Preghiere poesie

XXI DOMENICA ANNO A

                                  XXI  DOMENICA  ANNO A con preghiera dei piccoli

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.   (Matteo 16,13 – 20)

La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. A livello superficiale Gesù sta conducendo un sondaggio sulla sua persona. E anziché affidarsi a sociologi esperti nell’arte del trasformare in numeri gli orientamenti sociali e politici delle persone, decide di farsi aiutare da quanti lo stanno seguendo. Chi Lo segue accetta la richiesta e prova a rispondere: “Alcuni dicono Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia…”. Ma quando Gesù sposta l’asse della domanda dal piano impersonale (la gente!) alla seconda persona plurale: “Ma voi chi dite che io sia?”, i discepoli capiscono che non sono all’interno di un sondaggio, ma nel cuore della catechesi proposta dal vero Figlio dell’Uomo. Anche perché Gesù sa molto bene che è questa la domanda chiave della vita che ognuno di noi prima o poi deve affrontare se vuole stare bene: decidere chi è Gesù di Nazaret. Solo chi prova a rispondere al quesito che Gesù ha posto ieri a quanti lo seguivano (e che pone oggi a ciascuno di noi!), entra pienamente - con libertà e saggezza - nel mistero della vita.

L’evangelista è un abile narratore, ma anche un valido ed un esperto catechista e proprio a metà del suo scritto pone al suo lettore - e a tutti noi - la domanda su chi è, per ciascuno di noi, Gesù di Nazaret. Matteo, però, non lascia solo il suo lettore. Pone, nella domanda di Gesù, un “aiutino” perché chi ascolta il quesito possa essere guidato nel trovare la risposta. Per capirci: Gesù vuole sapere che cosa dice la gente del “Figlio dell’uomo”. Così facendo, però, attribuisce a sé stesso il titolo di Figlio dell’Uomo (usato dal profeta Ezechiele e da Daniele) per aiutare quanti lo seguono a capire che in Lui c’è la piena umanità che ogni essere umano cerca, insegue e vorrebbe raggiungere.

Gesù non si identifica con il Figlio di Davide (che ricostituisce l’esercito di Israele e che distrugge i nemici del suo popolo); Gesù presenta sé stesso come il Figlio dell’Uomo per dire che in Lui, Figlio di Dio, è presente anche la piena umanità. Ed ecco il messaggio che l’evangelista ci vuole lasciare: Gesù è la “carne” di Dio, il volto, la voce e il cuore di Dio che ci incontra nella nostra stessa umanità.

Pietro non è pienamente consapevole di quanto sta per rispondere. Ed anche questo particolare è bello: perché ci ricorda che nella fede convivono il dubbio, la paura, la resistenza a fidarsi di un Maestro scomodo che salda la libertà con la verità, ma - nonostante queste fragilità - Simon Pietro si lascia guidare dallo Spirito Santo e dice ciò che ancora non capisce pienamente: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (ma che comprenderà sempre meglio continuando a camminare al seguito del Suo Maestro).

Non è facile, per Simon Pietro, “credere” che l’umanità di Gesù (il suo essere Figlio dell’Uomo) è la sola realtà in cui si manifesta il Figlio di Dio. Simon Pietro deve abbandonare i suoi vecchi schemi mentali e capire che non ha più senso aspettare il Figlio di Davide intriso di logiche di potere e capace di vincere, di dominare e di sterminare i nemici del suo popolo. Camminando al seguito di Gesù, però, Simon Pietro capirà definitivamente che Gesù di Nazaret è il Figlio dell’Uomo che ci spiega come essere “beati”, dove abita la felicità, che cosa ci rende “grandi” per davvero e che ci insegna ad esercitare il rigenerante perdono verso di noi e verso gli altri. Ma è un cammino che Simon Piero ha intrapreso al seguito di Gesù di Nazaret e che a Cesare di Filippo è decollato.

Adesso - ci dice san Matteo - tocca a noi andare con Gesù e seguirlo fino a Cesarea di Flippo (circa 180 Km a nord di Gerusalemme). Per prendere coscienza che la Sua proposta è diversa da quelle che normalmente ci vengono proposte per essere felici: spiagge da vip, resort costosi, barche sufficientemente ampie e comode, ville ai monti o al mare, escursioni e viaggi in Paesi esotici e lontani…, etc. Tutte soluzioni e iniziative che rischiano di vederci tornare più stanchi di quando siamo partiti, a volte frustrati per servizi non pienamente soddisfacenti, ma soprattutto con il cuore carico delle stesse ansie, delle uguali amarezze e delle solite depressioni che solo in Gesù si placano e si curano.

Dedicare qualche ora in queste calde domeniche di fine estate per rispondere al quesito che ci pone Gesù, è premessa di libertà, di riposo autentico e di vera ripartenza!

 

                                                   Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

             per noi bambini l’eroe vero è quello duro e forte; è quello che non si commuove mai, che non piange, che non conosce la parola scusa ed è quello che, con la spada, vince sempre e che non la ripone mai nel fodero!

Tu – come sempre – mi spiazzi e ci dici che la “roccia” su cui vuoi fondare la Tua chiesa è Simone.

Ma Ti ricordi, Gesù, cosa ha fatto Pietro? Ti ha tradito, ha pianto, si è nascosto, ha negato di conoscerti e non ha mantenuto la parola di dare la sua vita per Te. (Gv.13,37).

Gesù se ho capito bene, per Te non è “forte” chi non piange mai, ma chi ammette i suoi errori e prova a cambiare.

Per Te il vero “grande” è chi sa chiedere scusa e chi crede che può essere perdonato.

Gesù, hai sempre ragione Tu. Ed è bello riconoscerlo.

 

P.S. Dona Tu, Gesù, la Tua benedizione speciale a Papa Francesco.

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

TRASFIGURAZIONE  DEL SIGNORE  con preghiera dei piccoli

Dal vangelo secondo Matteo 17, 1 – 9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

L’evangelista Matteo vuole fare capire al suo lettore che le lezioni impartite da Gesù non sono (ancora) riuscite a “bucare” le dure pareti mentali del “buon senso”. Il Maestro parla di amore per tutti, di dare la vita, di perderla e di servire. Ma loro – come accade anche a noi – non riescono proprio ad entrare in quella mentalità. Non la capiscono perché è distante anni luce dal loro modo di vivere.

Gesù Maestro non si scoraggia. Sa molto bene che se i suoi alunni non capiscono la sua lezione, non basta sgridare o insultare chi non riesce ad entrare nell’insegnamento impartito: è necessario cambiare il modo di fare la lezione. Per questo li prende con sé e li porta su un monte, in alto e in disparte: per dimostrare loro – oltre le sole parole – che il Suo scendere inaugurato nel momento del battesimo (capitolo 1), non è movimento fine a sé stesso, ma la vera grande premessa per incontrare la libertà, la giustizia e per essere beati.

