Preghiere poesie

XXVI DOMENICA ANNO B

XXVI DOMENICA  ANNO B con preghiera dei piccoli

  Marco 9, 38-48

 

«Giovanni gli disse: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri”. 39Ma Gesù disse: “Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. 40Chi non è contro di noi è per noi. 41Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa.

42Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. 43Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. [44]. 45Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. [46]. 47Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, 48dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. 49Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. 50Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri”».

 

Ciò che Giovanni dice a Gesù è traslucido di invidia e di ambizione. Tradotto nel nostro linguaggio la sua affermazione suona così: «noi discepoli, caro Gesù, siamo i tuoi più stretti collaboratori e dovremmo essere quelli che – dopo di Te – hanno più potere e comandano su tutti. Quel tipo che si è preso la briga di scacciare i demoni (dunque di fare del bene e di farlo nel Tuo nome) senza chiederci nessun permesso, senza nessun gesto di sottomissione a noi (che siamo i suoi capi) e senza seguire noi, va fermato. Ed è per questo che noi gli abbiamo impedito di aiutare chi sta male».

Visualizzato così fa persino impressione. Non importa se quel “tale” fa del bene e se il suo agire toglie malessere e fa stare bene qualcuno. Ciò che conta è “che “non segue noi”; ed è per questo che volevamo impedirgli di fare il bene”.

Il cuore umano è fatto così: si lascia corrodere dall’invidia, dall’ambizione, dallo sguardo storto generato dall’egoismo e da una voglia così forte e intensa di portarsi sopra gli altri da calpestare tutto, tutti e persino se stessi. Per questo Gesù chiede ai suoi discepoli di stare “dietro a Lui”: perché solo nel seguire Lui, Maestro di vita, ognuno di noi tiene a bada le sue spinte egoistiche e resta nel solco dell’amore, del servizio e della libertà. Ma dentro questa gran bella lezione di vita, Gesù ci consegna anche un preciso modo di gerarchizzare i criteri del vivere.

Chi segue l’istinto è portato a diventare buono con se stesso e – allo stesso tempo – molto severo verso tutti gli altri.

Chi segue Gesù impara la difficile arte del diventare severo con se stesso e buono verso gli altri. Ed è esattamente questa la Buona Notizia che oggi ci viene consegnata: il Vangelo del Signore Gesù ha la forza di fermare in noi lo sguardo storto dell’invidia e dell’egoismo. Seguire Gesù è movimento che libera il nostro cuore dalla severità contro gli altri per incamminarci sulla strada della bontà che ci rende non solo buoni, ma anche veri e liberi. E solo Dio sa quanto sia forte il bisogno di costruire bontà e verità nelle nostre case, comunità e famiglie. Tutte le volte che si inverte questo ordine (e si applica la severità sugli altre e non su di sé), si costruiscono quelle dolorose divisioni generate da pettegolezzi, giudizi affrettati, calunnie e maldicenze che tutti conosciamo e che avvelenano la vita di tutti.

La severità su di sé, anche questo va detto, non è mai “contro” se stessi, ma sempre al servizio del proprio stare bene. Su questo punto Gesù è chiarissimo: tanto il tagliare mano o piede quanto il gettare via il proprio occhio se è motivo di scandalo, è discorso figurato per ricordarci che l’essenziale è non fare entrare in noi la decisione di portarsi contro l’altro. Perché queta è l’invidia, come dicono gli specialisti: “un’infelice affermazione di sé” che avvelena il cuore di chi invidia e dell’invidiato. Questo è l’egoismo: una chiusura in se stessi che allontana dalla gioia dell’amare. Gesù chiede, a chi lo segue, di accogliere la forza che Lui dona per cambiare in modo radicale e determinato stile di vita.

Sei depresso? Non usare solo lo shopping per provare a tirarti su; ogni tanto (almeno una volta ogni due) entra in una chiesa; vivi un momento di raccoglimento e prova a “sostare” su una pagina di Vangelo. Vedrai che ti aiuta a guardare la vita in modo meno cupo.

Sei in difficoltà economica? Non ti affidare al gioco d’azzardo o alle slot machine. “Getta il tuo pane sulle acque” dice il libro del Qoelet (11,1), “perché lo ritroverai! Prenditi qualche momento di servizio; prenditi cura di chi sta peggio di te e forse – con lui – ritrovi un po’ di equilibrio in bilanci familiari che non giustificano ansie o disperazioni.

Sei arrabbiato con tutti? Fermati. Lascia che la Parola di Gesù (il Suo Vangelo) ti cambi sguardo. Impara a giustificare l’altro (non sempre te stesso): ti troverai con il desiderio di stare di più con te stesso, con il Signore Gesù e con chi vive accanto a te.

Buona domenica e buona Giornata del Migrante.

 

 

                                                          Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                   non so perché, ma appena letto questo Vangelo ho pensato a Te che chiedi ai Tuoi discepoli di “gettare la rete dalla parte destra della barca” (Gv. 21,6). Mi sono sempre chiesto perché hai precisato il lato dal quale calare le reti.

Oggi però mi sono dato la risposta: per insegnarci a non guardare mai le persone dalla parte sbagliata, dalla sola parte dei difetti.

Tu lo sai: siamo tutti molto bravi a vedere negli altri le parti che non vanno, le cose che non funzionano.

Per stare bene, però, dobbiamo imparare a guardare gli amici dalla parte bella e buona. 

Solo così diventiamo buoni anche noi.

Grazie Gesù perché oggi mi cambi lo sguardo e mi dici che anch’io posso sradicare dal mio cuore i semi del male.

E grazie perché Tu mi guardi sempre dalla parte positiva.

Sei forte Gesù.

XXV DOMENICA ANNO B

XXV DOMENICA  ANNO B con preghiera dei piccoli

Marco 9, 30-37

 «Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. 33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti”. 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37”Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”».

 

La voglia di vincere, di primeggiare, di “contare” e di essere considerato “il più grande” è così fortemente radicata nel cuore umano, che non basta “ascoltare” qualche pagina di Vangelo per sradicarla dalla propria mente e dal proprio stile di vita.

Per questo Gesù “non voleva che alcuno lo sapesse” (del suo arrivo in Galilea): perché quasi tutti lo cercano per la fama che sta raggiungendo, per vederlo da vicino e perché ognuno spera che la sua autorità gli possa dare un po’ di prestigio e recare qualche vantaggio personale. Anche i “suoi” sono caduti nella trappola del voler sfruttare Gesù per “contare di più”. Lo ascoltano, lo assecondano e lo seguono nel suo spostarsi, ma quando pensano che Lui sia distante o distratto discutono tra loro “su chi è il più grande” e – dunque – su chi avrà, nel nuovo Regno, più prestigio e più potere.

