Preghiere poesie

Preghiera d'abbandono

Preghiera d'abbandono

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» Lc 23,46.

«È l’ultima preghiera del nostro Maestro, del nostro Beneamato… Possa essere la nostra… E sia non soltanto quella del nostro ultimo istante, ma quella di tutti i nostri istanti.»

 

 

Padre mio,

io mi abbandono a te,
fa di me ciò che ti piace.

Qualunque cosa tu faccia di me
Ti ringrazio.

Sono pronto a tutto, accetto tutto.
La tua volontà si compia in me,
in tutte le tue creature.
Non desidero altro, mio Dio.

Affido l'anima mia alle tue mani
Te la dono mio Dio,
con tutto l'amore del mio cuore
perché ti amo,
ed è un bisogno del mio amore
di donarmi
di pormi nelle tue mani senza riserve
con infinita fiducia
perché Tu sei mio Padre.
 

 

Questa è la preghiera comune a tutti coloro che si richiamano a Charles de Foucauld in ogni parte del mondo; è stata perciò tradotta in numerose lingue.

Charles non l’ha scritta tale e quale: è stata tratta da una meditazione più ampia scritta nel 1896, nella quale cercava di unirsi alla preghiera di Gesù sulla croce.

 

 

XXXIII DOMENICA ANNO A

                XXXIII DOMENICA ANNO A  con preghiera dei piccoli

 

Dal Vangelo di Matteo 25, 14 – 30

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

 

La parabola dei talenti è nota. Anche se spesso riduciamo i talenti di cui parla Gesù alle qualità naturali che ci provengono dalla nascita. In realtà i talenti di cui parla il Vangelo di questa domenica sono i beni che abbiamo ricevuto dopo la nascita. Possiamo anche farne un piccolo elenco: la Parola di Dio, lo Spirito Santo, la comunità cristiana, il nostro Oratorio, il servizio che ci è stato donato in questa povera, ma ricca chiesa, etc. Si tratta di “beni” che ci vengono donati dal Padre buono del Signore Gesù sempre secondo le capacità di ciascuno.

Bella questa sfumatura. Il Dio di Gesù ci conosce personalmente. Non ci tratta tutti allo stesso modo perché è consapevole che siamo diversi e dunque che non possiamo essere omologati da un unico modo di fare. Rischiamo di dimenticarlo, ma è anche questo un tratto della bontà di Dio. Prima di parlare delle nostre capacità personali, la parabola dei talenti ci presenta la bontà di Dio il quale non è un Dio ragioniere che affida “talenti” per poi riprenderli con avarizia e severità fiscalità. San Matteo ci chiede di riconoscere nel Padre di Gesù il Dio buono che dona e che diventa, per noi e con noi, la fonte del nostro vivere per gli altri e che ci rende “dono per gli altri”.

Lo sappiamo. Solo chi si avverte caricato da Dio di doni, di bontà e di amore è capace – poi – di vivere per gli altri e di farsi buono come il pane per aiutare e servire chi è nel bisogno. E solo chi si lascia immergere dalla bontà di Dio riesce a spegnere dentro di sé le brutte dinamiche della gelosia e dell’invidia. Senza il coraggio di chiamare “doni” i beni ricevuti dal Dio del Signore Gesù, si entra nella competizione, nel confronto continuo con l’altro per scoprirsi poi carichi di gelosia e di invidia. Se quanto ricevuto lo si riconosce come dono, diventa normale mettere al servizio della comunità e della chiesa tutta la propria vita. Non ha molta importanza il ruolo o il compito che ci è stato affidato. L’essenziale è scoprirsi utili per gli altri. Consapevoli che ognuno è unico, originale e prezioso per il bene di tutti. Spendere i propri talenti perché la comunità sia più bella e meno ferita dall’avarizia dell’individualismo, è il senso del proprio vivere. Riconoscenti verso il Dio buono che ci tratta in modo unico e personale, si diventa orgogliosi della propria diversità e si impara a correre incontro al fratello per dare a ciascuno ciò che lo aiuta a stare meglio e ad uscire dalla sua fatica, sofferenza o povertà.

