parola di Gesù non è una poesia tra il romantico e il buon senso per ampliare la “mia” sfera di benessere. Lasciarsi immergere dall’amore di Gesù che si è fatto “pane spezzato per noi” e che chiede anche a noi di diventare “pane spezzato per i fratelli”, è un linguaggio che molte volte “suona” come scomodo perché cambia non solo il modo di pensare, ma anche lo stile di vita.

La tentazione del “tornare indietro” e del “chiudersi in casa” per farsi carico “solo” dei problemi propri, è forte, istintiva e ricorrente. In realtà in questo “tornare indietro” non si trova libertà, ci dice il Vangelo. Lontani da Gesù e dalla Sua Parola nessuno di noi fa esperienza di vita vera. Con le nostre parole a volte ci difendiamo dagli altri, altre volte le usiamo per calunniare l’altro e alla fine, per colpa delle parole inutili, litighiamo. Altre volte ancora ci autoconvinciamo che le nostre parole siano le uniche giuste e le sole “vere” e così facendo costruiamo – con le parole – trincee che ci vedono l’un contro l’altro armato.

Si noti però il particolare interessante: la Parola di Gesù non risolve in modo tecnico e materiale i nostri dibattiti. Il Vangelo non ci dice se fare o non fare il vaccino; se utilizzare il green pass oppure no; così come non offre soluzioni al dramma dell’Afghanistan e ai pesanti cambiamenti climatici che abbiamo causato. Ci consegna però quella luce sufficiente perché ogni nostra scelta sia vissuta all’insegna dell’amore e guidata dalla “cifra” del pane spezzato che ci nutre e che ci immerge nella vita che non muore.

In questa seconda metà di agosto non è male concludere questa lunga sezione di Giovanni (il cosiddetto discorso di Gesù del pane eucaristico) facendo nostra la risposta di Pietro: “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

Non entro nei dibattiti in corso che ci consumano parole stanche e logore. So anche – e ne sono convinto – che nessuno può usare il Vangelo per portare avanti le sue tesi. Mai. Gesù e la sua Parola ci ricordano però che un potere difeso e imposto dalle armi non è servizio dell’uomo; che quando una “parola” è gridata contro l’altro e usata per dividere, non è vera. Ma il Vangelo ci ricorda anche che per stare con i fratelli che la vita ci ha donato è necessario anteporre il bene del “noi” alle mie piccole o grandi convinzioni.

È questo Pane che ogni domenica ci viene offerto nella Sua Parola e nelle nostre Eucaristie il nutrimento, la forza e la spinta che ci immerge nella vita che non ha fine.

Buona domenica.

 

                                                                                      Preghiera dei fanciulli

Caro Gesù

                   secondo me questa è la pagina di Vangelo perfetta per dire che Tu sei l’“amico scomodo” che aiuta a non sbagliare la vita.

Mi piace tanto la risposta di Pietro, ma se Tu oggi fai la stessa domanda anche a me (così ha detto il don a messa) io ti dico che No, non me ne voglio andare da Te perché Tu sei il mio amico scomodo che mi rende migliore.

Mi aiuta a stare con Te, Gesù. E mi piace, ogni domenica, leggere un pezzo del Tuo Vangelo.

Sento che mi insegna a fare bene e che mi dà la forza di vincere un po’ di pigrizia e un po’ di egoismo.

Gesù in queste calde domeniche di agosto Ti prego per chi non può permettersi le vacanze. Per chi è in guerra e per chi è in ospedale perché sta male.

Ciao “amico scomodo”. E grazie di esserci.

XIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO B

XIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO B

Giovanni 6, 41-51

[In quel tempo,] i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

 

Siamo fatti così: sembra che non si possa fare a meno di mormorare, di lamentarci, di criticare la vita e di fissare sempre e solo quello che ci manca, quanto non abbiamo. Era così ai tempi di Mosè quando il popolo di Israele – liberato dalla schiavitù in Egitto

– “mormora” (contro Mosè) nel deserto del Sinai. È così ai tempi di Gesù dove non solo i Giudei “si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo»” (Gv. 6,41), ma anche alcuni suoi discepoli (“Gesù sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza?», Gv. 6,61). Ed è così anche oggi dove sembra impossibile immaginare un vivere fuori e dentro le comunità cristiane senza mormorare contro qualcuno e senza chi esaspera l’azione del lamentarsi degli altri. Ed ecco una prima riflessione: mormorare è azione negativa perché usa la parola (creata per generare vita, amore e verità) sempre e soltanto contro qualcuno per innescare, anche con l’aiuto di menzogne e falsità, odio e morte. azioni finalizzate a distruggere, a uccidere, a creare odio.