Gesù conosce il loro cuore e non ha bisogno di “sentire” tutti i loro discorsi per prendere coscienza che sono alle prese con le ambizioni che avvelenano la vita. E si noti la finezza: Gesù si siede (come un vero Maestro) e riprende il suo insegnare senza scoraggiarsi. Per spiegare loro che la gioia del vivere non è data dall’avere tante cose o dal guadagnare tanto, ma dal servire chi è al fondo della fila e dall’aprirsi con generosità e coraggio alla solidarietà e alla giustizia che si completa nell’amore.

Ho ancora in mente il colloquio avuto ai primi di luglio con un giovane alle prese con fine della sua scuola superiore. Voleva da me un consiglio circa gli studi universitari. Era lucido su che non voleva “studiare” (materie troppo legate all’area scientifica), ma non sapeva verso quale piano di studi indirizzarsi. “Che cosa ti consigliano i tuoi genitori?”, ho prudenzialmente domandato. E la sua risposta è stata un po’ spenta: “Loro non sono in grado di aiutarmi. Dicono che mi pagano le tasse universitarie, ma per il resto devo decidere io; Ma poi hanno aggiunto: “Cerca però un indirizzo che ti dia subito possibilità di lavorare e di guadagnare tanto”. So molto bene che siamo nel pieno della norma educativa che viene offerta – ai nostri giovani – dalla media delle nostre famiglie. Nonostante lo sappia, però, continuo a restare spiazzato da questi ragionamenti. Anche perché so molto bene che “studiare” solo per cercare lavoro e per guadagnare tanto non “riempie” la vita.

Lo studio serve per allargare cuore e mente e per imparare ad amare di più, meglio e con più competenza. L’Università è scuola che aumenta le “conoscenze” personali, ma per consegnare, a chi studia nelle sue aule, l’identità di un cittadino residente nella “casa comune universale”. Decisamente più ampia del piccolo “io” del singolo studente (proprio come dice la parola: Università è scuola che immette nell’universalità dell’essere umano).

Avrei voluto dire a quel ragazzo che si studia non per guadagnare tanto, ma per fare bene un servizio grande a chi nel bisogno. Medico, ingegnere, economista, docente, architetto o avvocato sono titoli connotati dalla forte dimensione del servizio a chi ha bisogno di cure, di sicurezza abitativa o stradale, di servizi contabili, di docenti competenti e autorevoli, di legalità capace di difendere il debole. E chi svolge bene questi “servizi” entra nella gioia.

Il Vangelo di questa domenica ci restituisce il coraggio di insegnare ai nostri giovani la vera strada della libertà e della felicità. Abbiamo perso la forza di dire queste cose (e forse non le pensiamo più nemmeno noi adulti) e sperimentiamo delle forme di pudore a proporre, a chi cresce, l’attenzione a chi è al fondo della fila. Il “prima i nostri” è entrato anche nelle nostre case e – per i nostri figli – diventa quasi il solo programma che si segue.

Gesù è però chiaro. Portare gli ultimi al centro della vita significa uscire dalla propria autoreferenzialità; capire che la verità dei nostri giorni si trova fissando il più piccolo e non se stessi (e i propri sogni di gloria) e – soprattutto – vuole dire iniziare quel cammino di leggerezza e di libertà interiore che solo i bambini sperimentano. Per questo Gesù ha proposto il “bambino” da accogliere come modello di vita. Perché in quel preciso crocevia si trova la gioia che sempre cerchiamo. Avrei voluto domandare, al mio giovane interlocutore: “C’è qualcuno che ti ricorda la vita (vera) va oltre il denaro, il sesso e la carriera attraversata per se stessi o il sogno di diventare famoso?”.

Forse l’ho anche fatto. Ma sono abbastanza certo che una “voce” non basta a convincere chi cresce a vivere bene questa scadenza. Ci vuole tutto un “villaggio” per convincere un giovane a orientare la vita nella giusta direzione. Buona settimana.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                  è appena iniziata la scuola e in classe abbiamo già litigato. E sai perché? Per i posti che la maestra ci ha dato.

Ognuno di noi voleva il posto vicino alla cattedra. E così lei ha deciso che per adesso quel banco resta vuoto. Lo darà a turno a chi ne ha più bisogno.

A Messa quando ho ascoltato che i tuoi discepoli “discutono in strada su chi è il più grande” ho pensato alla mia classe.

Mi sono detto: sono come noi (oppure noi siamo come loro).

Gesù non so perché vogliamo tutti sempre comandare, essere i primi o i più importanti.

Gesù, aiutami a capire che “Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti”.

Anche Tu sei Maestro, Gesù.

Insegnaci a capire e a vivere come Tu ci hai detto.

E aiuta anche la nostra maestra.

Grazie, Gesù.

 

XXIV DOMENICA ANNO B

 XXIV DOMENICA  ANNO B con preghiera dei  piccoli

Marco 8, 27-35

 «Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». 28Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». 29Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.

31E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».34Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» .

 

La differenza tra l’adolescente è l’adulto è tutta qui: per chi esce dall’infanzia la vita si esaurisce nell’io. Tutto ruota attorno al suo prepotente bisogno di capire chi è, dove vuole andare e chi vuole diventare. L’adulto ha definitivamente compreso che l’Io è definito dal Tu, dall’altro con cui ti relazioni, dal quale dipendi e verso il quale devi chinarti per amarlo e per servirlo. L’adolescente dice Io e “grida” i suoi “Si” e i suoi “No” in base ai suoi vissuti individuali e sul fondamento della sua libertà pensata e concepita solo per sé. L’adulto dice “Noi” e “vive” (più che dire!) i suoi “Si” e i suoi “No” in base al bisogno degli altri: per evitare loro sofferenze, fatiche e difficoltà.

Alla luce di questa griglia dobbiamo ammettere che sono ancora tanti, tra gli adulti a livello anagrafico, quelli che sono rimasti adolescenti.

Ma vorrei essere chiaro: lo schema non è mio. È il Signore Gesù che alle prese con la preparazione umana dei discepoli si accorge che deve pungolarli per farli uscire dalla logica dell’Io e dei vissuti adolescenziali per aiutarli ad entrare nella terra della maturità e della vita adulta. E per fare questo li inchioda alla madre di tutte le domande: “Ma voi chi dite che io sia?”. Solo se si risponde a questa domanda e se ci si pone davanti a questo quesito con libertà e schiettezza, si inizia ad uscire da se stessi e si intraprende il cammino della vera libertà. L’adolescente vuole capire (giustamente) chi sono io. L’adulto deve definire chi è l’altro per lui; deve decidere come riconoscerlo, se sfruttarlo o servirlo; se usarlo per sé o se accompagnarlo per aiutarlo a ritrovare frammenti di speranza. Gesù sa molto bene che fuori da questo sentiero nessuno di noi matura e cresce. Ecco perché pone la domanda in modo forte e chiaro: per obbligare chi lo ascolta e chi lo segue a fermarsi e a confrontarsi con la Sua figura che diventa la cifra di ogni altro.