Ma che dire di chi ha paura di impegnarsi e di coinvolgere i beni ricevuti in dono e li nasconde sotto terra? È il discepolo che non ha maturato una corretta concezione di Do. Per questo discepolo, Dio non è il Padre buono di Gesù che abilita ogni battezzato ad amare con la forza del Suo amore (solo la coscienza di essere amati da Dio ci mette in grado di amare il fratello che ci è accanto!). Quando si arriva ad avere paura dei doni ricevuti da Dio è perché si riduce il Dio di Gesù ad un padrone cattivo, duro e severo che vuole punirci. Ma non dimentichiamolo mai: la paura di Dio blocca, irrigidisce, anestetizza la nostra vita fino ad allontanarci dalla gioia del dare e del servire.

Sfumatura importante: non è Dio che punisce il discepolo che nasconde il suo talento sotto terra. È lui stesso che decidendo di vivere barricato nel suo egoismo si ritrova paralizzato dalla tristezza e dalla solitudine generata dalla paura di amare e di rischiare l’amore

L’invito del Signore Gesù in questa fredda domenica di novembre è forte e chiaro: allontanare dalla nostra vita tre precise parole cariche di veleno: paura, pigrizia e rischio. Fidarsi del Dio di Gesù è l’esatto opposto del vivere con paura la nostra relazione con Lui. Anche quando si ha l’impressione che il Dio di Gesù sia lontano, assente o distratto rispetto alla nostra esistenza, Lui è presente come Padre buono e non si stanca di cercarci, oltre qualsiasi nostro dubbio. La pigrizia è invece quella sottile malattia che ci spinge a posticipare e a progettare per dopo ciò che va fatto adesso, ora, subito. È vero: viviamo nel nord del Mondo, dove è facile fare niente o essere pigri. Molti di noi corrono tanto e forse anche troppo. Si lavora sempre. E questo ci induce a pensare che non siamo “pigri”. Più in profondità però spendiamo tutte le nostre energie per fare denaro per “me”, ma siamo “pigri” quando si tratta di sostenere la nostra spiritualità e di aiutare in modo intelligente e generoso chi ci chiede aiuto La parabola vuole ricordare al lettore che se si corre solo per se stessi non si vede il fratello che ci vive accanto e – sfumatura ancora più profonda – si tratta di un insegnamento di Gesù per convincere ciascuno di noi che il dopo di tante nostre promesse può anche non arrivare. Per il semplice motivo che è arrivato troppo tardi e che non è più possibile fare quell’azione, quel gesto, quella visita o quell’atto di carità e di amore.  Non avere paura di fare il bene, osare e rischiare anche quando il buon senso è contro di noi e quando tutto sembra dirci che tanto non ha senso amare e provare a vincere il male con il bene, è il comportamento giusto di chi, al termine della sua corsa, si sentirà dire: “Bene, servo buono e fedele – sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Buona domenica a tutti e buon 20 Novembre: Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e della adolescenza..

 

                                                                                                            Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                       i servi non vengono trattati tutti allo stesso modo, ma “secondo le capacità di ciascuno” (al primo vengono dati cinque talenti, due al secondo e uno all’ultimo). 

Secondo me è questo l’insegnamento bello della Tua parabola.

Per noi la vera giustizia è dare a tutti la stessa parte.  Tu però sei più buono di noi. Rispetti le nostre diversità. E chiedi a ciascuno di noi di usare i suoi talenti per il bene degli altri. Senza avarizia e senza invidia.

Sai cosa c’è scritto sul mio libro di scuola? Che “fare parti uguali tra diseguali è il massimo dell’ingiustizia”. L’ha detta don Milani. Un prete-maestro che viveva vicino a Firenze.

Una volta non la capivo questa frase. Oggi mi è chiara.

Grazie Gesù. Mi cambi sempre punto di vista (e mi spingi a spendermi per gli altri senza mai invidiare nessuno).

 

12 NOVEMBRE: FESTA DEGLI ANNIVERSARI DI MATRIMONIO

DOMENICA 12 NOVEMBRE 2023: FESTA  DEGLI ANNIVERSARI DI MATRIMONIO

SAN MARTINO DI TOURS

 Mi presento: sono il silenzio

 Per favore. Lasciatemi, una volta tanto, prendere la parola.
Lo so che è paradossale che il silenzio parli. E' contrario al mio carattere schivo e riservato...