 Pochissimi versetti prima di questo racconto, san Matteo scrive che: “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.” (Mt. 16,21ss). Pietro inorridisce. E l’evangelista non sfuma il tono con cui Simone corregge e rimprovera Gesù: “Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»” (Mt. 16, 22). Pensa, ragiona e parla come il diavolo che tenta Gesù sul monte, ci fa capire l’evangelista. Ed è per questo che Gesù prende i suoi tre discepoli “testoni” (uno anche di nome, perché “Pietro” vuole anche dire “testa dura”) e li porta sul monte: per contrastare i pensieri che provengono dal diavolo e per mostrare, s-velare e rivelare loro il senso profondo, bello e umano della vera Gloria. Quel salire sul monte alto da parte di Gesù e quel portare con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, è una “coccola” che il Maestro decide di fare a tutti coloro che lo seguono perché cambino modo di vedere, di pensare e soprattutto di agire. Gesù vuole mostrare ai tre, ma a tutti coloro che si confrontano con questa pagina raccontata dall’evangelista che la gloria presentata e offerta dal diavolo (potere, vittoria, successo ed egoismo) rende la vita triste, scontenta e – di fatto – sbagliata. La vera Gloria (con la G maiuscola) è quella che Gesù sa rendere operante dopo il venerdì santo e con il mattino di Pasqua, ma che passa inevitabilmente per il dono della Sua vita in croce. Gesù – sia chiaro – non ha cercato croce e dolore per il gusto di soffrire. L’esatto contrario: ha fatto di tutto per non essere arrestato prima del tempo, ma intuito e capito che non poteva evitare quel “passaggio”, non è scappato e non si è sottratto al dono di sé fino alla morte in croce. Così facendo ci ha detto che si è liberi quando si vive per Dio e per i fratelli, non quando si insegue il proprio io e si calpestano Dio e i fratelli pur di stare bene da soli.

I tre sono ancor distanti da questa logica. Pietro si sente persino escluso dal dialogo tra Gesù e Mosè ed Elia e per uscire dal suo isolamento propone a Gesù la costruzione di tre tende, tre capanne perché loro restino per sempre su quel monte. È la tentazione di tutti noi quando si ha l’impressione che le cose vadano bene: fermare il tempo, chiudersi nel momento positivo che si sta vivendo e puntare i piedi per non più avanzare. Per certi aspetti è anche la fotografia del nostro occidente: abbiamo raggiunto livelli alti di benessere e non vorremmo disturbi nel nostro vivere ovattati. Guerre e migranti non possono essere ignorati, ma a volte disturbano perché se ci si concentra con la dovuta attenzione, questi temi ci chiedono di cambiare e di vivere in modo diverso. Forse anche per questo il nostro Ministro – nel commentare la tragedia degli immigrati che si è consumata sulle coste della Calabria – ha preferito dare la colpa del naufragio alle vittime, come ha detto l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice: perché assumersi le nostre responsabilità e cambiare modo di vedere, di pensare e di agire costa fatica. È la sola strada, però, che ci porta all’essere liberi e nella verità. Come dice la preghiera che  è girata in rete: “Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare, uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto, busseresti alle porte dei governi per rivendicare la vita”.

Il segreto della vita e della nostra fede è tutto qui: scendere dal monte perché convinti che solo Gesù ci offre la gloria, la gioia e la libertà che cerchiamo. Scendere dal monte e fissare solo Gesù (nessun altro) che si rende presente in chi sta male, in chi è sulla zattera che cerca speranza e che ci guarda domandandoci: “E se fossi tuo figlio?”.

Solo l’ascolto di questa voce e di questa domanda ci rende veri, umani e liberi. Ed è in quella umanità ferita, debole e perdente che abita Gesù. Fissare e seguire solo questo Gesù è il senso della nostra quaresima. Buon cammino.

 

 Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

 oggi ho capito perché hai scelto Pietro, Giacomo e Giovanni per portarli con Te “su un alto monte” e per trasfigurarti davanti a loro: perché sono i primi che non accettano i tuoi discorsi.

 E un po’ li capisco: sognano da sempre un Messia forte e vittorioso su tutti e Tu continui a parlare loro di arresto, di croce, di sconfitte e di morte.  È normale che si ribellino a queste parole. Ed è anche per questo, secondo me, che “caddero a terra e furono presi da grande timore”.   Ma chi non sarebbe crollato?

Tu li hai portati sull’alto monte, come quello delle beatitudini, e ti sei fatto vedere con il “volto brillante” per spiegare loro che con Te l’amore vince sull’odio e la vita sulla morte.

Gesù porta anche me sul monte. Aiuta anche me a capire che essere buoni, perdonare, imparare a perdere e stare dalla parte di chi è più debole rende bello il volto, la vita e il vivere.

MI PRESENTO: SONO IL SILENZIO

MI PRESENTO: SONO IL SILENZIO di Pino Pellegrino

 

Per favore. Lasciatemi, una volta tanto, prendere la parola.
Lo so che è paradossale che il silenzio parli. E' contrario al mio carattere schivo e riservato.
Però sento il dovere di parlare: voi uomini non mi conoscete abbastanza!
Ecco, quindi, qualcosa di me.
Intanto le mie origini sono assolutamente nobili.
Prima che il mondo fosse, tutto era silenzio. Non un silenzio vuoto, no, ma traboccante.
Così traboccante che una parola sola detta dentro di me ha fatto tutto!
Poi, però, ho dovuto fare i conti con una lama invisibile che mi taglia dentro: il rumore!
Ebbene lasciate che ve lo dica subito: non immaginate cosa perdete ferendomi! Il baccano non vi dà mai una mano!
Io, invece, sì.
Io sono un'officina nella quale si fabbricano le idee più profonde, dove si costruiscono le parole che fanno succedere qualcosa.
Io sono come l'uovo del cardellino: la custodia del cantare e del volare. Simpatico, no?
Io segno i momenti più belli della vita: quello dei nove mesi, quello delle coccole, quello dello sguardo degli innamorati...
Segno anche i momenti più seri: i momenti del dolore, della sofferenza, della morte.
No, non mi sto elogiando, ma dicendo la pura verità.
Io mi inerpico sulle vette ove nidificano le aquile. Io scendo negli abissi degli oceani. Io vado a contare le stelle...
Io vi regalo momenti di pace, di stupore, di meraviglia.
Io sono il sentiero che conduce al paese dell'anima. Sono il trampolino di lancio della preghiera. Sono, addirittura, il recinto di Dio!
Ecco qualcosa di me.
Scusatemi se ho interrotto i vostri rumori e le vostre chiacchiere.
Prima di lasciarci, però, permettete che riassuma tutto in sole quattro parole:
Custoditemi e sarete custoditi!
Proteggetemi e sarete protetti!
                                               

Dal vostro primo alleato
Il Silenzio

 

(immagine: https://pixabay.com/it/illustrations/paesaggio-natura-contemplare-4444133/)

XVI DOMENICA ANNO

 

                     XVI DOMENICA ANNO A con preghiera dei piccoli

 

Dal Vangelo secondo Matteo 13, 24 - 43

In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola, dicendo: "Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. …

26Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. … E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?".  29"No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.  30Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura.