Ma si noti il particolare interessante. I discepoli balbettano risposte poco precise. Non sono ancora riusciti a mettere a fuoco la questione. Si sono ritrovati un compito, delle responsabilità che hanno quasi sicuramente visto e interpretato anche come potere. Essere protagonisti di un nuovo Regno che dovrebbe iniziare tra poco, non è poi così male, avranno pensato. Gesù intercetta i loro tentennamenti. Capisce le loro fragilità. E pone la domanda perché ascoltino la Sua voce, le Sue parole.

Gesù è Parola e sa molto bene che solo chi Lo ascolta è in grado di rispondere in modo giusto ai suoi quesiti. Ed è per questo che Pietro riesce a dire: “Tu sei il Cristo”. Perché la Parola di Gesù lo ha guidato sul sentiero della verità. Lui – Pietro – non ha ancora capito ciò che ha detto. Non è ancora convinto che “quel” Messia (quel Cristo) sarà vittorioso passando per la strada stretta del servizio, del dono di sé, della passione e della morte in croce. Grazie all’ascolto della Parola di Gesù ha proferito la risposta giusta, ma da adesso in poi lo Spirito dovrà portare nel cuore quelle parole per farle diventare vita.

È l’affascinante mistero della preghiera. Nel pregare autentico ognuno di noi è chiamato a confrontarsi con le parole di Gesù e con il suo vangelo. Quella parola ascoltata, letta, meditata e forse anche ripetuta lentamente (si pensi alla recita del rosario che è ripetizione di passi della Parola di Gesù) entra in noi e comincia a vivere dentro di noi. Cresce nel nostro cuore e – anche se non la comprendiamo fino in fondo – si fa strada in noi e cambia il nostro modo di pensare, di parlare, di agire e di fare. Come Pietro diciamo, a volte, formule (belle) che non capiamo fino in fondo, ma che ci guidano e che ci orientano fino a quando le comprendiamo realmente.

Siamo riusciti a liberarci dal precetto domenicale (dalla “messa” vissuta per obbligo) e non è detto che sia un male. Ma attenzione: nutrire corpo e cuore con la parola di Gesù non è un obbligo, ma una necessità per vivere. Senza un po’ di sana, solida e vera preghiera fatta di ascolto e di lettura del Vangelo, nessuno di noi vive bene e diventa adulto.

Sarà un caso, ma si prega sempre meno e l’adolescenza si protrae sempre più avanti.

Buona ripresa delle attività (scolastiche comprese).

                                                                           

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                  non capisco Pietro: risponde sempre per primo e anche bene alle tue domande.

Non appena però Tu spieghi a lui e ai suo i compagni che devi soffrire e che sarai rifiutato, lui si ribella, protesta, Ti porta in disparte e Ti “corregge” (!).

In pratica vuole fare il tuo “maestro”.

Gesù anch’io a volte sono come Pietro. E quando dico le preghiere spesso Ti spiego di che cosa ho bisogno e poi dico a Te che cosa devi fare!

Gesù non permettere che le mie parole coprano le Tue.

E se vedi che sbaglio, alza la voce, sgridami e insegnami a pensare come Te.

Resta però Tu il mio Maestro.

Gesù ti prego infine per i bambini dell’Afghanistan. Non riesco a cancellare dagli occhi le scene che ho visto al telegiornale (mamme che danno i loro bambini ai soldati per salvarli).

Gesù aiutaci ad aiutarli.

Angelus del 5 settembre 2021

 

 

"Sentiamo rivolta a noi oggi, come nel giorno del Battesimo, quella parola di Gesù: “Effatà, apriti”! Apriti le orecchie. Gesù, desidero aprirmi alla tua Parola; Gesù, aprirmi al tuo ascolto; Gesù, guarisci il mio cuore dalla chiusura, guarisci il mio cuore dalla fretta, guarisci il mio cuore dall’impazienza".

 

              papa Francesco, Angelus del 5 settembre 2021

XXIII DOMENICA ANNO B

XXIII DOMENICA  ANNO B con  preghiera dei piccoli

Marco 7, 31-37

 «Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”».

 

La strada che da Tiro porta al mare di Galilea procede verso sud. La città di Sidone è invece a Nord. Il che significa che lo spostarsi di Gesù è – dal punto di vista geografico – senza senso (come dire che da Milano, per raggiungere Bologna, “passò dalla Svizzera!”). Ed è la conferma che i movimenti di Gesù non sono dettati dalla priorità di percorrere la strada più corta, ma dal desiderio di raggiungere chi sta male anche se è lontano (e Sidone dista circa 40 Km. da Tiro). Ora è più chiaro che cosa vuole dire Papa Francesco quando parla di “chiesa in uscita”: un forte invito a diventare – come Gesù – una comunità cristiana che non aspetta nel proprio centro di culto le persone, ma che si sposta e che non ha paura- di fare più strada per andare a cercare chi sta male. Siamo stati male (tutti) quando abbiamo visto partire armi e soldati – da molte parti del mondo – con l’illusione del portare la democrazia in Afghanistan con lo strumento della guerra. Ma che bello sentire le testimonianze di piloti e di soldati che gioivano nell’andare in quella terra martoriata dai talebani per portare nel nostro Paese persone bisognose di aiuto, di futuro e di speranza.

Tra qualche anno saremo costretti non solo a costruire politiche dell’accoglienza verso i nostri immigrati, ma ad “andarli a cercare nel Sud del mondo” per sopperire alla nostra forte mancanza di manodopera (penso ai lavori stagionali in agricoltura quasi tutti, ormai, svolti da immigrati; alla mancanza di personale nel mondo della ristorazione, per non parlare di badanti e mondo dell’edilizia dove la “nostra” domanda supera l’offerta o al bisogno disperato di camionisti che ci sta mettendo in grossa difficoltà: ne mancano, solo in Italia, almeno 18.000). Il Vangelo ce lo fa capire in modo evidente: la libertà e la giustizia sociale che tutti cerchiamo è data dall’andare a cercare, non dal respingere o dal chiuderci nel nostro egoismo,

Ma torniamo alla nostra pagina di Vangelo.  Perché Gesù percorre, a piedi, circa 80 Km., tra andare e tornare da Sidone? Perché sa che in quella città c’è un sordomuto: una persona che non potendo ascoltare nessuna parola non ha mai imparato a parlare. Gesù è Parola ed è perciò sensibile al dramma umano del non sentire che rende incapaci di parlare. Cambia strada; si dirige verso Nord anche se la sua mèta è a Sud, dedica una settimana del suo tempo per aprire gli orecchi di chi è isolato dal mondo dei suoni e per sciogliere la sua lingua affinché impari a parlare correttamente. Chissà quale è stata la prima parola proferita da quel sordomuto! Se proviamo a identificarci con lui, è inevitabile: avrà detto, con la voce, ma anche con il cuore, grazie! E se così sono andate le cose (ma non può essere molto diverso), emerge in modo chiaro che l’incontro con Gesù non apre solo alla vita e alla guarigione, ma sprigiona anche – in ciascuno di noi – la capacità di dire bene dell’altro e di ringraziare. Forse è anche per questo che siamo tutti un po’ musoni, inclini al pessimismo e non troppo soddisfatti dal presente. Perché ci siamo disabituati all’ascolto della Parola di Gesù. Perché non ci accorgiamo più che Gesù cambia strada per venirci ad aprire gli orecchi. Ma lontani dalla sua Parola restiamo immersi nel vocabolario della “pretesa” o della “protesta”, ma ci ritroviamo orfani tra le parole della riconoscenza. Non sappiamo più dire grazie, non cogliamo più la vita come un dono che merita riconoscenza e abbiamo smarrito la forza di ringraziare.