Vivere davvero

Vivere  davvero

 

"Vivere una sola vita,
in una sola città,
in un solo paese,
in un solo Universo,
vivere in un solo mondo è prigione.

Amare un solo amico,
un solo padre,
una sola madre,
una sola famiglia,
amare una sola persona è prigione.

Conoscere una sola lingua,
un solo lavoro,
un solo costume,
una sola civiltà,
conoscere una sola logica è prigione.

Avere un solo corpo,
un solo pensiero,
una sola conoscenza,
una sola essenza,
avere un solo essere è prigione".


            (Nkjock Ngana, poeta del Camerun)

INNO - COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI

INNO - COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI

Oh, non piangiamo inutili pianti:
di bianche stole vestite la morte
di questi servi che han tutto donato
e della vita han fatto un battesimo.

Noi siamo grati a voi e al Signore
per questo giorno di dolce memoria:
quanti ricordi ci legano ancora
con tutti voi, fratelli e sorelle!

Di molti il dono serbiamo di grazia,
di molti l’esser vissuti assieme:
un’amicizia più forte del sangue,
e gioia d’essere vostri eredi.

Vero suffragio sarà conformare
sui forti esempi le opere nostre:
questa la pace che voi cercate,
e i figli sian per sempre fedeli.

La nostra Madre che avete servito
or vi introduca nel Regno atteso:
quanto è vero il suo canto c’insegni,
quanto gli uomini sono beati.

           (da “la nostra preghiera” – pag. 1524)

Vieni, Signore. di P. David Maria Turoldo

Vieni, Signore. di P. David Maria Turoldo

Vieni di notte,
ma nel nostro cuore è sempre notte:
e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni in silenzio,
noi non sappiamo più cosa dirci:
e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni in solitudine,
ma ognuno di noi è sempre più solo:
e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni, figlio della pace,
noi ignoriamo cosa sia la pace:
e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni a liberarci,
noi siamo sempre più schiavi:
e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni a consolarci,
noi siamo sempre più tristi:
e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni a cercarci,
noi siamo sempre più perduti:
e, dunque, vieni sempre, Signore,

Vieni, Tu che ci ami:
nessuno è in comunione col fratello
se prima non è con Te, o Signore.

Noi siamo lontani, smarriti,
né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo:
vieni, Signore,
vieni sempre, Signore.

La preghiera di un vescovo

La preghiera di un vescovo

SCONFITTI NEL SANGUE INNOCENTE

I fiumi di Babilonia, Ninive, Samaria, Kfar Aza, Gaza

Ieri lungo i fiumi di Babilonia (Sl 137,9; Is 13,16)
i tuoi piccoli sfracellati contro la pietra!
A Ninive lungo le strade (Naum 3,10)
i suoi bambini furono sfracellati!
Samaria sconta la sua pena (Os 14,1)
e i suoi piccoli saranno sfracellati!

Oggi Kfar Aza, kibbutz insanguinato
da grida sgomente!
A Gaza scorre copioso il sangue
di bambini senza colpa.

Orrore scorre dalla vendetta
ruscello cruento irriga una terra
senza più vita
arida e senza Dio.
Chi tornerà a seminarla?

Quale immensa sconfitta
in una vittoria dal sapore aspro
nello scempio di volti innocenti!
Quanto dovrà piangere Dio
sulla nuova Gerusalemme?

E’ questo il prezzo della guerra:
sconfitta di tutti!
Dalla morte resta
terrore e dolore
su volti impietriti.

Non siamo ideologie ma vita!

Uomini impastati di terra
ma plasmati d’eterno
soffio divino
che si espande nei respiri.

Fratelli non bestie!
Abbattiamo ogni spirale di guerra
in Israele come in Palestina
torniamo a seminare giustizia
e pur nelle doglie partoriamo pace.

Don Pino Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico.