L’evangelista è raffinatissimo al proposito: Gesù vede nella profondità del cuore umano: là dove nasce il mormorare che rompe la comunione con il fratello. Ma si noti il particolare: lo sguardo di Gesù non solo “vede” dove inizia lo sparlare dell’altro, ma propone anche parole di cura per guarire e liberare la nostra vita da questo male. E come ci cura Gesù? In due modi: in un primo momento donandoci la sua Parola perché il nostro parlare non sia orientato contro l’altro, ma solo e sempre teso a costruire comunione. Nel secondo momento proponendoci quel “mangiare insieme” – alla Tavola preparata da Lui e dove Lui si dona a noi come pane spezzato – perché la comunione vinca sulle divisioni generate da un uso scorretto della “parola”.

Parola e Pane eucaristico diventano così la cura e il nutrimento che il Signore Gesù ci dona per educarci al “parlare” che incontra, ascolta e serve l’altro. Esperto di umanità, Gesù sa molto bene che quando il “parlare” si porta “contro l’altro” si perde la libertà e si esce non solo dalla giustizia, ma anche dall’amore.

Solo un Dio-Parola poteva insegnarci a portare la nostra “parola” al servizio della vita e non contro chi ci vive accanto. Ma Gesù fa di più. Per evitare che la lezione sulla Parola sia troppo astratta, ci offre la sua Tavola e si offre a noi come Pane. Si tratta di uno sviluppo inatteso per il lettore: la Sua Tavola e “il pane vivo disceso dal cielo” che siamo invitati a mangiare, diventano così il nutrimento che ci insegnano a intrecciare silenzio e parola solo e sempre al servizio dell’amore e della giustizia.

Domanda molto concreta: non è questo ciò di cui abbiamo bisogno soprattutto oggi? Siamo tutti scontenti, stanchi e sfiniti a causa di questa pandemia. E non sapendo come sfogare la nostra rabbia, diventa quasi obbligato individuare qualcuno contro cui portarsi con critiche e mormorazioni di ogni tipo. Le piazze si riempiono di chi grida con forza e rabbia un solenne “No” a chi propone rimedi scomodi per fermare il contagio. Ma anche altri parlano contro altri. Tutti parlano. Tanto. Forse troppo e nessuno ascolta e dunque nessuno si incontra. Ognuno difende il suo orticello, la sua voglia di libertà (privata) e si impegna perché il suo parlare contro l’altro non venga mai tentato da logiche di ascolto delle ragioni altrui.

Gesù ci offre una nuova prospettiva. Ci chiede di fare silenzio; di ascoltare la Sua Parola e di parlare solo a tavola. Uno straordinario insegnamento per ricordarci che la libertà esiste solo nello stare insieme, a tavola e nella logica comunitaria (da solo nessuno è libero).

Uno straordinario insegnamento per ricordarci che Libertà e Comunità sono le due facce della stessa medaglia e non vanno (mai) separate perché corrono su due linee parallele, ma necessarie l'una al pieno completamento dell'altra.

Gran bella lezione per fermare il doloroso mormorare che non aiuta il Paese ad uscire dalle sue difficoltà (e per spingerci a stare insieme in modo più umano).

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

che brutta la parola “mormorare”. Primo perchédescrive un’azione possibile solo al negativo (chi mormora è sempre “contro” qualcuno!).

Secondo perché chi “mormora” lo deve fare alle spalle.

Anche con Te, Gesù, hanno fatto così: fanno finta di ascoltarTi, ma poi si informano sulla bottega dove lavori con Giuseppe o spiano mamma Maria perché non accettano che Tu sia del tutto come noi: in mezzo a noi e persino uguale a tutti noi.

Troppo bello per essere vero, ha pensato qualcuno. E così hanno iniziato a “mormorare” contro di Te.

Bella la tua risposta: “Gesù rispose loro: "Non mormorate tra  voi.”.

Aiutami Gesù a non sparlare mai alle spalle degli altri. E insegnami a parlare bene degli altri

Lo so: sembra una preghiera da piccoli, ma se Tu queste cose

le hai dette ai grandi, vuole dire che la mia richiesta è giusta.

Grazie Gesù.