Aveva ragione Padre Jean del Togo che, dopo essere stato due anni in mezzo a noi, ci ha comunicato, prima di tornare nella sua chiesa, che per i loro popoli è “dura” perché non hanno mai “sentito” la Parola di Gesù, ma per noi è “peggio” perché eravamo immersi nella saggezza del Vangelo, ma oggi l’abbiamo dimenticata e disimparata. Gesù che cambia strada per passare da casa nostra è guarire le nostre relazioni tra sordi (quante difficoltà ad ascoltarci reciprocamente sono presenti nelle nostre case, sul lavoro, nelle comunità, nella politica e anche nelle nostre chiese) è una gran bella notizia.

Buon inizio di settembre.

Preghiera dei piccoli

   Caro Gesù,

                  Enrico è il mio compagno di classe. Non è sordo. Però non parla. Nemmeno con sua mamma o suo papà. Con nessuno. Però si fa capire.

E quando è stanco o stufo si muove in modo agitato e così la maestra lo porta fuori, sulla sua carrozzina.

Ho pensato a Enrico quando ho sentito che Tu hai detto “Effatà” al sordomuto che volevano che Tu guarissi.

Avrei voglia di chiederti di guarire anche Enrico e di aiutarlo a parlare, a comunicare e a camminare bene.

Ti faccio però una preghiera al contrario: apri i nostri occhi e le nostre orecchie per imparare a vedere e a sentire chi, vicino a noi, sta male e ha bisogno di noi.

Sciogli la mia lingua, Gesù, e quando Enrico ha bisogno di aiuto fammi diventare la sua voce.

Dillo a me e a noi “Effatà”, Gesù.

Diventeremo tutti più buoni.

Angelus del 29 agosto 2021

"Per Gesù è importante riportare la fede al suo centro. Nel Vangelo lo vediamo continuamente: questo riportare la fede al centro. Ed evitare un rischio, che vale per quegli scribi come per noi: osservare formalità esterne mettendo in secondo piano il cuore della fede. Anche noi tante volte ci “trucchiamo” l’anima. La formalità esterna e non il cuore della fede: questo è un rischio. È il rischio di una religiosità dell’apparenza: apparire per bene fuori, trascurando di purificare il cuore. C’è sempre la tentazione di “sistemare Dio” con qualche devozione esteriore, ma Gesù non si accontenta di questo culto. Gesù non vuole esteriorità, vuole una fede che arrivi al cuore".

 

              papa Francesco, Angelus del 29 agosto 2021

XXII DOMENICA ANNO B

XXII DOMENICA  ANNO B  e preghiera dei piccoli

 

Marco 7,1-8.14-15.21-23

«Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3- i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, 5quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. 6Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
7Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.
14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro». 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo”».

 

La domanda è, per tutti noi occidentali, obbligata: “Ma davvero i talebani credono che impedire alle bambine di andare a scuola; proibire il lavoro alle donne; obbligarle a indossare il burka o frustare i ragazzi colpevoli di aver indossato i “jeans” , per fare solo qualche piccolo esempio, siano disposizioni date da Dio e che è chiesto ai responsabili del sacro di farle rispettare?”. Quanto sta accadendo in questi giorni in Afghanistan è semplicemente sconvolgente. Ed è una realtà che, per quanto ognuno di noi provi a documentarsi, lascia spiazzati, increduli e letteralmente disorientati.

Partiamo però dal dato religioso (anche se molti specialisti ci stanno dicendo che la vera posta in gioco in Afghanistan non è la difesa della legge coranica, ma gli interessi generati dal petrolio per arrivare all’oppio afghano che fornisce eroina e oppiacei al mondo intero). La dinamica è nota: qualcuno si sente proprietario di Dio e costruisce norme e leggi che poi presenta come volontà di Dio da imporre a tutto il popolo considerato comunità di sudditi da sorvegliare e da punire se trasgredisce quelle norme.

 Senza questa premessa non si capisce il duro affondo di Gesù contro i farisei e gli scribi “venuti da Gerusalemme”. A chi lo critica perché i suoi discepoli non rispettano “la tradizione degli antichi”, Gesù risponde senza tanti giri di parole e li definisce “ipocriti” (falsi, teatranti e nascosti dietro la maschera) perché chiedono che venga osservata la tradizione degli uomini disattendendo però la vera Legge di Dio (questo vuole dire “trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”).

Parole durissime. Spese da Gesù per ricordare a chi lo ascolta (e a noi!) che nessuno può possedere Dio e dunque che nessuno può imporre obblighi o divieti alle donne e agli uomini in nome di Dio. Anche perché se questo accade, non è Legge di Dio ed è un agire violento, da dominatore e lontano anni luce dalla volontà di Dio. Se la missione dei farisei e degli scribi era quella di verificare la pericolosità del rabbì di Nazareth, si può dire che il compito è stato assolto. Con le sue parole Gesù non solo destabilizza l’intero sistema religioso costruito dalla tradizione degli uomini, ma svuota di potere chi si è impropriamente impossessato di Dio. Ed eccoci alla sconvolgente novità proposta di Gesù: il male che può commettere l’uomo, non proviene dall’esterno o dal cibo ingerito, ma dal suo cuore ed è sempre l’esito – pesante – di una sua scelta contro il fratello.

Gesù esemplifica il suo insegnamento con un elenco di azioni che ci aprono il cuore alla via del male: “impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. Si noti il particolare: non c’è una sola azione, tra queste dodici, che riguarda Dio. Sono tutte scelte che feriscono il fratello che ci vive accanto (il primo termine, “impurità”, rimanda al “vendere” la propria vita per acquistare sempre più potere mentre lo “stolto” è chi accumula per sé ricchezze che potrebbero aiutare altri ad uscire dalla povertà). Come a dire: il male che ci disumanizza è quello che facciamo contro la sorella e contro il fratello. Quando si adempie il precetto religioso, ma si perde di vista la carità e la giustizia, si smarrisce la strada della libertà.