 

Tre parabole che fanno ormai parte del patrimonio sapienziale della vita cristiana. E che devono diventare la colonna sonora della nostra vita, se vogliamo gustare la bellezza della libertà impregnata di bontà. Dedichiamo un istante a ciascuna delle tre parabole.

E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?". "No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura.

È la più insidiosa delle tentazioni: decidere di allontanare dalla vita comunitaria chi si ritiene che sia portatore di diversità e dunque da considerare una minaccia per il bene comune. Ma decidere chi è puro e chi è impuro - ormai lo sappiamo - è una patologia che avvelena l’esistenza di tutti, nessuno escluso. Vale per la vita sociale e politica (le ingiuste leggi razziali del ’38 e del ’39 che, per vergogna, vorremmo non ricordare, non sono nate per allontanare dalla “comunità civile” chi aveva la sola “colpa” di essere nato da genitori di origine ebraica?). Ma vale anche per le nostre chiese e comunità cristiane. Giudicare e condannare gli altri, rende la vita un inferno e - prima o poi - porta a giudicare e a condannare anche sé stessi. E chi non impara a perdonare le sue imperfezioni e a lasciare che il Dio di Gesù accolga e perdoni anche le sue fragilità, smarrisce sia la strada della gioia che quella dell’amore.

Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto.

È raro incontrare un segno di gloria, di successo e di grandezza incastonato nella cornice dell’orto! Normalmente per raffigurare, con immagine botaniche, prestigio e onore si fa riferimento ad alti alberi dal grande fusto e inseriti in folte foreste. Il profeta Ezechiele parlava del Regno di Dio come di un immenso cedro sull’alto monte di Israele (Ez. 17). Gesù è esperto di umanità e sa molto bene che dal desiderio di fare bene alla follia del voler contare più degli altri per collocarsi sopra il prossimo, il passo è breve. E a chi vuole diventare famoso, un campione o un artista di successo, Gesù propone di crescere in bontà per diventare il primo - il più grande - che si china a servire chi è nel bisogno.

"Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata".

San Matteo accenna all’episodio in cui Abramo e Sara impastano tre misure di farina per accogliere i tre uomini che annunciano agli anziani coniugi che stanno per ricevere il dono di un figlio (Genesi 18). L’evangelista vuole spiegare ai dubbiosi che nulla è impossibile a Dio. E “nulla” vuole dire “nulla”! Il che significa che quando siamo tentati di credere che il “mio” problema si presenti come senza soluzioni, dobbiamo ricordare che il lievito della grazia di Dio si impasta con la nostra condizione fino ad aiutarci a trovare quel filo di luce e di speranza che avevamo smarrito e che credevamo non esistesse.

Tre parabole e tre grandi messaggi. Carichi di sapienza e di speranza. Da un lato per imparare a non puntare il dito contro nessuno e a non giudicare chi ci vive accanto. Per scoprirci liberi dentro e capaci di relazioni vere nel segno dell’accoglienza, della bontà e del perdono (reciproco). Dall’altro lato per aiutarci a sradicare da noi quelle velenose ambizioni che ci spingono a sognare (per noi, ma spesso per i nostri figli) postazioni, risultati e ruoli sociali “sopra” gli altri. Il granello di senapa e l’orto di cui parla Gesù ci spingono dall’altra parte e ci ricordano che il solo modo per salire è quello dato dallo scendere verso chi è più debole. Per entrare nelle stanze della gioia (purtroppo oggi quasi sempre vuote!).

Mentre prendere coscienza che non esiste problema senza soluzione è una simpatica “certezza” del crescere e del vivere. Che ci aiuta a cogliere la presenza di Dio accanto a noi tanto quando tutto scivola via leggero (e, in questi casi, lo si ringrazia), ma anche quando fatiche, difficoltà e ostacoli bussano alla nostra vita (e, in questi casi, lo si invoca e gli si chiede l’aiuto per intravedere quella speranza presente, ma che non si riesce ancora a vedere).

Considerato il tempo estivo e i contesti di vacanza in cui siamo immersi (con giorni di riposo già fatti o ancor da fare) un gran bel dono di sapienza questo passo del Vangelo di Matteo. Buona domenica.

 

 

                                                                          Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                 hai ragione Tu: non ha senso dividere il mondo in buoni e cattivi. Nel campo di grano c’è sempre anche un po’ di zizzania. E viceversa.

Gesù grazie perché oggi mi hai insegnato che la zizzania non cresce solo nel campo degli altri, ma anche nel mio cuore.

Ti prego, Gesù, ricordami sempre che a forza di giudicare gli altri prima o poi si finisce per fare del male anche a se stessi.

Gesù rendimi capace di perdonare gli altri e aiutami a non diventare troppo severo quando sbaglio.

Ancora un pensiero, Gesù.

Mia nonna dice sempre a tutti “Impara ad aspettare. Perché chi vuole tutto e subito non diventa grande!”.

Ho pensato a lei quando ho ascoltato questa parabola.

Secondo me sei Tu che le hai donato questa saggezza.

Insegnami ad aspettare, Gesù, e grazie perché alla Tua scuola non si finisce mai di imparare.

XV DOMENICA ANNO A

XV DOMENICA  ANNO A per piccoli

Dal Vangelo secondo Matteo 13, 1- 23

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. 2Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. 3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: "Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò.  7Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi ha orecchi, ascolti".

 

 

Caro Gesù,

            il mese scorso, in treno, pensavo a Te. Stavo andando dai nonni con mamma e papà. Fissavo fuori dal finestrino mentre viaggiavamo in mezzo alla campagna.

In alcuni campi di grano il raccolto era già stato fatto e le balle di paglia sembravano pronte per fare una gara; in altri campi, il grano era ancora da raccogliere ed il vento muoveva le spighe e sembravano delle onde sul mare.

Pensavo alla Tua parabola del seminatore. È vero che tanto seme cade su terreni sbagliati e viene sprecato, ma alla fine molto seme finisce nel posto giusto e dà molto frutto.

Gesù, anch’io qualche volta sono come la strada, come il terreno sassoso e come i rovi.

Aiutami Tu a diventare un “terreno buono”.

Grazie Gesù perché il Tuo Vangelo una volta letto esce dalle cose di chiesa e lo ritrovo dappertutto. Anche in treno (guardando dal finestrino e pensando alle Tue parabole.

