Preghiere poesie

III DOMENICA DI AVVENTO ANNO C

III DOMENICA DI AVVENTO ANNO C con preghiera dei fanciulli

 

Vangelo secondo Luca 3,10 -18

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

 

Non lo metti? Mettilo in vendita.”, suggerisce la pubblicità del sito internet che permette la vendita dell’usato (“e quello che prendi è tutto tuo”). Alle folle che domandano a Giovanni “Che cosa dobbiamo fare?” il Battista consegna una risposta diversa: “Non lo metti? Condividi con i poveri quello che non usi!” (“Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”).

Due modi diversi vivere. Il primo – quello a cui ci stiamo abituando senza neppure più cogliere la quota di veleno che inietta nel nostro cuore – ci spinge a vivere per noi stessi: a comperare prima l’inutile e a “vendere” poi il superfluo. La fede cristiana ci umanizza la vita e ci ricorda che per stare bene dobbiamo non solo riscoprire la libertà della sobrietà (ed acquistare ciò che serve per vivere e non per compensare depressioni, frustrazioni e/o delusioni affettive), ma anche imparare l’arte del condividere con i più poveri quanto non ci serve. Solo così si entra nella gioia generata dal “donare” e distante anni luce dal “piacere” di comperare o di vendere. Entriamo però nel testo. Chi si reca da Giovanni sono le folle, i pubblicani e “alcuni soldati”. Tre diverse tipologie di persone per rappresentare un po’ tutti che, oggi come ieri, siamo tentati:

  •  dal desiderio di accumulare anche quello che non ci serve;
  • dalla furbizia rappresentata dalle piccole/ grandi disonestà per guadagnare di più;
  • dalla scorciatoia della violenza.

Folle, pubblicani e soldati hanno voglia (come succede spesso anche a noi) di mettersi in gioco; cercano una spiritualità meno arida del solo “lavorare” e per questo si rivolgono ad un soggetto credibile perché oltre a predicare “ha fatto” scelte coraggiose, profetiche e radicali. Ed è a lui che pongono la madre di tutte le domande: “Che cosa dobbiamo fare?” per trovare Dio. Forse si aspettano un invito ad un pregare continuo e senza sosta; un invito a lasciare tutto per stare solo con Dio o un convertirsi dai toni straordinari, eccezionali e “mistici” (entrare in una grotta e provare a parlare con Dio).

La risposta li spiazza. Il Dio di Gesù – dice Giovanni – non chiede nulla per sé e ricorda a chi lo ascolta che chi si occupa solo di se stesso non cresce, non matura e non diventa libero.

Perché il Dio di Gesù ci incontri e per ritrovare noi stessi la “strada” è una sola – dice il Battista – imparare la bontà del condividere, la bellezza dell’onestà e la forza generata dal rifiutare (sempre) la violenza.

La domanda obbligata che segue a questa risposta è la seguente: ma come si fa a intraprendere e a restare su questa “Strada”? Ed ecco la chiarezza del messaggio: io, Giovanni Battista, esorto, predico e addito la via da percorrere. Ma dopo di me viene uno più forte di me e che non solo vi dirà cosa fare (e confermerà quanto io affermo e insegno), ma vi darà anche la forza del realizzare questo progetto di vita pieno di bontà e di libertà. Il battesimo di Giovanni è un gesto che sprona a cambiare moralmente. Il battesimo di Gesù è il dono dell’amore di Dio che con il Suo Spirito ci aiuta ad uscire dalla gabbia dell’egoismo per consegnarci la forza di fare il bene e di vivere e di abitare la fraternità nel segno della pace, della bontà e del perdono.

Dentro quella domanda “Che cosa dobbiamo fare?” abita la nostra libertà.

Per capire la differenza tra il vendere il superfluo e il condividere con chi ha freddo ed è povero! Per imparare a fermare il “chiacchiericcio” che uccide prima e più dei tribunali (come ha risposto il Papa a chi lo interrogava sul perché avesse accolto le dimissioni del Vescovo di Parigi). Per vivere i doni del tempo di Natale come una concreta pratica di generosità e di condivisione verso i più poveri (e non per fare bella figura o per ricambiare chi ha fatto un “presente” impegnativi). Per lasciarci avvolgere da quel “perdono” che ci ricorda che i nostri limiti e le nostre mancanze non sono ferite all’orgoglio, ma la crepa – liberante – dalla quale passa la grazia di Dio per farci sentire accolti, amati e pronti per ripartire. Sempre. Buon Avvento.

 

                                                                                       Preghiera dei piccoli  

Caro Gesù,

                      da piccolo pensavo che solo i bambini chiedono ai grandi “che cosa devo fare”.  Poi ho capito che questa domanda la fanno anche gli adulti. Proprio come le folle, i pubblicani e i soldati che interrogano Giovanni.

Sai però che cosa mi ha colpito?

La risposta del Battista. Ha chiesto a tutti di essere buoni (e di aiutare i poveri), di essere onesti e di non essere mai violenti con i deboli.

All’inizio mi sembrava troppo poco. Poi ho capito che questo è il tuo stile, Gesù: non domandare mai cose impossibili e invitarci sempre a essere buoni, corretti e nonviolenti.

Sei forte Gesù: non hai ancora iniziato le Tue attività, ma è già chiaro il Tuo programma: non vuoi nulla per Te, ma ci chiedi di prestare sempre molta attenzione agli altri.

Grazie a Te, Gesù, ho scritto in modo diverso la lettera a Babbo Natale.

A MARIA, DONNA DELL’ATTESA di don Tonino Bello

A MARIA, DONNA DELL’ATTESA  di don Tonino Bello

 

La vera tristezza non è quando, a sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita.

E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio.

Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi siano fatti. E nessun'anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più né soprassalti di gioia per una buona notizia, né trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere.
La vita allora scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco.
Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura dallo spessore delle sue attese. Forse è vero.
Se è così, bisogna concludere che Maria è la più santa delle creature proprio perché tutta la sua vita appare cadenzata dai ritmi gaudiosi di chi aspetta qualcuno.
Già il contrassegno iniziale con cui il pennello di Luca la identifica è carico di attese: «Promessa sposa di un uomo della casa di Davide».
Fidanzata, cioè.
A nessuno sfugge a quale messe di speranze e di batticuori faccia allusione quella parola che ogni donna sperimenta come preludio di misteriose tenerezze. Prima ancora che nel Vangelo venga pronunciato il suo nome, di Maria si dice che era fidanzata. Vergine in attesa. In attesa di Giuseppe. In ascolto del frusciare dei suoi sandali, sul far della sera, quando, profumato di legni e di vernici, egli sarebbe venuto a parlarle dei suoi sogni.
Ma anche nell'ultimo fotogramma con cui Maria si congeda dalle Scritture essa viene colta dall' obiettivo nell' atteggiamento dell'attesa.
Lì, nel cenacolo, al piano superiore, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito. In ascolto del frusciare della sua ala, sul fare del giorno, quando, profumato di unzioni e di santità, egli sarebbe disceso sulla Chiesa per additarle la sua missione di salvezza.
Vergine in attesa, all'inizio.
Madre in attesa, alla fine.
E nell'arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l'altra così divina, cento altre attese struggenti.
L'attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L'attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L'attesa del giorno, l'unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L'attesa dell'ora: l'unica per la quale non avrebbe saputo frenare l'impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L'attesa dell'ultimo rantolo dell'unigenito inchiodato sul legno. L'attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia.
Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all'infinito.
Santa Maria, Vergine dell'attesa, donaci del tuo olio perché le nostre lampade si spengono. Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori. Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia: l'arrivo di un amico lontano, il rosso di sera dopo un temporale, il crepitare del ceppo che d'inverno sorvegliava i rientri in casa, le campane a stormo nei giorni di festa, il sopraggiungere delle rondini in primavera, l'acre odore che si sprigionava dalla stretta dei frantoi, le cantilene autunnali che giungevano dai palmenti, l'incurvarsi tenero e misterioso del grembo materno, il profumo di spigo che irrompeva quando si preparava una culla.
Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure da quelle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell'alleanza.
Santa Maria, donna dell' attesa, conforta il dolore delle madri per i loro figli che, usciti un giorno di casa, non ci son tornati mai più, perché uccisi da un incidente stradale o perché sedotti dai richiami della giungla. Perché dispersi dalla furia della guerra o perché risucchiati dal turbine delle passioni. Perché travolti dalla tempesta del mare o perché travolti dalle tempeste della vita.
Riempi i silenzi di Antonella che non sa che farsene dei suoi giovani anni, dopo che lui se n'è andato con un' altra. Colma di pace il vuoto interiore di Massimo che nella vita le ha sbagliate tutte, e l'unica attesa che ora lo lusinga è quella della morte. Asciuga le lacrime di Patrizia che ha coltivato tanti sogni a occhi aperti, e per la cattiveria della gente se li è visti così svanire a uno a uno, che ormai teme anche di sognare a occhi chiusi.
Santa Maria, Vergine dell'attesa, donaci un'anima vigiliare. Giunti alle soglie del terzo millennio, ci sentiamo purtroppo più figli del crepuscolo che profeti dell'avvento. Sentinella del mattino, ridestaci nel cuore la passione di giovani annunci da portare al mondo, che si sente già vecchio. Portaci, finalmente, arpa e cetra, perché con te mattiniera possiamo svegliare l'aurora.
Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell' attesa. E il Signore che viene, Vergine dell' avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.

Maria donna dei nostri giorni                                                                  + Tonino  Bello 

II DOMENICA DI AVVENTO ANNO C

II DOMENICA DI AVVENTO  ANNO  C  con preghiera dei fanciulli

Luca 3, 1-6

 

«Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:

Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
5Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!»

 

Avevamo paura della quarta ondata, ma speravamo (tutti, nessuno escluso) di scamparla. Ci siamo affidati ai vaccini per fermare l’avanzare di questo odioso virus. La maggioranza degli italiani si è messa in fila per ricevere il vaccino e, con il passare dei mesi, chi è stato vaccinato (non certo per piacere!) ha provato anche un po’ di risentimento verso chi ha lanciato la “sua” libertà individuale contro il bene comune.

E oggi – prima domenica di Dicembre e seconda di Avvento – ci ritroviamo alle prese con contagi in crescita, malattie, ospedali e rianimazioni intasate e zone definite dai colori che – come sempre – ci generano angoscia. E mentre tutti temiamo il “nostro” lockdown non abbiamo nessuna paura ad imporre chiusure, muri e filo spinato ai disperati che bussano all’Europa passando dal mare o dalla terra. Per fare – anche alla vigilia di questo Natale – l’amara esperienza della fragilità, della debolezza della nostra natura umana e di quanto pervasivo e contagioso sia anche l’egoismo (non solo il covid).

Il Vangelo che la chiesa ci propone in questa domenica non ha dubbi: Dio “venne” (ieri), ma “viene” anche “oggi” proprio perché è cosciente dei nostri limiti, delle nostre fatiche e del male (fisico e morale) che ci avvolge e che ci ruba la voglia di vivere. San Luca insiste sui particolari storici della venuta di Dio (“Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare…”) per aiutarci a non scappare dal nostro tempo. Nei palazzi di ieri c’era Erode tetrarca di Galilea e altri “colleghi-parenti” che usavano la loro autorità come potere per dominare (non per servire) e per arricchire le loro famiglie sulle spalle dei sudditi. Oggi non è diverso. Governanti senza scrupoli che deforestano l’Amazzonia o che strangolano i Paesi e i popoli africani o dell’Asia non mancano. Ma si noti il particolare carico di speranza: il Dio di Gesù che viene sorvola i palazzi dei potenti di turno per “cercare” chi abita nel deserto. Il che significa che Dio sceglie – sempre – chi ha il coraggio, nel suo piccolo, di vivere la coerenza per rendersi credibile oltre la propaganda elettorale.