XXIX DOMENICA ANNO A

                XXIX DOMENICA ANNO A con preghiera dei piccoli

Dal vangelo secondo Matteo 22, 15 - 21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
 

A prima vista il passo del Vangelo che ci viene proposto per la preghiera di questa domenica si presenta come una riflessione su questioni fiscali o una proposta di soluzione per il delicato equilibrio tra poteri diversi (religioso e temporale). In realtà la risposta di Gesù a chi sta tentando di coglierlo in fallo (!), ci presenta una precisa visione dell’uomo carica di saggezza e con al suo interno la forza di liberare ogni uomo da qualsiasi schiavitù, sottomissione o oppressione.

Partiamo dalla domanda che viene posta a Gesù. Se Gesù avesse risposto “Sì, è lecito” (pagare il tributo a Cesare), sarebbe apparso come un “collaborazionista” dei Romani, deludendo tutte le aspettative dei movimenti profetici e politici incentrati sull’indipendenza. Se Gesù avesse risposto: “No”, sarebbe stato immediatamente accusato di ribellione, presentato come sovversivo, come rivoluzionario. Gesù sa molto bene che chi gli rivolge la parola sta tentando di incastrarlo, che il colloquio proposto è, in realtà, un tranello.

Gesù si fa portare una moneta e, con il denaro in mano, domanda di chi sono l’immagine e l’iscrizione impressi sopra il “metallo”. “Di Cesare” è la risposta. Prosegue Gesù: “Restituite dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Ciò che è di Cesare è chiaro: la moneta. Non solo: ciò che è raffigurato sulla moneta (l’immagine) e ciò che sopra il denaro è scritto (iscrizione) rappresentano il diritto dell’Imperatore a possedere (a dominare) quel denaro perché di sua proprietà. Ora, la forza dell’argomentare di Gesù è rappresentata proprio da questo esempio. Come l’immagine sulla moneta rimanda all’imperatore, così deve esserci un’altra realtà che porta su di sé l’Immagine e l’Iscrizione che esprimono i diritti di Dio. Il passaggio ora è trasparente. L’immagine vivente di Dio è l’uomo (creato a sua immagine e somiglianza – Genesi 1,27), la persona. Ed è l’uomo che porta nel cuore “scritta” la legge di Dio (Geremia 31,33).

La sintesi costruita sull’espressione “immagine e iscrizione” svela ora tutta la sua forza e chiarisce il senso del restituire a Cesare e a Dio. Le monete che appartengono a Cesare vengano riportate al suo legittimo proprietario. Ma proprio perché il ragionamento è lineare, si provveda anche a “restituire” ogni persona a Dio che ci ha creati liberi e a Sua immagine e somiglianza. E si noti che “restituite a Dio quel che è di Dio” significa non solo “Restituite l’uomo a Dio”, ma anche (e soprattutto) “Restituite l’uomo all’uomo”. Dio non crea per possedere e per rendere schiavi. Dio ci ha creati per affidarci alla libertà. Tutto ciò che calpesta la dignità dell’uomo e ferisce la sua libertà deve essere – di conseguenza – fermato perché si possa restituire – a Dio e all’uomo – la piena dignità di ogni creatura umana. Gesù non annulla il profondo legame che tiene insieme Creatore e creatura. Ci

ricorda però che Dio ha creato per amore e, proprio per questo, non possiede, non consuma, non schiaccia la persona, ma propone - per l’essere umano e per ogni persona - autonomia e libertà. Così riletto il Vangelo di questa Domenica diventa di sconcertante attualità.

Soprattutto se pensiamo a quanti sono segretati, umiliati, offesi, feriti e imprigionati (nel vero senso della parola) dalle tante, troppe guerre che ci circondano. Se pensiamo a quanti sono incatenati dall’odio che lega gli uni contro gli altri. Il terrorismo di Hamas ha ucciso, sequestrato e trucidato donne e bambini israeliani. Senza pietà e oltrepassando qualsiasi limite imposto da qualsiasi guerra. La reazione di Israele nel segno della legittima difesa si sta addentrando sui sentieri della vendetta e nega cibo, viveri, acqua, carburante ed energia elettrica a quanti sono imprigionati in una “striscia di terra” senza possibilità di difesa e di sopravvivenza. Nel chiuso delle trincee ucraine la situazione non è molto diversa. E a Putin che chiede il cessate il fuoco a Israele viene da domandargli perché quell’invito non lo rivolge anche al suo esercito impegnato in una spregiudicata e ingiusta operazione di occupazione militari di territori che non gli appartengono.