XIV DOMENICA ANNO A

XIV DOMENICA  ANNO A  con preghiera dei piccoli

 

Dal Vangelo di Matteo 11, 25 – 30

 

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai semplici. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto mi è stato consegnato dal Padre mio; nessuno riconosce il Figlio se non il Padre, e nessuno riconosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo. Venite a me, voi tutti, che vi affaticate e siete carichi di pesi, e io vi farò riposare. Prendete su di voi il mio giogo e  diventate miei discepoli, perché io sono mansueto e umile di cuore, e voi troverete riposo per le vostre vite. Il mio giogo infatti è   soave e il mio carico leggero».

 

La domanda è obbligata: chi sono gli stanchi e gli oppressi a cui si rivolge Gesù? San Matteo - che compone questo testo - non ha in mente quanti sono sfiniti dal lavoro e da sforzi fisici ordinari e straordinari. L’evangelista pensa a chi vorrebbe obbedire e rispettare la Legge che Dio ha dato al suo popolo attraverso Mosè, mentre - in realtà - si sperimenta incapace di osservarla. Un vero e proprio circolo vizioso: la Legge mi dice cosa devo fare per essere puro e gradito a Dio, ma io non riesco ad attuare quanto prescritto. È questa drammatica condizione del cuore umano che rende i credenti nel Dio di Mosè stanchi e oppressi.Stanchi” perché il non riuscire a realizzare quanto si vorrebbe, genera dolorosi sensi di colpa i quali, lo sappiamo, rendono il cuore e il corpo umano sfiniti, spossati e senza forze. “Oppressi” perché la Legge che Dio ha dato a Mosè diventa - per chi non riesce ad osservarla - un macigno che appesantisce il vivere, che toglie il respiro e che condanna.

Gesù non si propone come un sindacalista che si pone l’obiettivo di passare da 48 ore di lavoro settimanale a 35 o 40. Gesù invita chi lo segue e chi lo ascolta a sperimentare la dolcezza della sua nuova Legge (le beatitudini) che se vissute in compagnia del Signore risorto rendono il vivere leggero, spedito e beato. Simpatico il linguaggio utilizzato dal Maestro esperto di parole: il “giogo” - conosciuto da tutti i suoi interlocutori come simbolo di oppressione e di schiavitù - viene interpretato dalle parole di Gesù come elemento che unisce - nell’amore - il Maestro al discepolo e che rende possibile attuare la sua nuova Legge. Non solo: Gesù dice a chi lo ascolta - a noi che in questa calda domenica di luglio preghiamo con questo passo del Vangelo - che Lui ci aiuta ad attuare la sua nuova Legge perché Lui è il Dio-con-noi, ma è anche uno di noi! Quando Gesù dice “Io sono mite e umile di cuore” riprende una delle sue beatitudini - beati i miti: Mt. 5,5 - e così facendo si presenta a noi come uno senza terra, al fondo della fila, piccolo, diseredato e senza niente. Al punto che ci basta incontrare, sostenere e servire uno di questi piccoli, per riuscire a stare con Lui e a rispettare la sua nuova Legge.

La Legge data a Mosè accende sensi di colpa (per il fatto che non si riesce ad osservare) e rende stanchi e oppressi perché crea quel senso di inadeguatezza che è l’opposto del riposo.

Le beatitudini date da Gesù alla sua comunità ci uniscono a Lui (la funzione del giogo è questa: tenere insieme il discepolo al Suo Maestro nello spazio dell’amore) e ci ricordano che nel servizio al piccolo siamo con Lui che si identifica con chi è “mite” (senza nulla) e “umile di cuore” (debole e al fondo della fila).

Curioso notare come le parole si pieghino a significati diversi e sempre nuovi. Anche oggi sono tanti coloro che si sentono “stanchi e oppressi”. E non più come nel secolo scorso perché piegati da lavori massacranti per tenere insieme il pranzo con la cena. Oggi sono tanti coloro che sono stanchi anche se molti di loro sono alle prese con lavori decisamente meno pesanti di ieri. Sono stanchi e oppressi dalla noia, dallo stress, dall’ansia e da vacanze, viaggi, gite da organizzare, da giorni liberi e da trasferte o da crociere che non consegnano il riposo promesso.

Siamo stanchi e oppressi anche noi. Nonostante i preziosi traguardi ottenuti dalla tecnica e dalle giuste conquiste sociali che ci hanno insegnato a intrecciare il lavoro con il riposo per fare del tempo libero uno spazio di crescita personale e relazionale. Siamo stanchi perché abbiamo i figli da seguire, ma siamo stanchi anche perché i figli non si fanno seguire, non ci sono o non arrivano. Ci stancano le relazioni, ma ci svuotano anche le solitudini, le rotture e le divisioni che fanno male e che distruggono sogni, progetti e famiglie. Siamo stanchi perché si lavora tanto, troppo o male, ma stanca e opprime anche la disoccupazione e quel senso di inutilità dato dalla disoccupazione. Più in profondità - però - siamo stanchi perché siamo lontani dal Signore Gesù e non siamo più capaci a stare - con Lui - sotto il solo “giogo” che ci rende liberi e che rende leggera la nostra esistenza: Gesù di Nazaret. Abbiamo scelto di stare sotto altri gioghi (carriera, denaro, autonomia assoluta, prestigio, potere, relazioni ammalate, etc.), ma - con amarezza - dobbiamo riconoscere che nessuno di questi gioghi è dolce e che di nessuno di questi gioghi il peso è leggero. Per chi è piegato dai sensi di colpa e per chi è appesantito da stress e stanchezze insopportabili, il capitolo 11 di san Matteo si propone come un vero inno alla libertà e alla gioia.

Buona domenica e buon mese di luglio.

                                                                                                    Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                      Tu hai detto “giogo”, ma io ho capito “gioco”. E così non mi tornava il senso della Tua frase. Poi ho chiesto a mio nonno e lui mi ha spiegato che il giogo è il pezzo di legno che si lega sui buoi per portarli a lavorare nei campi senza bloccarli.

Gesù mi piace questo tuo modo di parlare sempre “attaccato” alla vita di tutti i giorni.

In pratica hai detto che Tu ci guidi senza mai schiacciarci e senza mai bloccarci.

Grazie anche perché ci inviti a “imparare da me che sono mite e umile di cuore”. Niente libri, nessuna lezione speciale e niente da imparare a memoria.

La sola cosa che dobbiamo fare è stare con Te e farci guidare da Te.

Gesù resta Tu il mio Maestro.

E dona alla nostra Europa la Pace che solo Tu sai consegnare.

XII DOMENICA ANNO A 25 giugno 2023

XII DOMENICA  ANNO A  25 giugno 2023

Dal Vangelo secondo Matteo 10, 26 - 33

  (In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli): Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. … 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!

 

 

Caro Gesù,

       che belli i tuoi esempi che parlano dei passeri del Cielo che il Padre Tuo non abbandona mai e dei capelli del nostro capo conosciuti e “contati” da Te.

Oggi mi sento davvero come un uccellino del cielo nel palmo della Tua mano.