Giovanni Battista aveva la carriera spianata. Figlio d’arte poteva fare il sacerdote nel Tempio più ricco e blasonato del mondo allora conosciuto. Lui – però – scappa dal potere; si allontana dai fasti e dal lusso pagato dalle offerte dei poveri. E va a predicare …, nel deserto. Sembra un assurdo. In realtà è il “commovente” compromesso di chi ha il coraggio di allontanarsi dal male e dai contesti negativi, senza però isolarsi e abbandonare chi ha bisogno di aiuto. Giovanni sa molto bene che la sua scelta radicale spingerà chi ha nostalgia di bene e di giustizia a cercarlo. Sa che basta portarsi “fuori” dal rumoroso scorrere dell’egoismo per essere provocazione al cambiamento. E sa che anche senza parlare e senza predicare, il suo abitare la solitudine diventa Parola di Dio capace di suscitare voglia di conversione e di cambiare vita (questo voleva dire farsi battezzare dal Battista). Giovanni è la promessa di Dio fatta a due genitori avanti negli anni. E come promessa di Dio ha imparato sulla sua pelle che Dio è fedele e che non abbandona mai chi sta male.

Il messaggio per noi è fortissimo. Dio viene proprio perché siamo nei guai. Perché siamo immersi nel male e perché abbiamo bisogno che lui ci parli, ci curi, ci aiuti a spingere la libertà verso gli orizzonti della giustizia e dell’amore. Il Dio che viene oggi – nel 2021, mentre termina il suo mandato il Presidente Mattarella, direbbe san Luca – non ci chiede di andare lontano. Ognuno di noi ha – nei pressi di casa – il suo Giordano, il suo corso d’acqua, piccolo o grande che sia. Ciò che conta è decidere (senza se e senza ma) di uscire dal “rumore” dell’individualismo egoista e spingersi alla ricerca del profeta giusto, quello che è coerente tra il dire (poco) e il fare (molto) e soprattutto quello che è severo con se stesso, ma buono chi lo cerca. Quello che genera speranza proprio quando siamo “piegati” da indifferenza e da sofferenze di ogni tipo. Il “profeta” che ci invita a spianare la strada al Dio di Gesù che è ormai prossimo, che è il solo Dio che ci salva e che ognuno di può ascoltare se si ferma, se legge una pagina di Vangelo e se ferma la sua corsa per asciugare la lacrima di chi piange.

Buon Avvento.

 

 

Caro Gesù,

                      quando mia nonna ha visto le strade del suo Paese natale tutte allagate, è scoppiata a piangere. Lei è nata a Scordia, in Provincia di Catania. Si è trasferita al nord, nel 1959, perché mio nonno era senza lavoro nella sua bella isola.

Nel Vangelo di oggi san Luca dice che per preparare la Tua venuta i sentieri saranno raddrizzati e i burroni riempiti.

Gesù ti posso chiedere di pensare anche a tutte le strade allagate e piene di fango del Sud Italia distrutte dalle alluvioni di questi ultimi due mesi?

Grazie Gesù perché hai detto “Io sono la strada”.

Diventa Tu Gesù la mia strada. E insegnami a camminare dietro a Te. Non permettere che io – per curiosità o per pigrizia – scelga altre strade: quelle che mi chiudono in me stesso.

Grazie Gesù per il dono dell’Avvento.

È bello aspettare e preparare il Tuo natale.

I DOMENICA DI AVVENTO ANNO C

I DOMENICA DI AVVENTO  ANNO  C  con preghiera dei piccoli

Luca 21, 25-28.34-36

 

«25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. 34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

 

Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere…”. Sembra una fotografia del nostro tempo. Alluvioni, frane e fiumi “tombati” che si portano via pezzi di città siciliane sono scene quotidiane sui nostri teleschermi. Così come ci stiamo quasi abituando all’orrore dei muri, del filo spinato e dell’esercito armato e schierato contro poche migliaia di immigrati ammassati tra Polonia e Bielorussia (tra cui molte donne e bambini). Al punto che quando un bambino figlio di una giovane coppia di questi immigrati è morto di freddo nei boschi della Bielorussia, in molti hanno girato la testa dall’altra parte (di lui sappiano che aveva un anno, ma non conosciamo il nome e, a differenza del bimbo siriano trovato morto sulla spiaggia alcuni anni fa, non abbiamo nemmeno una foto). Per non parlare della grande paura che la quarta ondata della pandemia sta generando nella quasi totalità della popolazione italiana (chi rifiuta vaccini, confronto e modalità democratiche di discutere – per privilegiare forme violente di manifestazioni – è fuori da qualsiasi forma di democrazia).

In realtà, però, l’evangelista non sta annunciando castighi di Dio. Sta piuttosto spiegando ai suoi lettori che chi affida la sua vita a “idoli” incapaci di spiegare il senso della vita, fallisce l’intera esistenza. Ma soprattutto sarà importante, quando “accadranno queste cose”, non avere paura, ma “risollevarsi” (con la schiena diritta) e alzare il capo per prendere coscienza dell’avanzare della bontà di Dio verso di noi. Vuole dire non restare rannicchiati sui propri piccolo orizzonti; non vivere piegati sul proprio io e schiavi di un egoismo che mangia l’anima e la serenità. Per san Luca non ci sono dubbi: Gesù ci vuole “in piedi” perché questo è il segno per eccellenza della libertà e della dignità. Come ha fatto Maria che – ai piedi della croce e distrutta dal dolore – è rimasta in posizione eretta, con la “schiena diritta” e senza piegarsi. Disposta a reagire e pronta ad illuminare quanto la travolge con la luce della Parola di Dio e con la forza dell’amore.

A noi succede spesso il contrario. Per mille ragioni ci ritroviamo con la testa bassa e incapaci di guardare lontano: assorbiti dalle beghe quotidiane; risucchiati da un correre che ci rende “fermi” e non poche volte consumati dall’invidia verso chi – secondo logiche spesso false e infondate – “ha più di me”. Non è vero che “girare la testa dall’altra parte” ci fa stare meglio. Ci rende ripiegati su noi stessi e con il cuore appesantito da tutto ciò che ci ruba la bellezza di una convivenza nel segno della corresponsabilità.