Mai come oggi abbiamo bisogno che risuoni nel mondo l’invito di Gesù a restituire l’uomo – ogni persona - al Dio della Pace e dunque che ad ogni uomo venga restituita la sua dignità, la sua libertà e la sua possibilità di vivere nella pace. Abbiamo bisogno che si zittiscano le armi e che cessino le guerre. Mai come oggi abbiamo bisogno che i bambini vengano restituiti alle loro famiglie, alla scuola, alle cure ordinarie in contesto sanitario, al gioco, ai cortili e alle piazze.

E se i soldi vengono investiti, spesi e sprecati per costruire armi (nel 2022 si sono spesi 100 miliardi di dollari in più rispetto al 2021 raggiungendo i 2.240 miliardi di dollari investiti, in un solo anno, in armi e munizioni) è segno che la parola di Gesù ha qualcosa da dire anche ai nostri Governanti: non usate il denaro per “dominare” il mondo, ma per restituire l’uomo all’uomo e per liberare l’essere umano dalla fame, dalla siccità, dai cambiamenti climatici e dalle ingiustizie che opprimono e che uccidono la vita di tanti, troppi fratelli.

Buona domenica.

                                                                     Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

              sono confusa e non capisco più il mondo. Non capisco le guerre; non capisco l’orgoglio, non capisco perché le persone debbano ammazzarsi tra loro, non capisco perché in guerra si debbano uccidere anche i bambini e non capisco perché vengono bombardate anche le case, le scuole, gli ospedali, i giardini, i campi di calcio, etc. 

Ho chiesto a mamma di non guardare i telegiornali quando io sono in casa. Quelle scene di morte e di città distrutte mi fanno paura.

Ma non capisco nemmeno perché siano così tanti quelli ti vogliono male e che ti tendono tranelli “per coglierti in fallo nei tuoi discorsi”.

A me piace come parli, come Ti muovi o cosa dici.

Con l’aiuto di una moneta oggi ci hai ricordato che siamo stati creati a Tua “immagine” e somiglianza e che nel nostro cuore c’è “scritta” la legge dell’amore.

Gesù, ti prego, donaci la Pace.

XXVIII DOMENICA anno A

XXVIII DOMENICA anno A per i piccoli

Dal Vangelo secondo Matteo 22, 1 - 14

In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole (ai capi dei sacerdoti e ai farisei) e disse: 2"Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. ….

8Poi disse ai suoi servi: "La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze". 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12Gli disse: "Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?". Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: "Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti". 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti".

 

Caro Gesù,

da bambino abitavo, con i miei genitori, in

Guatemala. Loro lavoravano in una periferia della capitale (chiamate “favelas”) in un Progetto di aiuti internazionali.

Gli abitanti di quei posti erano molto poveri, ma la domenica mattina tutti indossavano la camicia della festa che era bianchissima e avevano le scarpe pulite e lucide.

Mio papà dice sempre che “i poveri sono eleganti per difendere la loro dignità”.

Hai ragione Tu, Gesù: l’abito elegante non sempre è quello “firmato”.

Tu lo insegni in questa parabola: la vera eleganza è quella di chi indossa i vestiti della bontà, del servizio e del perdono.

Abiti che tutti possono indossare perché non si comperano, ma che ci restano incollati addosso se impariamo a vivere per gli altri.

Gesù dammi sempre la forza di indossare questi “abiti eleganti” e aiutami a diventare un “signore” nel cuore.

Grazie Gesù perché solo Tu mi rendi elegante.

XXV DOMENICA ANNO A

 

                       XXV  DOMENICA ANNO A con preghiera dei piccoli

Dal Vangelo secondo Matteo  20, 1 - 16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". 5Ed essi andarono. …

8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo". …

 

Un tempo questa parabola era conosciuta con il titolo: “Gli operati dell’undicesima ora” (quelli che sono andati a lavorare alle cinque della sera). Oggi sulle copie dei nostri Vangeli la presentazione del testo è cambiata con “Parabola dei lavoratori a giornata”.