Nonno dice sempre che Dio è buono.

E vuole che la impariamo anche noi nipoti questa preghiera. Per capire che Dio si occupa di noi, sempre. E che non ci abbandona mai.

Grazie Gesù perché il volto di Dio sei Tu.

Sei Tu che ci fai vedere il Padre e che ci fai toccare con mano che Lui è buono. Sempre.

Aiutami, Gesù, a fidarmi di Te e a non aver paura a seguirTi.

E grazie Gesù anche perché non ci togli le paure che – come dice il mio maestro – sono utili e preziose. Ma ci aiuti ad attraversarle, ad affrontarle e a vincerle.

Tienimi sempre, Gesù, nel palmo della Tua mano.

Ho un debole per quelle persone

Ho un debole per quelle persone 
che sanno di essere fortunate. 
Che ne hanno passate 
di tutti i colori.
E perciò vivono colorate.
Che non hanno bisogno 
di nascondere gli altri
per sentirsi giganti.
Che tutti portiamo dentro
nascosto da qualche parte
un dolore che non passa mai. 
Qualcosa che ci ha cambiati per sempre. 
Ma non per questo ci sentiamo più grandi. 
Ma non per questo ci sentiamo migliori.

Ho un debole per quelle persone.
Che spente le luci, rimangono accese. 
Che chiuso un amore, rimangono vive.
Che sciolto il trucco, rimangono vere. 
Ho un debole per le persone
attente a toccare.
Che una carezza quando incontra un livido 
si fa ricordo.

Ho un debole per quelle persone
che hanno lottato.
E in silenzio hanno vinto.
Che dal giorno in cui sono uscite
dal loro buio
soffrono di felicità ossessiva compulsiva.
Che non hanno mai rinunciato
alla loro dolcezza.
Che non si sono piegate alla rabbia
quando la rabbia era l’unico modo 
per farsi ascoltare.

Ho un debole per quelle persone
che sanno che insistere
significa violentare.
Che rispettano un “no, grazie”
senza aggiungere altro.
Che dev’esserci un motivo
per entrare nella vita di una persona.
E quel motivo dev’essere chiaro.
Sempre.
Che essere gentili
non vuol dire essere stupidi.
Che conoscono il peso delle parole
e non te le scagliano contro
per difendersi.
Che rispettano la solitudine.
Perché sanno che una persona
custodisce lì, tutto ciò che non si può raccontare.
Tutto ciò che non vuol essere trovato.

Ho un debole per quelle persone
che quando camminano per strada
e incrociano il tuo sguardo
per un istante sorridono.
Le adoro.
Mi mandano letteralmente
fuori di cuore.

Andrew Faber

FESTA DEL CORPUS DOMINI 2023

Gv 6, 51-58
Dal Vangelo secondo Giovanni 3, 16 - 18

     FESTA DEL CORPUS DOMINI 2023

In quel tempo, Gesù disse alla folla:  «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

Una quarantina di Paesi in crisi alimentare dipendono dal grano ucraino e russo. I nomi dei Paesi sono noti: Etiopia, Nigeria, Sudan e Yemen. Poi arrivano Angola, Burkina Faso, Congo, Kenia, Madagascar, Mauritania, Mozambico, Nigeria, Somalia in Africa; Afghanistan, Siria, Libano in Asia; Haiti e Guinea in America. Sono Paesi segnati dalla povertà fisica (caratterizzata, per capirci, dalla fame) e da scelte politiche sbagliate (bilanci spesi quasi per tutti  in armi!). Sono Paesi che non possono pagare i rincari del grano causati dalla guerra e che, proprio a causa dell’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin, vedono crescere, al loro interno, miseria, denutrizione e indigenza.

Il che significa che odio, violenze, combattimenti e guerre negano la vita non solo sul terreno dello scontro armato, ma anche oltre i confini dello stesso conflitto. E in questa interconnessione globali la guerra dilata nel mondo fame, ingiustizie e miseria.

Analizzare questi dati nella domenica in cui Gesù dice: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo” ci aiuta a leggere il Vangelo in modo meno astratto e con i piedi ben piantati per terra. Per comprendere che, se ogni guerra consolida la fame nel mondo, il Dio di Gesù è presenza reale che dona all’umanità il Pane che sazia e che crea le premesse perché la comunità si costruisca nel segno della comunione e non dell’odio.

Si noti ancora un particolare: il movente di ogni guerra è sempre la prepotente voglia di prendere, di conquistare e di possedere realtà, territori, posti o ricchezze che a tutti i costi si vogliono avere per sé. Lo stile di Gesù è sul versante opposto: è venuto per dare, per donare e consegna - a chi è disposto ad ascoltarlo e a seguirlo - il nutrimento che rende piena, beata e indistruttibile la sua vita. Come a dire: con la guerra si parla di morti e di vittime; il Dio di Gesù si fa Pane perché la nostra vita non abbia più fine. E su questo punto il discorso di Gesù che la chiesa ci propone in questa domenica è chiarissimo: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Gesù non parla al futuro. Non ci dice che con Lui avremo, domani (dove? In paradiso? In un’altra vita) chissà quale premio eterno. Il Dio di Gesù è presenza e cibo che riempie questa vita: quella che viviamo oggi e che spesso è carica di fatiche, di stress, di tensioni e di contraddizioni. “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo” significa che Dio si manifesta in Gesù e si lascia incontrare nella carne, nella storia e nella vita di Gesù. Il Dio di Gesù non ci chiede di salire al cielo per trovarlo; così come non ci chiede offerte, sacrifici, fioretti, doni e chissà quale rinuncia. Il Dio di Gesù - ci dice san Giovanni - è presenza che dona e che si dona a noi per saziare la nostra voglia di infinito.

Penso spesso, in questi giorni di code in auto, di incolonnamenti e di file interminabili sulle nostre autostrade, al riposo che ci concede Gesù e allo stress che non poche volte ci generano pochi giorni (perché troppo costosi) di vacanza. Come pecore senza pastore ci mettiamo - spesso e volentieri - in fila per pagare un cibo che non sazia e che ci dissangua a livello di costi e di spese. Non riusciamo però a fare in modo che il Suo Vangelo educhi il nostro cuore - domenica dopo domenica - a quella sapienza e a quella bellezza che libera le nostre esistenze dalla fatica e dalla divisione che prepara il conflitto. La celebrazione eucaristica non è più il cuore della domenica. Nel giorno del Signore si vive tutto e il contrario di tutto, senza mai trovare il tempo per vivere - in comunità - l’incontro con il pane eucaristico. Salvo poi scoprire, al termine del week end, che si è più stanchi di quando lo si ha iniziato. Nella solennità del Corpus Domini, la chiesa ci ricorda - con molta saggezza - che solo il pane vivo disceso dal cielo (Gesù con la sua carne, la sua storia, la sua Parola e il suo insegnamento) è la risposta alla nostra vita e il cibo che sazia i vuoti che ci attraversano. Per incontrare la terra promessa e per fare esperienza di liberazione dalla schiavitù in Egitto Mosè ha chiesto al suo popolo di mangiare la carne dell’agnello e di segnare, con il sangue di questo animale, la porta di casa per essere protetti dalla morte. Gesù rende vero e definitivo questo percorso. Se vogliamo essere liberi dobbiamo mangiare, interiorizzare, assimilare e “masticare” la carne di Gesù che è l’Agnello di Dio che salva la vita del mondo. Ed è questa carne che ci consegna la vita - adesso, non chissà quando - che ci rende vivi e beati, immersi nella gioia. Il sangue è sempre stato il simbolo per eccellenza della vita. Il Dio di Gesù non ci svuota e non prende nulla da noi (come fanno le guerre, gli egoismi, le ingiustizie e la violenza). Ci dona sé stesso perché ognuno di noi impari a vivere.