L’invito di san Luca a “risollevarci”, ad “alzare il capo” e a prendere coscienza che “la salvezza è vicina” non riguarda solo il tempo dei suoi lettori. È rivolto in modo speciale a noi. Oggi, fine novembre 2021, in piena quarta ondata di covid e con tutte le nostre paure. Il senso dell’Avvento è proprio questo: la proposta di un tempo speciale per renderci capaci di alzare il capo e di guardare la nostra povera terra con la libertà e il coraggio di chi sa che il Signore Gesù ci è vicino, ci è accanto ed è con noi.

Tra poche settimane è Natale. I supermercati, le strade, le vetrine e l’immancabile pubblicità fanno di tutto per “chiudere” questa festa nei classici consumi che appesantiscano stomaco, testa e convivenza. La richiesta di “stare attenti a noi stessi” è – in questa corsa ai consumi inutili – una coccola che il Vangelo ci dona per aiutarci a preparare realmente il Natale del Signore Gesù che viene per noi e in noi.

Un invito (liberante) perché in queste settimane ci si sappia fermare per dare al pregare personale la consistenza dell’ascolto e della lettura della Parola di Dio. Per toccare con mano che il pregare che ci cambia dentro è quello che inizia dall’ascolto della Sua Parola, non dal chiedere, dal domandare grazie o dal lamentarsi dei vicini.

Solo questo “vegliare” fatto di ascolto del Vangelo ci rende in grado di “sfuggire” alle bruttezze che non vorremmo vedere e a diventare comunità cristiane che rendono visibile – con la loro profezia, carità e fraternità – che il Signore Gesù è vivo e presente in mezzo a noi.  Buon Avvento a tutti e a ciascuno.

 

                                                                                          

                                                   Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                   ne sono sempre più convinto: se Tu non vieni in mezzo a noi, non riusciamo a costruire un’Europa più bella.

La settimana scorsa i giornali hanno scritto che sul confine polacco, dove dietro al filo spinato ci sono circa 7000 persone, un bambino di un anno è morto di freddo. Abbandonato nel bosco perché mamma e papà erano rimasti feriti e arrestati.

Grazie Gesù per il dono dell’Avvento.

Continua a dirci “alzate il capo”. Anche perché non possiamo fare finta di non vedere o girare la testa dall’altra parte. E aiutaci Tu, Gesù, a “stare attenti a noi stessi” e a non fare “appesantire i nostri cuori”.

E se le brutte notizie sembrano vincere su quelle belle, Tu continua ad avanzare verso di noi per aiutarci ad uscire dal nostro egoismo e per ricordarci che Dio ci vuole bene e che solo l’amore ci salva.

IL DIO CHE CI PORTIAMO DENTRO

IL DIO CHE CI PORTIAMO DENTRO

 

Diceva il mistico Eckhart: “Chiamo Dio ciò
che è nel più profondo di noi stessi e nel
punto più alto delle nostre debolezze e dei
nostri errori”: E la Yourcenar affermava che
solo chi muore “sa dare un nome al Dio che
porta dentro”.

È molto più difficile accettare che ogni uomo
è un embrione di Dio e che la casa di Dio è
solo il cuore dell’uomo, di quanto sia accettare
un Dio onnipotente fuori dalla nostra vita
e dalla nostra storia.

Sentirsi Dio dentro è farsi carico di una responsabilità
che pochi sono disposti ad accettare.
Meglio affidarsi al Dio dei dogmi e
delle chiese.

È ben più difficile essere fedeli alla propria
coscienza che alle leggi esterne, per il semplice
motivo che la coscienza è la più esigente
di tutte le leggi.

Né la si può beffare, come si può fare con le
leggi. Essa è più severa; è la parte più profonda
di te, che ti dice con chiarezza e con
piena autenticità quando sei infedele al meglio
di te.

I cristiani predicano una “stoltezza” alla quale
neppure loro credono del tutto: che Dio “si fece
carne” e pertanto dolore, ma anche gioia, piacere,
amore in tutte le sue espressioni. Altrimenti
si sarebbe fatto angelo, spirito. No. Si
è fatto uomo, con tutte le sue conseguenze,
con tutte le sue miserie e le sue sublimità.
Ma uomo.

Per questo il dato più certo di ogni religione
sarebbe che Dio è soltanto ciò che di divino
l’uomo si porta dentro.

 Juan Arias

CRISTO RE DELL’UNIVERSO ANNO B

CRISTO RE DELL’UNIVERSO ANNO B con preghiera dei piccoli

 

Giovanni 18, 33b - 37

 

«Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Sei tu il re dei Giudei?”. 34Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. 35Pilato disse: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”. 36Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. 37Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.

 

Il processo farsa a cui viene sottoposto Gesù è raccontato (da san Giovanni, al capitolo 18 del suo Vangelo) con notevole carica di ironia. A partire dal fatto che Pilato – la massima autorità politica della Regione e il solo giudice che dovrebbe emettere la sentenza – non riesce a interrogare l’imputato perché è Gesù stesso che lo incalza con domande e quesiti scomodi e persino imbarazzanti per chi è convito di incarnare il potere. Al punto che quel “debole e inconsistente” giudice non ha la forza di realizzare quanto vorrebbe (“Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà” – Gv. 19,12). Tra un imputato prossimo alla condanna (legato!) e Pilato (giudice), il solo soggetto libero, fa capire chi scrive, è Gesù.

Ed eccoci all’insegnamento di Gesù: qualsiasi incarico, ruolo, compito o funzione che contiene “autorità”, deve essere vissuta, gestita e amministrata con spirito di servizio, con abnegazione, disponibilità al sacrificio e nell’interesse del bene altrui. Vale per i genitori, per le relazioni interpersonali, per chi ha responsabilità sul lavoro, ma è la stessa logica che deve “vivere” anche chi ricopre incarichi amministrativi e politici. Quando questa “autorità” non viene esercitata nella logica del servizio, ma si esprime con le categorie del “potere” (al servizio della propria ambizione), per dominare chi è sottomesso e per spadroneggiare su tutti al solo scopo di farsi servire, quella “autorità” diventa una tragedia per chi la incarna in quel modo (e san Giovanni non fa nulla per nascondere la fragilità, la debolezza e l’inconsistenza etica di Pilato) e per quanti sono ad essa collegata.