Attenzione però: cogliere nella condotta dei talebani una vera distanza dalla volontà di Dio è relativamente facile (visibile a occhio nudo e palese anche al non credente). Sentirsi coinvolti dalla Parola di Gesù per le nostre pratiche di fede è più difficile. A partire dal fatto che senza accorgercene abbiamo fatto della Messa domenicale un “precetto” da adempiere che non ha saputo comunicare ai nostri giovani la bellezza del ritrovarsi in comunità, dell’ascoltare il Vangelo (la sola Parola che ci dice chi siamo) e del ringraziare.

Ed è per questo che i nostri giovani sono sempre meno presenti nelle nostre eucaristie domenicali.Pagina di Vangelo che ci aiuta a commentare la cronaca (lontana) e che ci sprona a rinnovare la nostra vita di fede (vicina). Buona fine di agosto.

 

Preghiera dei  piccoli  

Caro Gesù,

                   a scuola una maestra speciale dell’ASL ci ha insegnato a lavarci bene le mani. Con movimenti lenti e facendo durare l’operazione almeno un minuto (lei ci misurava il tempo con una clessidra).

Non ci ha parlato di Dio per questa operazione. Ma ci ha detto che l’igiene delle mani ci aiuta a stare lontani dal covid. Grazie Gesù, perché dove vivo io c’è molta acqua e possiamo lavarci bene.

Proprio per questo Ti prego, Gesù, per i bambini dell’Afghanistan e per quello che stanno passando.

Non so perché scappano, ma quando li vedo fuggire con mamma e papà (e al televisore si vede che sono stanchi, affaticati, impauriti forse affamati e certamente senza l’acqua per lavarsi) mi viene da piangere.

Aiuta, Gesù, chi cerca di portare aiuto e soccorso a queste persone.

Donaci la Pace, Gesù.

Perché da soli non siamo capaci di costruirla.

XXI DOMENICA ANNO B

XXI DOMENICA ANNO B con preghiera dei fanciulli

Giovanni 6, 60 - 69

[In quel tempo,] molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe

tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di  Dio».

 

Superata l’euforia generata dai brillanti risultati riportati dagli italiani alle Olimpiadi di Tokio, gli argomenti in primo piano – nei giorni che seguono Ferragosto – sono tre: il caldo torrido (al quale non ci si abitua mai); l’inattesa tragedia dell’Afghanistan con la ripresa del Paese da parte dei talebani; il proseguire della pandemia con tutto il dibattito che l’accompagna (“vaccino si”, “vaccino no”; “green pass si”, “green pass no”).

Stiamo spendendo – tutti, nessuno escluso – fiumi di parole su questi tre argomenti. E ci stiamo anche rendendo conto come il solo “parlare” e “discutere” di questo o quel tema, non sposti di una sola virgola questa o quella questione. Ci ritroviamo così alle prese con parole “stanche” che rischiano di farci litigare (e che molte volte ci dividono realmente) senza offrirci mai uno straccio di soluzione. Ed è esattamente in questo contesto che ha senso riprendere la solenne (e bella) risposta che Pietro consegna a Gesù.

Il contesto è noto. Dopo “i giudei” e “la folla che ha deciso di seguire Gesù”, anche i “Suoi discepoli” (Dodici compresi) sono attraversati dal dubbio che il parlare di Gesù sia troppo “duro”. La grammatica dell’amore proposta da Gesù sembra scomoda come eccessiva appare la Sua richiesta del vivere per gli altri e di farsi pane per chi ha bisogno di noi. Anche i dodici sono tentati dal non aderire a queste richieste. Ed è per questo che Gesù domanda loro: “Volete andarvene anche voi?”. Letteralmente il verbo “andarvene” andrebbe tradotto con “tornare a casa vostra” (della serie “volete fermarvi, tornare indietro e riprendere la vostra vita di prima in cui l’interesse era solo per voi stessi?”). Una domanda che l’evangelista pone anche al lettore e dunque a ciascuno di noi.

Ed ecco il senso del racconto: avvertire la proposta di Gesù (e riportata dal Vangelo), come un linguaggio scomodo e duro è normale. La Parola di Gesù non è una poesia tra il romantico e il buon senso per ampliare la “mia” sfera di benessere. Lasciarsi immergere dall’amore di Gesù che si è fatto “pane spezzato per noi” e che chiede anche a noi di diventare “pane spezzato per i fratelli”, è un linguaggio che molte volte “suona” come scomodo perché cambia non solo il modo di pensare, ma anche lo stile di vita.

La tentazione del “tornare indietro” e del “chiudersi in casa” per farsi carico “solo” dei problemi propri, è forte, istintiva e ricorrente. In realtà in questo “tornare indietro” non si trova libertà, ci dice il Vangelo. Lontani da Gesù e dalla Sua Parola nessuno di noi fa esperienza di vita vera. Con le nostre parole a volte ci difendiamo dagli altri, altre volte le usiamo per calunniare l’altro e alla fine, per colpa delle parole inutili, litighiamo. Altre volte ancora ci autoconvinciamo che le nostre parole siano le uniche giuste e le sole “vere” e così facendo costruiamo – con le parole – trincee che ci vedono l’un contro l’altro armato.

Si noti però il particolare interessante: la Parola di Gesù non risolve in modo tecnico e materiale i nostri dibattiti. Il Vangelo non ci dice se fare o non fare il vaccino; se utilizzare il green pass oppure no; così come non offre soluzioni al dramma dell’Afghanistan e ai pesanti cambiamenti climatici che abbiamo causato. Ci consegna però quella luce sufficiente perché ogni nostra scelta sia vissuta all’insegna dell’amore e guidata dalla “cifra” del pane spezzato che ci nutre e che ci immerge nella vita che non muore.

In questa seconda metà di agosto non è male concludere questa lunga sezione di Giovanni (il cosiddetto discorso di Gesù del pane eucaristico) facendo nostra la risposta di Pietro: “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

Non entro nei dibattiti in corso che ci consumano parole stanche e logore. So anche – e ne sono convinto – che nessuno può usare il Vangelo per portare avanti le sue tesi. Mai. Gesù e la sua Parola ci ricordano però che un potere difeso e imposto dalle armi non è servizio dell’uomo; che quando una “parola” è gridata contro l’altro e usata per dividere, non è vera. Ma il Vangelo ci ricorda anche che per stare con i fratelli che la vita ci ha donato è necessario anteporre il bene del “noi” alle mie piccole o grandi convinzioni.

È questo Pane che ogni domenica ci viene offerto nella Sua Parola e nelle nostre Eucaristie il nutrimento, la forza e la spinta che ci immerge nella vita che non ha fine.

Buona domenica.

 

                                                                                      Preghiera dei fanciulli

Caro Gesù

                   secondo me questa è la pagina di Vangelo perfetta per dire che Tu sei l’“amico scomodo” che aiuta a non sbagliare la vita.

Mi piace tanto la risposta di Pietro, ma se Tu oggi fai la stessa domanda anche a me (così ha detto il don a messa) io ti dico che No, non me ne voglio andare da Te perché Tu sei il mio amico scomodo che mi rende migliore.