Riflessioni preziose all’inizio dell’estate. Utili per capire quale fila scegliere per fare esperienza di riposto, di pace e di comunione in casa e con gli amici.

Buona domenica.

                                                            Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                    con questa domenica iniziano le vacanze scolastiche (per noi che non abbiamo esami!).

E anche per questo ti ringrazio.

A Messa  qualcuno ha messo sull’altare diverse forme di pane. Una più bella dell’altra. Per farci capire - così ha detto il don - che Tu sei buono come il pane.

Per questo eri sempre il primo ad accorgerti quando la folla al tuo seguito era affamata.

Per questo eri sempre Tu a prendere l’iniziativa e a benedire il poco pane di qualcuno per farlo diventare il pane di tutti e per tutti.

Hai ragione Tu, Gesù: se impariamo a condividere e se diventiamo anche noi buoni come il pane, nessuno muore di fame e nel mondo c’è più giustizia.

Gesù, sono passati due mesi da quando ho fatto la mia prima comunione.

Aiutami Gesù a vivere per gli altri e a diventare buono come il pane.

SANTISSIMA TRINITÀ

SANTISSIMA TRINITÀ   con preghiera dei piccoli
 

Dal Vangelo di Giovanni 3, 16 - 18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

 

Quando si era bambini nella Domenica che celebra la santissima Trinità si era soliti presentare ai fedeli il racconto di sant’Agostino che, sulla spiaggia, incontra un bambino intenzionato a svuotare il mare con un secchiello. Agostino prova a spiegargli che il progetto è impossibile. Ma il bambino si rivela un angelo incaricato di spiegare al santo che illudersi di capire razionalmente e in modo completo il mistero di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo è esattamente come provare a svuotare il mare con un bicchiere.

Oggi la chiesa ci presenta, attraverso il Vangelo di san Giovanni, un altro personaggio alle prese con il mistero di Dio: Nicodemo. È un capo dei Giudei, ci dice l’evangelista. È perciò adulto e inserito tra coloro che considerano Gesù un pericolo e un nemico: da arrestare da fermare. Per quanto però esista distanza tra loro, Nicodemo è incuriosito dalla figura di Gesù e - allo stesso tempo - è attratto da questo uomo che presenta un volto insolito del Dio pregato in sinagoga. Forse non è l’unico tra i capi dei Giudei a vivere questi sentimenti. Sembra però il solo che, con determinazione, va avanti in questa sua ricerca che lo rende inquieto e che, tra l’altro, lo espone anche a consistenti pericoli. Per questo va da Gesù “di notte”: per non essere visto dai colleghi che lo cercano per catturarlo. E lo incalza subito con parole forti: “sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui” (Gv. 3,2). È la conferma che Nicodemo segue Gesù e che conosce quanto Lui opera e dice. È anche la prova che questo capo dei Giudei riconosce in Gesù la presenza di Dio. Ma non riesce ancora a capire - però - come possa Dio abitare in mezzo a noi e rendersi presente nella persona di Gesù di Nazaret.

Nicodemo vuole scardinare le sue fragili certezze. Cerca (di notte) lo scomodo Maestro per dialogare con Lui. Non ha paura a mettersi in discussione e oltre a presentargli i suoi dubbi si rivela anche disposto ad ascoltare le risposte che Gesù gli consegna (come a dire: non basta mettersi in discussione e cercare; è anche indispensabile ascoltare in profondità quanto la ricerca ci fa raccogliere e incontrare!).

I tre versetti che oggi la chiesa ci presenta sono tratti da questo lungo dialogo tra Gesù e Nicodemo (al capitolo terzo del Vangelo di san Giovanni) e dopo questo incontro notturno con Gesù, di Nicodemo si perdono le tracce. Fino alla morte di Gesù. Quando Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea chiedono a Pilato il permesso di “prendere” il corpo morto di Gesù per una decorosa sepoltura. Se ai piedi della croce sono rimasti in pochissimi, ora che Gesù è morto sono scomparsi tutti. Anche perché riuscire a vedere nel cadavere di Gesù i segni tangibili dell’amore del Padre per la nostra umanità è impresa quasi impossibile.

Gesù però aveva chiesto Nicodemo di provare a rinascere con l’aiuto dello Spirito ed ora è proprio lo Spirito che lo guida e che lo aiuta a cogliere, nel corpo senza vita di Gesù, il dono definitivo del Padre all’umanità perché il bene vinca - una volta per tutte - sul male.

Credo che per la nostra preghiera Nicodemo possa rappresentare il testimone privilegiato della santissima Trinità. Per invitarci a non stancarci mai di cercare (anche quando vorremmo convincerci che siamo arrivati) e per ricordarci che in Gesù morto e risorto è visibile l’amore del Padre ed è con noi lo Spirito che ci rende creature nuove e capaci di parlare la lingua dell’altro. Nicodemo ci ricorda anche che il cambiamento genera disorientamento, ma che è fecondo ed indispensabile per il nostro crescere e migliorare. Il Dio di Gesù, ecco la liberante verità, è presenza che sfugge ai nostri schemi e alle nostre tradizioni. Ormai è chiaro: ci è chiesto di prendere atto - in questo tempo di transizione e di cambiamenti - che la nostra fede ci chiede di accogliere nuovi schemi e nuove forme di vita ecclesiale. Non sappiamo ancora quale forma assumerà il nostro essere chiesa al servizio del Regno di Dio, ma sappiamo - grazie alla testimonianza di Nicodemo - che lo Spirito Santo renderà le nostre comunità ecclesiali vive e interessanti come quelle da cui proveniamo.

Seguire Gesù in compagnia di Nicodemo diventa perciò un ottimo esercizio di libertà interiore per continuare a cercare e per non sentirsi mai arrivati. Grazie alla preziosa compagnia di Nicodemo, poi, si impara a “vedere” nel Signore Gesù il dono d’amore del Padre che, consegnandoci il Suo Spirito, ci spinge a rinascere dall’alto, ad amare come Lui ha amato noi e a perdonare: tanto noi stessi quanto chi ci ha fatto del male.