Domanda per attualizzare queste riflessioni. Non è, la nostra, una vera crisi di “autorità” che sembra allontanarsi sempre più dal “disegno” e dalla proposta di Gesù? Fin troppo facile riconoscere nelle beghe politiche del nostro Paese la distanza misurabile in anni luce dal servizio e dall’attenzione al bene comune. Si cavalca il consenso per arrivare al “potere”, non al servizio. Ed il semestre bianco che si è aperto con l’ultimo periodo di servizio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (il quale ha sempre saldato il suo incarico al servizio alla comunità tutta) si sta rivelando – per molti partiti – una gran bella occasione per raggiungere “potere”, visibilità e consenso (dimenticando che soprattutto quell’incarico è tenuto a saldare l’alta responsabilità di guida al servizio) Ma è così anche in casa (dove in tante famiglie molti adulti stanno rinunciando ad esercitare la propria autorità per non entrare nei sentieri scomodi e faticosi del servizio educativo che è fatto anche di presenza, di “No, di fermezza e di dialogo); sul lavoro (dove spesso e volentieri si rompono legami di amicizia per raggiungere postazioni apicali inseguite e rincorse “ad ogni costo”); nella vita associativa (quante tensioni e litigi per chi ha più ruoli, incarichi e potere!); nelle nostre comunità cristiane, nella chiesa e persino tra diaconi, preti, vescovi e cardinali (dove si spera nell’incarico altisonante per “fare carriera”, per avere prestigio e per essere o sentirsi “sopra gli altri”).

Sono riflessioni che Papà Francesco ricorda spesso a tutti. Ed è anche per questo motivo che la Festa che chiude l’anno liturgico è stata definita – con molta saggezza – “Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo”: perché nessuno di noi è escluso dalla tentazione del potere, dall’ambizione dei primi posti e dal pericolo (per sé e per gli altri) di gestire le proprie responsabilità come illusione di sentirsi sopra gli altri. Quel Gesù “legato” che guida Pilato al fare bene il suo dovere (e dunque a non condannare un innocente) è anche il “nostro” Maestro che ci invita a “fare il bene” all’interno di ogni nostro incarico, compito e ruolo. E così vuole dire “fare il bene?”, si domanda il lettore di san Giovanni? La risposta è scritta nella vita di Gesù: schierarsi dalla parte del debole; difendere chi ha bisogno di cure; “servire” anziché voler dominare, denunciare il male anche se costa fatiche o ha delle conseguenze e rinunciare al potere, alla violenza e a sfruttare l’altro.

E chi vive così – conclude l’evangelista – scopre che è questo il terreno che prepara l’ascolto della Parola di Gesù. “Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce” vuole dire proprio questo: fare il bene dell’altro è il solo sentiero che ci immette nell’ascolto della Parola di Gesù (anche se noi spesso pensiamo al contrario). Buona Festa di Cristo Re a tutti.

 

     Caro Gesù,

quando arriva la Festa di Cristo Re io penso sempre a quanto sei diverso Tu, Gesù, dal re cattivo che Robin Hood voleva cacciare perché rovinava la vita dei suoi sudditi.

Tu non hai soldati e nemmeno guardie. Non metti tasse. Non vuoi dominare. Non ti fai servire e servi tutti. Anche me.

Se Pilato non avesse avuto paura di guardarsi dentro, forse avrebbe capito che solo Tu lo potevi guarire dal veleno del potere che lo stava divorando dentro.

Gesù sei davvero un Re speciale.

Aiutami a seguire solo Te; insegnami a guardarmi dentro e rendimi capace di non dire mai bugie a me stesso.

Grazie Gesù.

 

P.S. Gesù aiuta tutti i governanti del mondo a lavorare per difendere il nostro unico Pianeta dall’inquinamento e rendi tutte le nostre Nazioni libere dal filo spinato e dai muri che fanno morire i poveri due volte.                                                                                

PREGARE IL VUOTO

Insegnaci, Signore, a pregare questo vuoto.

Il vuoto portato da una paura che non conoscevamo

 e che sembra adesso un inquilino della nostra anima.

Il vuoto degli spazi in isolamento.

Il vuoto della vita che si fa sentire come sospesa.

Il vuoto delle ore che chi è nella solitudine conta in maniera differente.

Il vuoto delle incertezze che si accumulano

e delle quali non abbiamo ancora parlato.

Il vuoto degli occhi di coloro che vediamo soffrire

e il vuoto dei tanti che soffrono senza che noi li vediamo.

Il vuoto di tutto ciò che, da un attimo all'altro, viene procrastinato.

Il vuoto di quella donna anziana che passa il giorno intero

col viso contro il vetro della finestra.

Il vuoto del rifugiato che vede la sua speranza negata da un timbro.

Il vuoto del giovane davanti a un futuro che sfugge sempre più,

come un pensiero distante.

Il vuoto che ci raggiunge come un avviso di sfratto dalla vita autentica.

Il vuoto degli incontri e delle conversazioni di cui avremmo bisogno ora.

Il vuoto di cui si accorgono gli amici.

Il vuoto delle risate.

Il vuoto di tutti gli abbracci non dati.

Il vuoto della prossimità vietata.

Il vuoto in cui non ti vediamo.

(José Tolentino Mendonça)

XXXIII DOMENICA ANNO B

XXXIII DOMENICA ANNO B  con preghiera dei ragazzi

 

Marco 13, 24 - 32

«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,25le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. 28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

 

Il rischio di considerare le parole di Gesù presentate oggi dal Vangelo di Marco come l’annuncio di una catastrofe imminente e una condanna del mondo, è reale (il sole si oscura, la luna non rischiara più, le stesse cadono, etc.)..