Al di là del titolo, però, si tratta di un messaggio apparentemente contraddittorio e difficile da accettare con le nostre logiche e rivendicazioni sindacali. Trattare tutti allo stesso modo senza nessun rispetto per chi ha lavorato di più o di meno - dicono in molti - non è giusto. E se si decide di non scendere in profondità e di non prestare attenzione al testo, il ragionamento è anche corretto e - ripeto, a livello superficiale - legittimo.

Il ragionamento diventa diverso, però, se si presta attenzione a ciò che “pensano” gli operai impiegati nella vigna dall’alba non appena vedono il salario dato agli ultimi arrivati (“pensarono che avrebbero ricevuto di più”) e a quanto affermano nel ritirare il denaro pattuito: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Una vera schizofrenia tra quanto pensato (“ricevere di più!”) e quanto detto e affermato a voce alta (una protesta affinché gli ultimi arrivati “prendano meno salario!”). A conferma del fatto che l’ingiustizia distrugge le relazioni e lacera la persona in sé stessa!

Di solito - se le cose procedono secondo buon senso, nella direzione della giustizia e con un minimo di solidarietà tra colleghi - si protesta per ricevere di più per sè, non perché all’ultimo arrivato venga dato di meno! Si noti, tra l’altro, il particolare economico interessante: “un denaro al giorno” - il salario pattuito dal padrone di casa - corrispondeva, ai tempi di Gesù al necessario per il fabbisogno alimentare di un giorno. E dunque chiedere che venga dato di meno a chi ha lavorato un’ora soltanto, significa condannarlo alla fame!

Ma cosa sarebbe successo se chi ha lavorato tutto il giorno avesse costruito coerenza e continuità tra pensiero e parola? Proviamo a cambiare la parabola e a riscrivere la reazione dei primi arrivati nella vigna: “Padrone è bello il fatto che tu abbia dato un denaro anche ai nostri colleghi e fratelli arrivati per ultimi. Possiamo però chiederti qualcosa in più per noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo?”.

Così formulata, la protesta suona giusta. Corretta. Legittima e persino solidale. Ma nel cuore umano - annota san Matteo - si annida l’invidia che ci spegne la bontà e che ci spinge prima a spiare l’altro e poi ad adoperarci perché lui abbia meno! L’evangelista vuole però avvisare subito il suo lettore che la protesta dei primi arrivati è ingiusta (oltre che distante da quanto pensato). E lo fa introducendo l’espressione “questi ultimi” riferita ai colleghi e fratelli rimasti disoccupati per quasi tutto il giorno. “Questi” è pronome usato in modo altamente dispregiativo. È la stessa espressione con cui il fratello maggiore decide di definire il fratello minore (il famoso “figliol prodigo”) quando dice al Padre, con tono di disprezzo e come segno di rottura definitiva della fraternità, “questo tuo figlio”.

“Questi” - però - è anche la parola che diciamo noi quando vogliamo prendere le distanze da chi non vogliamo accanto. “«Questi immigrati»”, “Questi «zingari»”, “questi «stranieri»”: ma perché continuano a venire da noi?”, dicono in molti, tra l’infastidito e la voglia di distanza da chi ci chiede, con la sola presenza, un aiuto per soddisfare il fabbisogno alimentare quotidiano. Ma non dobbiamo negarlo: diciamo “questi” perché non vogliamo chiamarli “fratelli”. Dai fratelli (poveri, che hanno fame e che cercano dignità e speranza) non ci si può difendere con le logiche dell’esercito, della guerra, del Ministero della Difesa (quello delegato a gestire le guerre!) o con i blocchi navali. Se gli immigrati vengono chiamati “fratelli” emerge con chiarezza che la questione è complessa, che l’Africa sta esplodendo per mille motivi (a causa anche dell’Europa!) e che è praticamente impossibile fermare questo esodo di disperati. Se li si chiama “fratelli” è evidente che la prima risposta non può essere la difesa dei confini o il “riportarli” a casa loro (come? In aereo? Dove? Etc.). Se li si chiama “fratelli” si scopre anche che non si può fare campagna elettorale con quanti stanno morendo di fame e che è scorretto cavalcare la paura di chi gli immigrati li usa e li sfrutta nei campi e nei lavori pesanti, per pulire le nostre città e per assistere i nostri anziani, ma poi non li vuole accanto! Quante parole facciamo per difendere il nostro egoismo e le nostre ingiustizie! Il Signore Gesù ci chiede - semplicemente - di usare la parola “fratelli” tutte le volte che dal cuore sale la tentazione di dire “questi” con la smorfia sul viso del disprezzo, della presa di distanza o, per dirla senza pudore, del razzismo.