Siamo allo sprint finale di un intenso ano scolastico.

Un sentito e cordiale grazie a quanti operano nella scuola e che in questo mese raccolgono i frutti del loro lavoro. E un augurio alle famiglie e ai nostri cari studenti perché la scuola diventi sempre più quella palestra che ci rende uguali e liberi, come diceva don Milani.                                                

 

                                                                                  Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                    a catechismo ci hanno raccontato la storia di sant’Agostino che mentre spiega al bambino che non si può svuotare il mare con un secchiello scopre che quel bambino è un angelo mandato da Dio. Per spiegargli che prima di provare a capire il mistero di Dio uno e trino ci si deve lasciare abbracciare dal Suo amore.

Bello questo racconto.

Mi ha aiutato a capire perché a me non piace stare da solo: perché siamo stati creati a Tua immagine, Gesù, che sei un Dio sempre in relazione e dunque mai solo.

Mia mamma mi sgrida quando cerco un amico, un compagno o un cugino per andare alla casa in campagna.

Tu però mi capisci: insieme tutto è più bello.

E, come dice un proverbio africano, “se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme”.

Grazie Gesù anche per il dono di questo anno scolastico.

 

DOMENICA DI PENTECOSTE

DOMENICA DI PENTECOSTE con preghiera dei piccoli

 

Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 19 - 23

19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: "Pace a voi!". 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". 22Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati".

 

La “sera” è la parte del giorno che precede la notte ed esprime, a livello simbolico, sentimenti di incertezza, di insicurezza e di bisogno di protezione dal buio.

Le porte chiuse “del luogo in cui si trovavano” sono la diretta conseguenza delle paure che stanno vivendo i discepoli di Gesù dopo la morte del loro maestro (“E se adesso dopo aver condannato alla pena capitale Lui, vengono a cercare noi, che eravamo con Lui?). Si tratta, perciò, di un contesto di fatica dove sembra non esserci molto spazio per la speranza.

Per evitare però che il lettore del Vangelo si lasci prendere dallo sconforto, san Giovanni inserisce un veloce inciso che rischia di passare inosservato: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, …”). Non è una sera qualunque. È il primo giorno della settimana ed è un riferimento diretto ed esplicito alla creazione per spiegare a chi legge che il mondo creato da Dio sta per rinascere: in modo nuovo e con al suo interno la possibilità di superare la paura e il male. La resurrezione di Gesù diventa, per san Giovanni, il primo giorno della settimana (la nostra “domenica”!), per ricordarci che male, rancore, ingiustizie, fragilità e divisioni che consumano la libertà e la fraternità sono vinte una volta per tutte.

Penso ai nostri giorni Siamo passati dalla siccità che ha minacciato seriamente la qualità della nostra vita alle inondazioni che hanno spezzato 15 vite umane e distrutto intere comunità in Emilia Romagna, nelle Marche e in Piemonte. Acqua e frane che hanno creato fango, “sfollati” (36.000 nella sola Emilia Romagna), Comuni inondati (più di cento lungo la costa romagnola) e tanta, tanta paura.

Non c’è molta differenza tra questo scenario e il modo di scrivere di San Giovanni. Che potremmo rendere così: la sera di quel giorno, mentre le case erano allagate e tutti erano sul tetto per paura che l’acqua si prenda anche la vita oltre che l’abitazione, il primo della settimana, decine, centinaia di volontari arrivarono con pale e stivali per dire a quanti hanno perso tutto in poche ore: «Pace a voi!». Siamo qui per aiutarvi; per portarvi sollievo e per dirvi che - insieme - si può ricominciare e che un nuovo giorno è già iniziato.”.

Gesù risorto oggi come ieri continua ad essere in mezzo a noi per rendere visibile quel “primo giorno” senza il quale si resta immersi nella notte e nella paura. Ma tra gli alluvionati di quel pezzo d’Italia spazzato via dall’acqua così come nei contesti di guerra, che tutti conosciamo (penso all’Ucraina, al Sudan e alle troppe guerre che insanguinano il nostro Pianeta) Gesù risorto non appare in modo magico o con i tratti dell’apparizione che ha il colore del miracolo. La speranza avanza sempre con i piedi e con le mani dei fratelli che ci avvicinano e che con la sola presenza ci dicono: “Pace a voi!!”.

La solennità della Pentecoste - cinquanta giorni dopo Pasqua - descritta nella prima lettura con immagini “forti” (vento impetuoso che si abbatte sulla casa, fragore, lingue di fuoco…) è, oltre le apparenze, la festa in cui Gesù risorto ci dona il Suo Spirito affinché ognuno di noi diventi in grado di portare speranza - e Pace! - a chi è nel pianto, nella fatica, nella guerra, nell’alluvione o nella disperazione di una emigrazione che ti ha portato in mezzo all’acqua, etc. Amati, consolati e perdonati diventiamo capaci di amare, di aiutare, di consolare e di perdonare chi, accanto a noi, attende noi per ricominciare a vivere con fiducia e nel segno della speranza.

Ancora una riflessione: quanti ricevono il dono dello Spirito di Gesù diventano capaci di parlare la lingua dell’altro. Diventano cioè forti nell’empatia e in grado di entrare nella testa e nel cuore dell’altro. Per ascoltarlo; per farlo sentire accolto, compreso e ben voluto; per donargli quel sorriso e quella vicinanza che lo fa ripartire. Senza lo Spirito di Gesù ognuno resta chiuso in sé stesso e si affatica in quel doloroso e sterile monologo che ci obbliga a parlare da soli e, cosa peggiore, a darsi ragione tra sé e sé.

Lo Spirito ci insegna a entrare in comunione con chi sta male; a parlare la “sua” lingua e a costruire - con lui - il linguaggio della solidarietà, della vicinanza e della prossimità, in una parola: il linguaggio dell’amore.

E solo Dio sa quanto le nostre case, le nostre famiglie, le nostre comunità e il mondo intero abbiano bisogno di questo Spirito che ci immette nel “primo giorno della settimana”.

Buona Festa di Pentecoste e, per venerdì prossimo, buon 2 Giugno.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                    non so a chi dirlo, ma anch’io ho tante paure. Ho paura di non riuscire ad andare bene a scuola; ho paura che il mister mi metta fuori dalla squadra; ho paura che i miei amici si stanchino di me; ho paura che succeda qualcosa a mamma e papà, etc.. È la prima volta, Gesù, che faccio un elenco delle mie “paure”.

Gesù ho capito bene? Appena Ti sei accorto che i Tuoi discepoli vivevano a porte chiuse “per paura” dei giudei, sei andato da loro, ti sei messo in mezzo a loro e gli hai donato il Tuo Spirito

Dona anche a me, Gesù, il Tuo Spirito e insegnami a superare le mie paure.