Più in profondità, però, non è così. Primo perché in tutto il Vangelo di Marco non c’è una sola Parola di Gesù di condanna della nostra condizione umana. Secondo perché il testo dice “dopo quella tribolazione” per affermare che le “nostre” fatiche (di ogni tempo) hanno un termine e che “dopo” di queste si potrà “vedere il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”. L’esatto opposto della condanna. Dio non ci “toglie” le tribolazioni del vivere come fosse un burattinaio irrispettoso della nostra libertà. Ma – scrive Marco – dopo quelle tribolazioni si potrà vedere e capire che Gesù è la presenza di Dio (le nubi annunciano sempre l’avanzare di Dio nella storia) che ci viene incontro e che è vicino. Non per giudicare, per condannare o per dominarci. Ma per amarci e servirci. Dio si pone accanto a noi per riportare speranza nella nostra vita, per irrobustire la nostra pazienza e per donarci la forza di perseverare su strade scomode e difficili (camminare dietro a Gesù non è sempre facile), ma che sono il solo sentiero che ci porta alla verità della vita piena e beata.

Anche le immagini degli astri cadenti diventano – se inquadrate nella giusta prospettiva – più chiare. Non annunciano catastrofi ambientali mandate da Dio per punirci. Siamo abbastanza bravi da soli ad alzare la temperatura del pianeta, a riempire il mare di plastica, a far sciogliere i ghiacciai, a fare avanzare il deserto, a decimare le nostre foreste e a inquinare le nostre città. San Marco vuole ricordare a chi impegna tutte e sue risorse per diventare famoso, per accedere al potere (politico, economico o finanziario) o per diventare ricco, che si tratta di inganni. L’evangelista pensa agli Imperatori violenti che si credono un “dio” e che si paragonano al “sole” o ad astri eterni. Ma pensa anche a tutti coloro che stanno abbandonando la strada della libertà generata dal servizio perché falsi maestri li hanno convinti che diventare ricchi, famosi e potenti si presenta come il solo senso della vita. Chi vive così – però – è corroso dall’ambizione e non vede più l’avanzare della tenerezza di Dio verso di lui e presente nei suoi fratelli. Non si accorge – per restare nell’immagine utilizzata dall’evangelista – che il ramo di fico diventa tenero e che si ricopre di foglie che parlano della bellezza della vita e della bontà di Dio.

Ha ragione l’evangelista. Stiamo sbagliando il mondo di vivere. Abbiamo reso “sole, luna e stelle” realtà che non sono capaci di scaldarci e nemmeno di illuminarci. I soldi non ci rendono felici. Il lavoro ci stressa. La famiglia ci sta stretta. La politica ci ha ormai deluso (ed anche per questo molti non votano). La comunità si presta a critiche e a voglie di evasioni. La salute – quando c’è – non si apprezza; quando manca, però, è tardi per rimpiangere tempi felici che non si sapeva di vivere. E prima o poi tutte queste false “stelle” cadono, si frantumano e ci lasciano soli.

Siamo però circondati dalla tenerezza di Dio che ci parla, che si fa vedere e che ci pungola per aiutarci a vivere bene e meglio. Un anziano da visitare, da accarezzare e da ascoltare è il volto di Dio che calma il nostro correre. Il calore della mia famiglia da servire e da rispettare è la palestra con cui Dio ci educa all’amore. I piccoli da educare sono la Parola di Dio che ci ricorda che solo nel prenderci cura dell’altro ognuno di noi ritrova se stesso. Se “tutto ruota attorno a me”, molto presto il sole si oscura, la luna non farà più luce e le stelle cadranno. Solo Gesù è la Parola che ci spiega chi siamo; la Parola che ci tiene compagnia, che vince le nostre paure e che asciuga le nostre lacrime per incamminarci sul sentiero della speranza. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.” Con Gesù avanza verso di noi la tenerezza di Dio. Ma per scorgerla ci è indispensabile l’aiuto del Vangelo: la Parola con cui Gesù Parola cammina verso di noi.

Buona domenica.

          

   Preghiera  dei piccoli                                                                                                                                                                             

Caro Gesù,

       il sole oscurato, la luna che non illumina e le stelle che cadono dal cielo, è un mondo che non riesco proprio a immaginare.

Subito ho pensato alla fine del mondo. A catechismo, però, ci hanno spiegato che l’immagine serve a san Marco per spiegare che chi cerca il potere per dominare gli altri (credendosi una stella che tutti devono servire) cadrà presto in rovina.

E dopo scene che sembrano violente (con cieli sconvolti e stelle che cadono) Tu, Gesù, parli della bellezza di un ramo di fico che con le sue piccole foglie verdi annuncia a tutti che l’estate è ormai vicina.

Sto cercando su internet la foto di un ramo di fico con delle foglie appena spuntate. Da mettermi sulla scrivania. Voglio che questa immagine mi spieghi ogni giorno che Tu mi sei vicino: con tenerezza e pronto ad aiutarmi.

Grazie Gesù.

IL DIO CHE CI PORTIAMO DENTRO

IL DIO CHE CI PORTIAMO DENTRO

 

Diceva il mistico Eckhart: “Chiamo Dio ciò

che è nel più profondo di noi stessi e nel

punto più alto delle nostre debolezze e dei

nostri errori”: E la Yourcenar affermava che

solo chi muore “sa dare un nome al Dio che

porta dentro”.

 

È molto più difficile accettare che ogni uomo

è un embrione di Dio e che la casa di Dio è

solo il cuore dell’uomo, di quanto sia accettare

un Dio onnipotente fuori dalla nostra vita

e dalla nostra storia.

 

Sentirsi Dio dentro è farsi carico di una responsabilità

che pochi sono disposti ad accettare.

Meglio affidarsi al Dio dei dogmi e

delle chiese.

 

È ben più difficile essere fedeli alla propria

coscienza che alle leggi esterne, per il semplice

motivo che la coscienza è la più esigente

di tutte le leggi.

 

Né la si può beffare, come si può fare con le

leggi. Essa è più severa; è la parte più profonda

di te, che ti dice con chiarezza e con

piena autenticità quando sei infedele al meglio

di te.

 

I cristiani predicano una “stoltezza” alla quale

neppure loro credono del tutto: che Dio “si fece

carne” e pertanto dolore, ma anche gioia, piacere,

amore in tutte le sue espressioni. Altrimenti

si sarebbe fatto angelo, spirito. No. Si

è fatto uomo, con tutte le sue conseguenze,

con tutte le sue miserie e le sue sublimità.

Ma uomo.

 

Per questo il dato più certo di ogni religione

sarebbe che Dio è soltanto ciò che di divino

l’uomo si porta dentro.