Mi aiuta a stare con Te, Gesù. E mi piace, ogni domenica, leggere un pezzo del Tuo Vangelo.

Sento che mi insegna a fare bene e che mi dà la forza di vincere un po’ di pigrizia e un po’ di egoismo.

Gesù in queste calde domeniche di agosto Ti prego per chi non può permettersi le vacanze. Per chi è in guerra e per chi è in ospedale perché sta male.

Ciao “amico scomodo”. E grazie di esserci.

XIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO B

XIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO B

Giovanni 6, 41-51

[In quel tempo,] i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

 

Siamo fatti così: sembra che non si possa fare a meno di mormorare, di lamentarci, di criticare la vita e di fissare sempre e solo quello che ci manca, quanto non abbiamo. Era così ai tempi di Mosè quando il popolo di Israele – liberato dalla schiavitù in Egitto

– “mormora” (contro Mosè) nel deserto del Sinai. È così ai tempi di Gesù dove non solo i Giudei “si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo»” (Gv. 6,41), ma anche alcuni suoi discepoli (“Gesù sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza?», Gv. 6,61). Ed è così anche oggi dove sembra impossibile immaginare un vivere fuori e dentro le comunità cristiane senza mormorare contro qualcuno e senza chi esaspera l’azione del lamentarsi degli altri. Ed ecco una prima riflessione: mormorare è azione negativa perché usa la parola (creata per generare vita, amore e verità) sempre e soltanto contro qualcuno per innescare, anche con l’aiuto di menzogne e falsità, odio e morte. azioni finalizzate a distruggere, a uccidere, a creare odio.

L’evangelista è raffinatissimo al proposito: Gesù vede nella profondità del cuore umano: là dove nasce il mormorare che rompe la comunione con il fratello. Ma si noti il particolare: lo sguardo di Gesù non solo “vede” dove inizia lo sparlare dell’altro, ma propone anche parole di cura per guarire e liberare la nostra vita da questo male. E come ci cura Gesù? In due modi: in un primo momento donandoci la sua Parola perché il nostro parlare non sia orientato contro l’altro, ma solo e sempre teso a costruire comunione. Nel secondo momento proponendoci quel “mangiare insieme” – alla Tavola preparata da Lui e dove Lui si dona a noi come pane spezzato – perché la comunione vinca sulle divisioni generate da un uso scorretto della “parola”.

Parola e Pane eucaristico diventano così la cura e il nutrimento che il Signore Gesù ci dona per educarci al “parlare” che incontra, ascolta e serve l’altro. Esperto di umanità, Gesù sa molto bene che quando il “parlare” si porta “contro l’altro” si perde la libertà e si esce non solo dalla giustizia, ma anche dall’amore.

Solo un Dio-Parola poteva insegnarci a portare la nostra “parola” al servizio della vita e non contro chi ci vive accanto. Ma Gesù fa di più. Per evitare che la lezione sulla Parola sia troppo astratta, ci offre la sua Tavola e si offre a noi come Pane. Si tratta di uno sviluppo inatteso per il lettore: la Sua Tavola e “il pane vivo disceso dal cielo” che siamo invitati a mangiare, diventano così il nutrimento che ci insegnano a intrecciare silenzio e parola solo e sempre al servizio dell’amore e della giustizia.

Domanda molto concreta: non è questo ciò di cui abbiamo bisogno soprattutto oggi? Siamo tutti scontenti, stanchi e sfiniti a causa di questa pandemia. E non sapendo come sfogare la nostra rabbia, diventa quasi obbligato individuare qualcuno contro cui portarsi con critiche e mormorazioni di ogni tipo. Le piazze si riempiono di chi grida con forza e rabbia un solenne “No” a chi propone rimedi scomodi per fermare il contagio. Ma anche altri parlano contro altri. Tutti parlano. Tanto. Forse troppo e nessuno ascolta e dunque nessuno si incontra. Ognuno difende il suo orticello, la sua voglia di libertà (privata) e si impegna perché il suo parlare contro l’altro non venga mai tentato da logiche di ascolto delle ragioni altrui.

Gesù ci offre una nuova prospettiva. Ci chiede di fare silenzio; di ascoltare la Sua Parola e di parlare solo a tavola. Uno straordinario insegnamento per ricordarci che la libertà esiste solo nello stare insieme, a tavola e nella logica comunitaria (da solo nessuno è libero).

Uno straordinario insegnamento per ricordarci che Libertà e Comunità sono le due facce della stessa medaglia e non vanno (mai) separate perché corrono su due linee parallele, ma necessarie l'una al pieno completamento dell'altra.

Gran bella lezione per fermare il doloroso mormorare che non aiuta il Paese ad uscire dalle sue difficoltà (e per spingerci a stare insieme in modo più umano).

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

che brutta la parola “mormorare”. Primo perchédescrive un’azione possibile solo al negativo (chi mormora è sempre “contro” qualcuno!).

Secondo perché chi “mormora” lo deve fare alle spalle.

Anche con Te, Gesù, hanno fatto così: fanno finta di ascoltarTi, ma poi si informano sulla bottega dove lavori con Giuseppe o spiano mamma Maria perché non accettano che Tu sia del tutto come noi: in mezzo a noi e persino uguale a tutti noi.

Troppo bello per essere vero, ha pensato qualcuno. E così hanno iniziato a “mormorare” contro di Te.

Bella la tua risposta: “Gesù rispose loro: "Non mormorate tra  voi.”.

Aiutami Gesù a non sparlare mai alle spalle degli altri. E insegnami a parlare bene degli altri

Lo so: sembra una preghiera da piccoli, ma se Tu queste cose

le hai dette ai grandi, vuole dire che la mia richiesta è giusta.

Grazie Gesù.

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B con preghiera dei piccoli

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO B con preghiera dei piccoli

 

Giovanni 6, 24 - 35

24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

30Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? 31I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». 32Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. 33Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 34Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!    

 

Nella domanda dei discepoli di Gesù (“Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”) è nascosto quasi tutto il piccolo-grande dramma dell’umanità. Da una parte c’è il bisogno di dover fare sempre “qualcosa”. Non tanto per fuggire l’ozio (il padre di tutti i vizi), ma perché senza fare niente non siamo capaci a stare. Abbiamo paura (volte anche il terrore) che nel silenzio del fare niente la mente si attivi e sprigioni ansie, depressioni, critiche, rimorsi, etc. . Per questo vogliamo sempre “fare qualcosa”. Anche nel tempo del riposo e in vacanza: per non restare da soli con noi stessi. Il “dover fare sempre qualcosa” è anche un ottimo modo per non alimentare debiti. Regali e visite si devono restituire: così nessuno deve niente a nessuno. E la cosa – spesso e volentieri – la vorremmo applicare anche con Dio. La domanda della “folla” che segue Gesù, va in questa direzione. E la potremmo riscrivere così: “Dicci che cosa dobbiamo compiere per “fare” le opere di Dio. Noi lo facciamo e così ci mettiamo a posto la coscienza”.