Le due parole che l’angelo ha detto a Maria – Non temere – me le voglio ripetere al mattino e alla sera.

E grazie perché se Tu mi parli e sei vicino a me, io ho molto meno paura.

 Venerdì è il 2 giugno, la Festa della Repubblica. In piazza il Sindaco regala – come ogni anno – la Costituzione Italiana ai diciottenni. E quest’anno tra i festeggiati c’è anche mio cugino. Grazie Gesù anche di queste feste.

ASCENSIONE DEL SIGNORE Anno A

ASCENSIONE DEL SIGNORE  Anno A con preghiera dei piccoli

 

Dal vangelo secondo Matteo,  28, 16 – 20

 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

Lo sappiamo e non dobbiamo dimenticarlo: i Vangeli non sono libri di storia e chi scrive non è un cronista incaricato di raccontare dettagli precisi della vicenda di Gesù, ma un teologo che vuole consegnare al suo lettore quella verità teologica che ci rende - personalmente e come comunità - migliori e più autentici. Per capirci: la Galilea dista 150 Km. da Gerusalemme, dal luogo dove hanno deposto Gesù morto. L’invito dell’angelo alle donne che di buon mattino si recano a visitare la tomba di Gesù di recarsi in Galilea (“…ecco vi precede in Galilea”) non è, pertanto, una annotazione geografica. È piuttosto il grande annuncio del Vangelo: Gesù risorto si rende visibile là dove ognuno di noi vive, lavora, lotta, sogna e spera. La Galilea - regione di frontiera che permette a Israele di “toccare” terre diverse e definite dal credo religioso come terre “pagane” - è stata per Gesù il luogo dove si è consumata la quasi totalità della sua vicenda umana; il contesto in cui è cresciuto nel più totale anonimato all’interno di quella famiglia che oggi chiamiamo “santa”, ma in tutto uguale alle altre: alle prese con il lavoro, con la precarietà dei poveri e con le fatiche di vivere in un Paese occupato da forze straniere. L’evangelista non ha dubbi: la Galilea in cui Gesù risorto ci precede è il richiamo alla nostra quotidianità, quella dalla quale vorremmo scappare e dove - di fatto - consumiamo la nostra voglia di assoluto e di infinito.

È un sogno ricorrente che tenta spesso: illudersi che il giorno in cui riusciremo a scappare dal dove siamo (stanchi, delusi incompresi, alle prese con fatiche, divisioni, litigi e forse anche invidie…), si possa - finalmente - trovare quella pace e quella serenità di cui abbiamo profonda nostalgia. Se questo pensiero attecchisce in noi, si sappia - ci dice san Matteo - che il primo a proteggerci da quelle fantasie sbagliate e pericolose è Gesù risorto.  Scappare dalla vita non è mai sano. Così come non è saggio illudersi che solo in un altrove astratto e ideale possano esistere le condizioni per stare bene.

Gesù risorto ci vuole bene in “questa” vita; all’interno delle coordinate storiche e geografiche in cui siamo immersi; con questi parenti, figli, amici e relazioni che hanno costruito la nostra vita. Gesù risorto ci chiede di restare là dove siamo: nella nostra Galilea. Ma ci invita anche a cercare - tra le case in cui viviamo, lavoriamo e condividiamo la nostra vita - “il monte” che cambia il senso del nostro essere e del nostro correre insieme.

Affascinante il particolare. Gesù aveva detto: “andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno” (Mt. 28,10). Loro - i discepoli - “andarono sul monte che Gesù aveva indicato loro” (Mt.28,16). Intuiscono che la Galilea non è solo una regione geografica, ma è soprattutto il luogo ordinario e feriale in cui ognuno di noi vive. Ma capiscono anche che se non si mettono in pratica le beatitudini che Gesù ha proclamato dal monte in Galilea, la quotidianità non decolla e non incontra la libertà sperata.

Per incontrare Gesù risorto e per stare bene, ci dice san Matteo, dobbiamo andare sul monte delle beatitudini. Dobbiamo cioè - oltre il linguaggio simbolico - entrare in quella logica liberante dell’occuparsi di chi, vicino a noi, è oppresso, piange e soffre l’ingiustizia perché il Dio di Gesù è con loro, in mezzo a loro e accanto a chi soffre e a chi si prende cura del debole. Prospettiva rovesciata. Non scappare da dove siamo, ma abitare la nostra storia individuando - però - il monte che ci aiuta a stare con il Vangelo e con il messaggio di Gesù. Ed ecco il doppio movimento che ci presenta l’evangelista: il Dio di Gesù ci precede, ci trova e ci raggiunge, ma ci chiede anche di “andare”, di muoverci e di non smettere mai di cercare. Ci propone - in pratica - quella bella fatica del credere e del fidarsi del Signore Gesù oltre i riti, le semplici appartenenze o le pratiche tradizionali. Un cammino certamente liberante per ciascuno di noi, ma indispensabile e profetico anche per i nostri giovani. I quali non capiscono più i codici della tradizione (e non si ritrovano perciò nei nostri riti, nelle nostre pratiche di fede, etc.) e vorrebbero provare ad affrontare la fatica dell’andare in Galilea per dare un senso alla loro vita carica di ansie e di furti di futuro, ma rischiano di trovarsi sbarrato il cammino di chi li aspetta a messa. Giovani che cercano adulti disposti ad accompagnarli in quel cammino che li aiuta a raggiungere il monte in Galilea e non cittadini delusi dalla politica e cristiani confusi e spenti.

Ultimo ma non meno importante. “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” è una espressione che può dire solo Gesù. Solo Gesù può dire “Io sono” e usare così il nome di Dio (“Io sono”). Solo Gesù può usare questa formula. Nessun altro. Il che significa che chi vende la tesi che “Dio è con noi” è perché vuole legittimare la sua voglia di dominare e sta cercando un lasciapassare per usare la violenza. Se non è Gesù a dire “Io sono con voi” è forte il rischio che si stia preparando qualche guerra. E la storia di ieri e di oggi conferma la forte attualità e chiarezza del Vangelo.

Buona domenica.

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                 non lo avevo mai notato: all’inizio del Vangelo di Matteo c’è scritto che a Te “sarà dato il nome Emmanuele che significa Dio con noi” (Mt. 1,23).   E alla fine ci sono le stesse parole: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Gesù è bello sapere che Tu sei sempre con noi: quando le cose vanno bene, ma anche quando vanno male.

Tu, Gesù, non sei lontano da dove noi viviamo, dalle nostre città e dalle nostre case. E sei soprattutto “con-noi” per farci sentire il tuo amore e il tuo perdono.

Grazie Gesù perché il Tuo Vangelo mi aiuta a non dire sempre “io” e a scoprire la bellezza del “noi” anche se a volte è difficile stare insieme.

Sono solo sei parole: “Io sono con voi tutti i giorni”. Ma cambiano tutto.

Grazie Gesù.