 

                                                                                     Juan Arias

papa Francesco, Angelus del 7.11

"Guardarsi dagli ipocriti, cioè stare attenti a non basare la vita sul culto dell’apparenza, dell’esteriorità, sulla cura esagerata della propria immagine. E, soprattutto, stare attenti a non piegare la fede ai nostri interessi. Quegli scribi coprivano, con il nome di Dio, la propria vanagloria e, ancora peggio, usavano la religione per curare i loro affari, abusando della loro autorità e sfruttando i poveri. Qui vediamo quell’atteggiamento così brutto che anche oggi vediamo in tanti posti, in tanti luoghi, il clericalismo, questo essere sopra gli umili, sfruttarli, “bastonarli”, sentirsi perfetti. Questo è il male del clericalismo. È un monito per ogni tempo e per tutti, Chiesa e società: mai approfittare del proprio ruolo per schiacciare gli altri, mai guadagnare sulla pelle dei più deboli!".

                     papa Francesco, Angelus del 7.11.2021

XXXII DOMENICA ANNO B

XXXII DOMENICA  ANNO B  con preghiera dei piccoli

 

Marco 12, 38-44

«Diceva loro nel suo insegnamento: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa”.

41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: “In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”».

 

La prima domenica di novembre 2021 “cade” tra il G20 che si è tenuto a Roma nello scorso week end e la conferenza Onu sul clima Cop 26 in corso a Glasgow. Due eventi straordinari che sul piano delle dichiarazioni di principio e di alcune scelte importanti si stanno rivelando non solo strategiche e utile, ma anche, vista l’urgenza climatica che stiamo attraversando, quasi un salvacondotto per il prossimo futuro.

Fissando sugli schermi dei nostri televisori questi grandi summit (tanto nei momenti più solenni come in quelli più informali) mi sono più volte domandato: chissà cosa avrebbe notato Gesù con il suo sguardo acuto e capace di oltrepassare la superficie dei fatti.

Perché è questo ciò che ci comunica oggi il Vangelo di Marco: con il Suo sguardo, Gesù non coglie e non fissa chi fa di tutto per essere visto, ammirato e lodato. Gesù prende le distanze dalle fragili ambizioni di chi insegue “i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti”. Lui, Maestro e profondo conoscitore di umanità, scorge – anche tra la folla – una povera vedova che getta nel tesoro del Tempio tutto ciò che aveva per vivere.

Il che significa, seguendo lo stile narrativo di san Marco, che – da una parte – Gesù scruta i cuori e ci “legge” dentro perché è davvero la presenza di Dio in mezzo a noi (solo Dio conosce i nostri cuori e “vede” anche le nostre intenzioni). Dall’altra – però – san Marco ci conferma che per quanto male vada il mondo e per quanto numerosi siano gli ambiziosi che inseguono il potere per fame e sete di prestigio, c’è e ci sarà sempre qualcuno che sa spingere la sua vita sul crinale del dono non solo di tutto ciò che ha, ma anche di se stesso. E sono e saranno sempre questi stili di vita a salvare il mondo.

Forse qualcuno, nella comunità a cui si rivolge san Marco, si lamentava e denunciava l’inutilità di tante riunioni, di tante dichiarazioni di principio, di tante preghiere alzate al cielo e forse intrise di “bla, bla bla” come direbbe Greta Tumberg, la ragazzina svedese che ha dettato l’agenda delle repliche ai leader del mondo. E a chi si ritrova a rischio di pessimismo e di rassegnazione, l’evangelista ricorda che il mondo non verrà mai salvato solo dai potenti, ma – prima di loro e con maggior forza e consistenza – dai tanti “piccoli” che in modo anonimo, costante, quotidiano e senza mai fare rumore danno tutto ciò che hanno e tutto ciò che sono per rendere più bello questo nostro povero ma affascinante mondo (pur sempre abitato anche dalla grazia a dalla bontà di Dio).

Secondo molti studiosi, con questo racconto posto pochi versetti prima della condanna a morte di Gesù, l’evangelista ci vuole presentare il testamento di Gesù. Il quale per parlare di quanto sta per accadergli si identifica con l’agire di una povera vedova (di cui non conosciamo il nome e che certamente non era al seguito del Rabbi di Nazaret) che consegna tutto quello che aveva. Proprio come sta per fare Gesù. Il lettore è avvisato. Gesù non fissa gli eventi della storia con lo sguardo pettegolo di chi vuole giudicare, fare confronti o – peggio ancora – condannare. Gesù guarda il nostro cuore per liberare le nostre intenzioni e per renderci – finalmente – capaci di dare tutto ciò che abbiamo, ma soprattutto tutto ciò che siamo.

Il mondo, la temperatura del pianeta, l’ambiente e le ingiustizie che costringono la maggioranza del globo a stare nella miseria, non verranno spazzate via solo dalle decisioni politiche. Ben vengano incontri e conferenze come quelli in cui siamo immersi. Positivo poi se alle dichiarazioni dei grandi seduti a questi tavoli seguono anche i fatti. Nessuno si illuda, però, che bastino questi “summit” per rendere migliore il “nostro” mondo. Come Gesù e camminando al suo seguito, anche noi dobbiamo capire – una volta per tutte – che “solo” nel coraggio di dare tutto ciò che si ha e tutto ciò che si è si entra nella vita vera che non ha più fine. La vedova lo ha capito: per scrollarsi di dosso l’ombra della morte che la insegue, la sola reazione possibile è data dal donare tutto se stessa ai più poveri. Un gran bel messaggio: positivo e carico di speranza. Buona domenica a tutti e a ciascuno.

  

 

 

                                                                 Preghiera dei piccoli                                          

 

Caro Gesù,

         voglio chiedere a mio papà – che è un ottico – se esistono degli occhiali che aiutano non solo gli occhi, ma anche il cuore a vedere ciò che è invisibile alla vista.

Anche perché le cose che mi piacciono e che voglio comperare o farmi regalare le vedo sempre.

Quando però dovrei vedere chi ha bisogno di me, chi sta male o che cosa posso donare per fare stare bene un altro, in quel caso a volte divento miope, altre volte distratto e alla fine non vedo chi bussa al mio cuore.