La risposta di Gesù spiazza, disorienta e obbliga la “folla” a fare un passo in avanti. Chi pone l’interrogativo è convinto che il “fare” sia opera solo manuale. Gesù lo porta sul terreno del cuore e gli ricorda che il primo e il più grande “fare” è quello realizzato dalla propria capacità di vincere paure e resistenze per imparare a fidarsi e ad affidarsi al Padre del Signore Gesù. Il “fare” delle mani realizza “manufatti” (e la parola rende bene l’idea).

Il “fare” del cuore cambia l’esistenza, costruisce libertà interiore ed esteriore, insegna l’arte della leggerezza e costruisce relazioni nel segno della fiducia e soprattutto dell’amore.

Il credere proposto da Gesù (“crediate in colui che egli ha mandato”), non è adesione a verità di catechismo, ma modo di vivere libero e liberato di chi – grazie alla Parola di Gesù – ha imparato a fidarsi di Dio, del fratello e anche di se stesso.

Ed eccomi alla “messa in pratica di questi messaggi evangelici”. Non è forse vero che riducendo la fede nel Dio di Gesù abbiamo ridotto molto anche la fiducia nel mondo, nei fratelli e in noi stessi? Sono molti coloro che non hanno più il desiderio di accendere il televisore o di comperare giornali: “Troppe cose brutte – si dice – mi intristiscono solo!”. “Non mi fido più di nessuno, ripetono in molti, nemmeno degli amici. Ho preso troppe fregature. E così facendo costruiamo modelli di vita sempre più isolati, più soli, più depressi e – obbligatoriamente – blindati. Ma non fidarsi del prossimo obbliga a costruire continui e massacranti controlli su tutto e su tutti. Ieri ci si fidava dei giovani e dei figli. Molto più di oggi. E queste iniezioni di fiducia aiutavano i figli a diventare forti, responsabili e carichi della giusta autostima. Oggi telecamere e sistemi polizieschi di sorveglianza hanno invaso la nostra vita e le nostre anime. I nostri ragazzi e giovani non sono solo sorvegliati, ma spiati 24 ore al giorno con l’effetto – triste – che percepiscono la nostra sfiducia in loro e – inevitabilmente – crescono insicuri e fragili. Ma chi non si fida del prossimo, diventa sospettoso e carichi di insicurezze con se stesso. Quanti adulti ostentano certezze assolute, ma in realtà sono sgretolati dentro, pieni di paure, convinti di non valere e persino invidiosi di quanti ritengono di maggior valore e più forti.

San Giovanni entra nel nostro cuore e spazza via queste patologie legate alla sfiducia e ci ricorda che “affidarsi al Signore Gesù” – credere in colui che egli ha mandato” – non è atteggiamento da tenere solo in chiesa. È soprattutto scuola e cattedra che ci insegna anche a fidarci certamente di chi ci è vicino, ma – prima di tutto – di noi stessi.

E non c’è bisogno di grandi psicologi per capire che chi si fida del mondo, del prossimo e di se stesso non solo vive meglio, ma diventa piacevole da incontrare.

Gran bel regalo per l’avvio di questo agosto che auguro a tutti sereno.

 

                                                        Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                   i miei genitori sono andati a Cafarnao. Con un pellegrinaggio organizzato dalla nostra Parrocchia. Dicono che è stato un viaggio bellissimo. Anche se lo ammettono: si sono aggregati solo perché c’erano gli amici e gli zii.

Come è scritto nel vangelo di oggi: non cercavano Te. Volevano fare una bella esperienza insieme (come chi ti cerca perché Tu dai il pane gratis).

Poi però Tu li hai trovati. I posti, la guida, la preghiera…tutto è stato perfetto, hanno detto, ed il viaggio è diventato una grande scoperta di Te e del Tuo Vangelo.

Papà dice sempre che la traversata del Lago iniziata da Cafarnao è stata molto bella.

Ti prego Gesù: diventa Tu – per me e per tutta la mia famiglia – il “pane” che ci fa stare bene e che ci toglie la fame di cose inutili.

 

P.S. Da grande anch’io voglio andare nella Tua Terra.

XVII DOMENICA ANNO B con preghiera dei fanciulli

XVII DOMENICA ANNO B  con preghiera dei fanciulli  

 

Giovanni 6, 1-15

1Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse aFilippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9«C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 11Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». 15Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

 

La tesi di Gesù è chiara: con la sola logica del “comprare” non si può sfamare “la grande folla” che lo segue. E per evitare che i suoi discepoli (e noi, lettori del Vangelo) non capiscano l’insegnamento di Gesù, san Giovanni si prende la briga di spiegare il perché Gesù si sia espresso in quel modo con Filippo: “Diceva così per metterlo alla prova”.

Filippo sembra non capire: “Duecento denari non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Come dire che ci vorrebbe moltissimo denaro che non possiamo in nessun modo procurarci. Dunque – seguendo la logica pessimista di Filippo, economista superficiale – non si potrà sfamare quella gente. Andrea, fratello di Simon Pietro, apre una crepa di speranza nella rigidità mentale di chi si affida solo al denaro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci – anche se subito dopo aggiunge – ma che cos’è questo per tanta gente?”. Per Gesù è sufficiente. Prende spunto dal gesto di quel ragazzino che, forse, con fare ingenuo, si è reso disponibile a condividere il suo pranzo al sacco e inizia la “Sua” lezione. “Fateli sedere”, chiede. Perché il Maestro vuole che il Suo insegnamento venga assimilato, interiorizzato, capito e messo a fondamento di un nuovo modo di vivere. Prende il poco offerto dal ragazzino e compie su quella piccola offerta lo stesso gesto dell’ultima cena (“dopo aver reso grazie li diede a quelli che erano seduti”) e così facendo si avvia il miracolo che siamo soliti chiamare della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma che – più correttamente – dovremmo cominciare a definire come “il miracolo della condivisione”. Perché è questa la buona notizia che Gesù ci dona in questa calda domenica di luglio: per contrastare ingiustizie e povertà non basta il denaro e la sola logica del comprare non è sufficiente. La vera soluzione alla miseria di chi sta male (nel corpo, nello stomaco e nel cuore) è data dal coraggio che ciascuno di noi deve avere nel condividere il suo poco con chi ha meno. Solo così il mondo diventa un giardino e avanzano ancora “dodici canestri” (il numero “dodici” indica totalità e serve per dire che con ciò che avanza dal condividere si sfama il mondo intero).