Buona Giornata del Migrante e del Rifugiato a tutti. E grazie a Papa Francesco per il suo profetico e libero magistero.

 

Il 3 ottobre è diventata la Giornata della Memoria e dell'Accoglienza per ricordare e commemorare tutte le vittime dell'immigrazione (stage di Lampedusa del3 ottobre 2016) e per promuovere iniziative di sensibilizzazione e solidarietà.

La ricorrenza è stata istituita con la legge 45/2016.

                                                                                          

                                                                                    Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

     senza qualcuno che te la spiega questa parabola sembra davvero ingiusta.

Ma poi basta notare che chi protesta non chiede di più per sé, ma si aspetta che venga dato di meno a chi ha lavorato solo un’ora, per capire che qui c’è qualcosa di stonato.

E hai ragione Tu, Gesù, non è giustizia protestare perché ad altri venga tolto ciò che li aiuta ad uscire dalla miseria.

Eppure siamo fatti così: ci lasciamo prendere dall’invidia; quelli che ci ricordano che siamo fortunati li chiamiamo “questi” e protestiamo se i poveri chiedono più giustizia.

Gesù aiutami a non dire mai la parola “questi” con disprezzo.  E visto che oggi è la Giornata del Migrante e del Rifugiato, donaci il coraggio di chiamare “fratelli” quanti sono costretti a scappare dal proprio Paese per inseguire una vita migliore in Europa.

Grazie Gesù perché sei buono e giusto.

Preghiera dell'Insegnante all'inizio dell'anno scolastico

Preghiera dell'Insegnante all'inizio dell'anno scolastico
Padre della Vita, Ti prego per tutti i bambini e le bambine che mi saranno affidati durante questo anno scolastico. Sento forte l’importanza della mia responsabilità educativa, ma conosco anche i miei limiti e le mie incertezze.
Padre, donami una passione educativa che possa plasmare il mio pensare, il mio progettare, il mio agire.
Concedimi l’entusiasmo necessario per testimoniare l’amore del sapere, la gioia della collaborazione, la fiducia negli altri; rendimi capace di accogliere, guidare e incoraggiare chi si affida a me ogni giorno.
Donami la pazienza di attendere tempi educativi che non sono i miei e che tu solo conosci; fà che la fatica, lo scoraggiamento e l’insuccesso non permettano di chiudermi in me stesso, ma mi aprano alla ricerca di prospettive sempre più ampie.
Padre, rendimi capace di comprendere che il mio essere un’insegnante è un grande dono.
Padre, donami la sapienza del cuore, l’intelligenza della carità, l’accoglienza del diverso, il gusto dell’ascolto, la prudenza del confidente l’umiltà dell’amico.

XXII DOMENICA ANNO A

 

XXII DOMENICA ANNO A con preghiera dei piccoli

 

  In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». (Matteo  16, 21 – 27)           

Cinque versetti dopo aver elogiato Pietro (“Beato sei Tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io dico a te: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa”), Gesù gli rivolge parole decisamente dure: “Va dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Si tratta ora di capire perché Gesù ha reagito in modo così deciso e severo ai “consigli” di Pietro. La premessa è d’obbligo: Gesù ha appena cominciato a spiegare ai suoi discepoli che il Suo cammino lo avrebbe portato a Gerusalemme per un fine storia della sua vicenda terrena nel segno del soffrire, della morte e della resurrezione al terzo giorno. Pietro è sconvolto. Non vuole accettare una simile realtà. Non è disposto a smantellare il suo progetto al seguito del Rabbì di Nazaret e - con la generosità che contraddistingue - “lo prese in disparte” per correggere il Maestro e per spiegargli come il fallimento e il sacrificio della sua vita. È ovvio che Pietro è preoccupato perché vede frantumarsi i suoi sogni di gloria o di potere, ma è altrettanto evidente che è sincero nel suo provare a difendere Gesù dai prossimi eventi negativi.