Gesù insegnami a guardare con gli occhi del cuore, con o senza occhiali.

Aiutami, Gesù, a diventare “grande” come quella povera vedova che solo Tu hai notato nel Tempio mentre donava tutto quello che aveva.

E grazie Gesù perché domenica dopo domenica cambi il mio modo di vedere e rendi bella la mia vita.

XXVII DOMENICA ANNO B

XXVII DOMENICA  ANNO B   con preghiera dei piccoli    

 Marco 10, 2-16

«Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. 3Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. 4Dissero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. 5Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; 7per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie 8e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. 9Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. 10A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11E disse loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; 12e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”. 13Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”. 16E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro».

 

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie.”. Per gli innamorati alle prese con un progetto di vita si tratta di un insegnamento di Gesù tra i più amati. Quando però la vita a due si incrina, quella stessa espressione viene rimossa e ridimensionata. Ma questa prima riflessione serve per dirci che il Vangelo non è una raccolta di frasi ad effetto da usare per celebrare momenti diversi della propria vita. Il Vangelo di Gesù è Parola che nutre, promessa che salva, Pane che sazia ed è soprattutto la certezza che il Signore Gesù è vivo e presente nella nostra vita. Perché solo “questo” Gesù ci rende capaci di amare come Lui ha amato noi. Il progetto di Dio, ci dice questa pagina di Vangelo, definisce il matrimonio come un Suo dono per aiutare la donna e l’uomo ad uscire dalla solitudine dell’io. Il dramma dell’amore è però questo: se Gesù non ci insegna ad amare (e l’una o l’altro ripiegano sul “prendere” anziché sul “donare”) la coppia entra in quella “solitudine a due” che a volte è persino peggiore dell’essere senza partner.

Conosciamo tutti la fatica che genera una coppia “scoppiata”: distanze, silenzi, musi, omissioni, ripicche, infedeltà…; quanto dolore e quanta sofferenza si deposita su chi, quasi senza accorgersene, si è ritrovato a vivere come estranei nella stessa casa.

Ma è su quel “quasi senza accorgersene” che dobbiamo fermare l’attenzione. La distanza in casa – nella coppia – non nasce all’improvviso. Ci si dà per scontati; si perde la capacità di lodare e di ringraziare Dio per la bellezza della vita insieme; si corre per tutto, ma si perde la capacità di stare con l’altro senza correre (non ci si regale più del tempo libero e vuoto da tanti impegni) e non ci si porta più – insieme – all’ascolta della sola Parola che tiene in piedi.

So che nel tempo della tecnica e dei computer è quasi proibito dirlo, ma se la coppia non prega qualche volta insieme e non mette al “suo” centro quel Signore Gesù che insegna la vera forma di amore, prima o poi al “centro” della coppia ci sarà dell’altro: lavoro, carriere, denaro, mutui, seconda casa, ambizioni per i figli, etc. Nessuna di queste realtà, però, ha la forza di tenere in piedi l’amore di coppia. Imparare a fare qualche preghiera insieme è difficile (ed è per questo che è stata inventata la preghiera comunitaria), ma lontani da questi orizzonti è abbastanza facile perdersi, come coppia.

Lo stesso dicasi per quella necessaria attenzione ai poveri nel segno della giustizia e dell’amore (ben diversa dalla pietosa assistenza). Il Vangelo di Luca lo dice bene: Lazzaro (che vuol dire “Dio aiuta”) è l’“aiuto” che Dio dona a chi è chiuso nel suo egoismo per aprirlo alla grammatica dell’amore. Chi vicino al “noi” della coppia sta male, non è un “inciampo” alla loro intimità, ma l’aiuto che Dio offre loro perché non si allontanino e perché, uscendo da sé stessi, realmente si ritrovino. Forse ha davvero ragione Manzoni quando, nei suoi Promessi Sposi, permette a Renzo e a Lucia di ritrovarsi dopo le infinite peripezie che tutti conosciamo. Il messaggio che Fra Cristoforo consegna ai due innamorati è un vero e proprio progetto di vita a due: “Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero di dovervi un giorno lasciare, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che vi ha condotto al matrimonio non per mezzo di allegrie turbolente e passeggere, ma cò travagli e tra le miserie umane, per disporvi a una gioia raccolta e tranquilla.” (Promessi Sposi cap. 36). Educato dalla Parola di Dio Manzoni sa molto bene che non ci sposa per stare bene “da soli” (con il rischio di entrare in quella brutta “solitudine a due”), ma per imparare ad attraversare insieme (e con il Signore Gesù) il viaggio della vita con tutte le gioie e le fatiche che questo procedere “a due” comporta.

In Principio non era così, si dice tante volte. Ma quel Principio non si riferisce solo alla fase iniziale della vita di coppia (quando, come molti ripetono, “ci siamo messi insieme carichi di entusiasmo”). Il Principio di cui parla Gesù è la Sua Parola e la Sua Presenza (anche nei poveri che ci sono vicini): i due pilastri che sorreggono la coppia e che la fanno funzionare e andare avanti.

Buona domenica.

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

               anche domenica scorsa hai detto ai tuoi discepoli “non glielo impedite”.

Oggi lo dici a chi vorrebbe allontanare i bambini da Te.

Ero tentato, appena finita la lettura del Vangelo, di gridare “Bravo Gesù!”. Poi, considerato che ero in chiesa, mi sono frenato.

Non si può passare la vita a proibire.

“Proibito giocare nel cortile del condominio” c’è scritto nel mio palazzo! Anche a scuola: “proibito uscire da soli”. “Proibito correre in corridoio”. Proibito questo, proibito quello. Così facendo, però, nessuno ci insegna che cosa dobbiamo fare per imparare ad amare.

Grazie Gesù perché Ti fidi di me e perché anziché fare il controllore hai scelto di stare “con noi” anche se bambini.

 

P.S. “Proibito abbandonare i migranti sulle barche a rischio di morire in mare”: forse è questo l’unico “proibito” giusto che oggi, 3 ottobre - Giornata nazionale in memoria delle Vittime dell'immigrazione, dobbiamo dire.