Il 12 luglio scorso, è stato presentato “Lo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo” redatto in modo congiunto da ONU, FAO, UNICEF e alcune altre sigle di organismi internazionali per comunicare al mondo intero che “c’è stato un drammatico peggioramento della situazione della fame nel mondo nel 2020, e ciò è da ricollegarsi, in larga misura, alle ricadute della pandemia di COVID-19”. Per quanto non sia ancora stata effettuata una mappatura completa e precisa dell'impatto della pandemia sulla fame nel mondo, si calcola che un decimo della popolazione mondiale (fino a 811 milioni di persone) è sotto gli effetti della fame mentre 2 miliardi e 300 milioni di persone (circa il 30% della popolazione mondiale) è in pessime condizioni alimentari: malnutrita e con grosse difficoltà a fare tre pasti al giorno.

Ben tre miliardi di adulti e bambini – dunque – lontani da una sana alimentazione.

Letto con questa finestra sul mondo il nostro Vangelo diventa non solo bello, consolante e commovente, ma anche profetico e in grado di smuoverci perché l’indifferenza non attanagli il nostro cuore di adulti, di educatori e di conseguenza quello dei giovani.

Quel ragazzino che condivide il suo poco con la comunità, deve diventare la cifra che spinge i nostri giovani – e noi, loro educatori – a vivere immersi in quella generosità, attenzione agli altri e condivisione che rendono beata, bella, riuscita e carica di senso la vita.

A partire dal quotidiano e dal quartiere in cui si è immersi.

Buon riposo a tutti.

 

            

                                            Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                     ho letto sul giornale che nel mondo sono più di 800 milioni le persone che hanno sofferto la fame nel 2020 (una su dieci), 60 milioni in più rispetto a cinque anni fa. A questi si aggiungono 2 miliardi di persone che mangiano poco, male e senza mai togliersi del tutto la fame (un terzo della popolazione soffre di malnutrizione).

Hai ragione Tu, Gesù: non è giusto dividere il mondo tra chi ha i soldi per comprarsi il cibo e chi deve morire di fame perché senza denaro. Per questo hai messo alla prova Filippo: per aiutarci a capire che per risolvere il problema della fame nel mondo non bastano i soldi.

Gesù, voglio anch’io fare come quel ragazzino e imparare a condividere ciò che ho con chi non ha nulla.

Grazie Gesù perché mi fai venire voglia di vivere bene e di fare cose grandi.

XVI DOMENICA PER ANNUM B

XVI DOMENICA  PER ANNUM B con  preghiera dei piccoli

Marco  6, 30-34

30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.  

 

Nella prima metà del Novecento, le “vacanze” erano esperienza di pochissimi. Campi e fabbrica non concedevano grandi viaggi o lunghi congedi. Pochi giorni di sospensione lavoro attorno a Ferragosto; una merenda sui prati nei pressi di un Santuario con tutta la famiglia e – magari – una mano di bianco in cucina. Niente di più.

Poi è arrivato il boom economico. Sono iniziati i grandi viaggi per raggiungere le rinomate mete turistiche, le case affittate al mare o ai monti e poco dopo voli, crociere, alberghi all inclusive, i grandi spostamenti fino all’obbligo, per alcuni, di dover fare piccoli mutui perché “costretti” ad andare in vacanza. Con il rischio di tornare dal soggiorno estivo non solo più indebitati, ma anche più stanchi di quando si è partiti. Segno che forse la pratica della vacanza come oggi la viviamo non sempre promuove il riposo e la crescita personale. Ed è per questo motivo che Gesù non parla mai – ai suoi discepoli – di “vacanza”, ma sempre di “riposo”. Perché Gesù – esperto di umanità – sa molto bene che ciò che riposa il cuore, la mente e il corpo di tutti noi non è la “vacanza” intesa come l’ingresso nel “vuoto” (da cui deriva la parola) di chi non vuole fare niente, ma quel riposo che si costruisce con precise pratiche e determinate scelte.

Proviamo a prendere sul serio le parole di Gesù sul tema delle vacanze o del riposo: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”.

Il primo dato che colpisce è l’invio di Gesù a portarsi “in disparte”. Un vero e proprio impegno a posizionarsi dalla parte opposta del lavoro, del correre o del “fare”. Gesù non chiede di scappare da tutto e di andare lontano dove si può e si deve solo oziare. La richiesta di Gesù è più leggera e più impegnativa: recarsi dove è possibile ritrovare se stessi. Per imparare a stare un po’ da soli; in disparte, in compagnia di quel silenzio che rigenera la vita tutta. Ma anche per stare con gli affetti più cari in vera libertà e per regalarsi un po’ di tempo – alleggerito dagli affanni del lavoro – per restare con Lui: il senso, l’inizio e il principio della nostra vita.

Noto con stupore sempre imbarazzante che per la stragrande maggioranza anche dei credenti concedersi una messa feriale, una pausa quotidiana di sosta spirituale in chiesa (in un angolo preparato per favorire il raccoglimento e un momento di vita spirituale) o un piccolo approfondimento del Vangelo, suoni come atteggiamento da vecchi. Giovane – per questo modo di pensare – è chi fa le ore piccole, chi corre soprattutto d’estate, chi va in discoteca e non chi si mette al fondo di una cappella – in disparte – per ritrovare se stesso. Per dirla con il sottofondo delle parabole: il primo tornò a settembre carico di debiti, più stanco di prima, con alcune tensioni scoppiate all’interno della banda di amici con cui ha condiviso lo stress estivo e bisognoso di riposo dalle vacanze. Il secondo riprese la vita ordinaria dell’anno sociale rigenerato, interiormente cresciuto e decisamente cambiato nel modo di pensare e anche di amare. Risultato: tanti giovani sono vecchi dentro mentre molte persone avanti negli anni sono giovani dentro: vispi, leggeri, liberi e immersi nelle pratiche di amore che fanno stare bene.

Chiediamo che Gesù buon Pastore sostenga – in questa estate 2021 – il nostro profondo desiderio di riposo; che ci insegni a stare in disparte con Lui e dalla parte della libertà interiore per aiutarci a ricaricare la nostra vita. Un ricordo specialissimo a chi, in questi mesi di caldo, è malato, anziano, solo, in carcere o sulla strada. Il giusto e meritato riposo non ci porti mai a dimenticare o a calpestare chi è al fondo della fila.

Buon riposo a tutti.

                                                                      Preghiera dei piccoli

 

Caro Gesù,

                    è la prima volta che ci faccio caso: Tu non parli mai di vacanze, di ferie o di crociere organizzate per divertirsi. Forse perché sai molto bene che il rischio di tornare dalle vacanze più stanchi di quando si è partiti è sempre possibile.

Tu ai tuoi discepoli parli di “riposo”, proponi “posti in disparte” e fai persino riferimento al deserto.

Per spiegare a tutti noi che le vere vacanze non sono quelle che ci fanno andare lontano, ma quelle che ci aiutano a stare bene: con noi stessi e con gli amici.

Per questo Tu parli in modo diverso di “riposo”.

E hai ragione Tu. Nelle vere vacanze ci si riposa, non si è tristi e non si litiga mai.

Grazie Gesù. E visto che sei Tu il mio amico scomodo, voglio stare un po’ di più con Te, in queste vacanze.

Promesso.