Ma facciamo un passo indietro: Gesù era stato chiaro, quando chiamò a sé Simone e suo fratello Andrea: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. La libertà del discepolo di Gesù è data dallo stare al Suo seguito, dietro a Lui.

La tentazione immediata di tutti noi - però - è quella di passargli davanti, di guidarlo e di spiegargli che cosa deve fare per noi e per il nostro bene, per il nostro interesse e per la mia famiglia, per il mio lavoro, salute, etc.

Quante volte usiamo Gesù risorto come un bancomat alla vigilia di scadenze significative (salute, impegni pubblici, malattie, etc.) o alla vigilia di eventi importanti della nostra vita (esami, colloqui di lavoro, mutui, …). E quante volte nel nostro pregare ci poniamo nell’atteggiamento di esigere che si compia la nostra volontà alla quale lui - il Signore Gesù - si deve piegare e ci deve esaudire. Pietro è il simbolo di tutti noi quando - quasi senza accorgerci - smettiamo di andare dietro a Lui e gli passiamo davanti: per dirgli cosa deve fare, che cosa deve darci e come deve esaudirci.

La risposta di Gesù sembra troppo dura. In realtà è di grande libertà (come sempre) e di altrettanta tenerezza. Al diavolo che durante le tentazioni nel deserto insiste perché Gesù scelga la strada del potere e della gloria personale, il Figlio di Dio replica in modo secco e  deciso “Vattene Satana!”. A Pietro che nella sua fragilità non si accorge di essere uscito dal ruolo del discepolo, Gesù non ordina un allontanamento definitivo da Lui. Lo aiuta ritrovare il suo posto: “Va dietro a me, Satana!”, come a dire: “Caro Pietro se dessi retta ai tuoi consigli, il cammino che mi porta a donare la mia vita per tutti voi, si ferma. Tu - in questo momento - stai ragionando come Satana che ho allontanato da me definitivamente. Restami dietro e non ti allontanare da me se non vuoi perderti!”. E ancora una volta la severità di Gesù si scopre intrisa di bontà e di speranza.

Subito dopo aver aiutato Pietro a riprendere il suo posto, Gesù spiega a quanti lo seguono che il segreto della vita non è dato dal desiderio (folle) di vivere solo per sé stessi. Nessuno - dice Gesù - può salvare sé stesso; e nessuno può salvare l’altro, il fratello (il figlio, il genitore, l’amico…) che sta male. Quante volte il nostro delirio di onnipotenza ci convince che con la preghiera, con il sacrificio e con un pizzico di violenza si possa non solo aiutare l’altro, ma anche salvarlo.  Ed è in riferimento a queste nostre tentazioni che l’evangelista costruisce la sua catechesi. Per dirci, da un lato, che ognuno di noi deve evitare di vivere per sé stesso, se vuole essere beato (anche perché chi resta avvitato sul proprio io diventa triste, opaco nello sguardo e soffocato dalle ansie che segnalano le sue senza renderlo capace del perdono). Ma - prosegue Gesù - non dobbiamo nemmeno pensare che l’altro che mi è accanto lo si possa “salvare”. Se questa tentazione prende il sopravvento, chi vuole salvare l’altro, prima plagia e poi gli usa violenza.

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Solo in questa condizione si diventa beati.Buon mese di settembre.

 

                                                                         Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                 un po’ mi spiace che agosto sia finito. E mi spiace anche non sapere in quale classe sarò inserita il prossimo anno scolastico.

Gesù quest’anno non ho fatto le vacanze come gli altri anni: nonno si è ammalato in modo grave e siamo rimasti in città. Però mi sono divertita tantissimo lo stesso e forse anche più degli altri anni.

E poi sei Tu che non ti stanchi di insegnarlo a tutti noi: pensare solo a sé stessi non ci fa stare bene. Mentre occuparsi degli altri e diventare capaci di voler bene a chi ci è vicino ci rende contenti.

Gesù insegnami a seguirti e se vedi che come Pietro ho voglia di dirti io che cosa Tu devi fare, sgridami. Ormai l’ho capito: i tuoi rimproveri fanno bene.